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L’emicrania del procuratore

(Vermeer)

Frastagliava deciso.

Astute erano le facce da cammelli disegnate dal vento tra fischi evaporanti di frontiera. Altre cinghialava, specie tra vette basse.

Angeli ancora non se ne vedevano.

Nuvole sbiadite tra roteare acuto. Fluttuando, fino al prossimo vuoto.

Vortici, anche. Dunque, vorticare. (Non ho uno strumento per simbolizzare. Neppure frasi o parodie d’immagini danzanti. Però gira).

Quindi strusciare, fino alle case di Erode dove Masada spezza la corrente con improvvise aspre angolature. Geometricamente: sarebbe interessante misurare.

Rocce = sostanze di chimica variata. No, il vento non le sposta.

Risalire, allora. Dove definizione manca. Possibile disegnare varietà a piacimento con lievi, non compiuti soffi di pennello.

In fondo: una bella giornata.

Come ho detto, la giornata era bella.

Vento portava voci; come cantilenare basso, con toni di invocazione e penitenza. Diverso quello delle donne: più acuto.

Arrivavano da tutta la Provincia, carichi di merci e desideri; una delle rare occasioni di ravvivare l’economia depressa della zona.

Allora avevo vent’anni. La giornata era senz’altro bella. Ci furono tumulti in città.

Giunse mischiato alla confusione, cantando non so quali sacri inni. Dicono che entrò di Jerushalajim in groppa a un asino, nascosto da una veste bianca, in una pantomima blasfema del così detto Messia, un personaggio fantomatico che avrebbe dovuto redimere non so cosa (le solite fregnaccie che si raccontano da queste parti).

Dicono benedicesse. Tuttavia, a volte, dichiarazioni di diversa specie, come se aizzasse alla rivolta. Tra canti, salmi, pugni levati al cielo e ansimare rasposo di somaro.

Altri affermano di non aver visto né udito, ma i detentori del potere spirituale avevano mezzi per comprare le parole.

Sostengono che attaccò il Tempio. Distrusse i banchi dei cambiavalute e li prese a calci mentre, nella confusione, le monete disperse al suolo cambiavano di tasca.

Giurano che gridasse allo scandalo, all’empietà: profanare la sacralità del luogo con la volgarità dei soldi… Nessuno poteva osare tanto nella casa di Dio! Ma è proprio lì che, secondo i sacerdoti, i soldi dovevano finire.

Si dileguò prima che giungessero le guardie, ma qualcuno aveva visto, o disse di aver visto. Succede sempre così.

Il procuratore della Galilea, il cavaliere Ponzio Pilato era di pessimo umore. Fu svegliato alle prime luci dell’alba per non si sa bene cosa dopo una notte di dolori lancinanti.

Mi mandò a chiamare. Lo raggiunsi nella sala delle udienze con pergamene e stilo. Gli trascinarono davanti un poveraccio con la barba incolta; dai lividi e dalle ecchimosi evidenti era chiaro che lo avevano riempito di botte.

Lo presentarono come un rivoltoso, capo di una certa setta, eretico e bestemmiatore. La sua era una posizione difficile: secondo la legge ebraica rischiava una condanna per vilipendio alla religione; per rivolta, secondo la legge romana. In entrambi i casi, la morte.

Diede risposte vaghe… “Sei tu che lo dici”… e rispettose “A Cesare quel che è di Cesare” e se la cavò. Pilato risolse di mandarlo libero non trovando imputazioni a suo carico per violazioni di leggi romane. Quanto alle questioni religiose, non poteva mettere le beghe interne di quei fanatici sullo stesso piano delle leggi di Roma. Se la vedessero tra loro.

Quelli pretendevano una condanna a morte, ma non avendo il potere di emanarla, sbraitavano che Pilato prendesse posizione. Il procuratore non era di quell’avviso. Aveva un mal di testa orribile e non vedeva l’ora di toglierseli di torno e riprendere a dormire. Li inviò dal tetrarca.

“Archivia, Lico, e buonanotte”.

Non so perché ricordo tutto questo.

Come ogni sera, visitata la tomba di Agraule.

Giù, vicino al palmeto, dove il ruscello annega dentro il lago.

Passava qui i suoi pomeriggi. Leggeva, tesseva e dispensava sorrisi al suono dei miei passi. Mi ha lasciato da più di trent’anni ma il dolore è immutato.

“e nuvole inseguite da nuvole”.

Allora dopo vai là, Licofrone… Che lui sia venuto proprio di persona è effettivamente seccante!”

Sì, <celsitudo> è probabilmente l’appellativo più confacente”.

Anatolio di Berito: bé, sui 60 certamente. Bianco e grasso. Calvo e ben curato…

il figlio del chiarissimo Marcello?!: ma non era poi così necessario! – … “Ma certo: il figlio del nostro vicino!“ – e qui la mia figliola Agraule; –“

Agraule; con l’accento tra la “a”e la “u”, occhi grigioferrosi rivolti verso dentro. Si limitò a spiegare biancaminuta mano verso me, con enigmatica, leggera sfocatura del viso. Non sorrise quando sfiorò la mia. Mi colpì per lo sguardo: una formula senz’altro non conchìusa.

Le tenebre venute dal Mediterraneo coprirono la città odiata dal procuratore […] La strana nuvola giunse dalla parte del mare, il giorno 14 del mese primaverile di Nisan, verso l’imbrunire”.

In quel momento nel porticato si trovava una sola persona: il procuratore.

L’emicrania lo torturava come sempre e non riusciva a muovere un passo, se mai si potesse andare da qualche parte con quel tempo.

Mentre le prime gocce crollavano con larghi sbuffi a spruzzo fuori dal porticato, ricordi vaneggiavano gli spazi ancora liberi del cranio. Sgraditi, per lo più. Ricordava, o almeno gli sembrava di ricordare, un volto magro, viola, gonfio di dolore.

Non gli occhi. Non mostravano alcuna pena – pensò il procuratore – e dire che ne aveva ragioni per penare…

Veneggiavano, appunto, quei ricordi che il procuratore a stento ricordava. Si facevano largo tra un dolore straziante; spesso retrocedevano, spaventati da ostacoli urticanti, senza però sparire.

Sperò di dormire, sperò di non sentire, sperò di morire. Sperò…: non aveva alcuna speranza e il dolore senza senso della sua testa rifletteva il buio che lo sommergeva.

Mentre il cane sdraiato accanto a lui gli leccava ferite evanescenti procurando vaghi sensi di frescura, il procuratore annaspava tra i ricordi: impossibile dimenticare.

Brevi attimi di tregua… piacere, perfino, se il piacere è assenza di dolore.

Hanozri, o come diavolo si chiamava…: filosofo, medico, ciarlatano… che importava… Non sapeva neppure se lo aveva visto davvero.

Dunque, indispensabile rivederlo, se non altro per affermare certezze. Parlargli ancora: irrimunciabile quanto impossibile. E questo era senz’altro certo.

L’imputato della Galilea? La pratica è stata sottoposta al tetrarca?”

Si, procuratore” rispose il segretario.

Come ha reagito?”

Ha rifiutato di emettere la sentenza definitiva e ha sottoposto alla tua approvazione la condanna a morte pronunciata dal Sinedrio”…

Il procuratore ebbe un sussulto alla guancia e disse piano:

Conducete qui l’accusato”.

Nell’attesa pensò di andarsene,. Cosa ci faceva lì, in mezzo a quegli esaltati, chiamato a stabilire la legge di fronte a uno dei tanti, soliti pazzi. Impossibile affermare principi con costoro – pensò il procuratore e vaneggiò canne da pesca sul molo di Cesarea, frequentato dal vento e dalle acque.

Sei tu che intendevi distruggere il tempio e incitavi il popolo a farlo?”

L’arrestato si animò, i suoi occhi non esprimevano più spavento, e disse …:

Io, egemone, dicevo che il tempio della fede antica deve crollare e al suo posto deve sorgere il nuovo tempio della verità. Dissi così perché fosse più comprensibile”.

Ma perché, vagabondo, turbavi la gente del mercato parlando di una verità di cui non hai idea? Che cos’è la verità?”

La verità anzitutto è che ti fa male la testa, ti fa talmente male che pavidamente pensi alla morte. Non solo non sei in grado di parlare con me, ma ti è perfino difficile guardarmi. E adesso sono involontariamente il tuo torturatore, il che mi amareggia. Non riesci neppure a pensare e sogni solo che venga il tuo cane; l’unico essere, evidentemente, al quale sei affezionato. Ma il tuo tormento cesserà subito, la testa non ti farà più male”.

“E nuvole inseguite da nuvole”.

Una più grande, nera, di tempesta. Ormai era tardi. Anche per sfuggire un sogno che avanza, torturante, nella testa.

Dicono siano desideri (i sogni). Io direi tormenti, in forma di ricordi.

E se poi arriva la tempesta? O se si rovescia?”: “Penso che sai nuotare, no?!”: “Certo” ella rispose con sussiego: “ma cascarci così non mi va proprio” (sorniona) : “mi tireresti fuori?-…

Svegliarsi, allora, nonostante il freddo sibilare di venti onnivori prefiguranti torma di tempesta.

Percepire: nero soffio ghiacciato. Dunque, ancora sotto le coperte.

Indugiare. Magari prefigurare davvero… Allora, senz’altro, indugiare.

Cacciato giù dal letto dai piedi sfolgoranti di mio padre.

Dopo ore sbiadite Eutochio disse: “Ancora una volta vincono gli eterni incurabili. I quali non sanno capire che i 100.000 anni della metafisica sono finiti e sono iniziati quelli della fisica: noi, Licofrone, sappiamo qual è il nostro posto!””

A volte, tuttavia, meglio ignorare.

… con gli occhi nella pioggia e l’acqua al limitare della bocca. (Respirare col naso). Mani annaspano veloci fonda melma. Cercano, tra fanghiglia ottusa, ciocche di capelli da afferrare, tirare, sollevare. Scure, morbide: mancanti.

Personalmente non potevo che contare perdite assolute con le quali dialogare onde evitare parole d’altro senso, luogo, percezione. Con una sola coscienza: gli anni della metafisica erano trascorsi definitivamente. Dunque: nessuna resurrezione.

Non per me, né per il procuratore, che trasognava resurrezioni impossibili o dialoghi altrettanto evasivi. 100.000 anni di metafisica o di fisica il risultato era lo stesso: avevamo entrambi perduto la cura della nostra anima.

Quella notte il Cavaliere Ponzio Pilato mandò a chiamare una figura scura. Un uomo si presentò a lui, nel buio del portico, celato da un mantello scolorito, il volto seminascosto da un cappuccio.

“Comanda, Egemone” sussurrò.

“Uccidi il delatore, ma fa che appaia un suicidio: non voglio essere coinvolto. Dopo, riporta a Caifa i suoi soldi. Capirà che noi sappiamo; deve tremare per il resto dei suoi giorni”.

“Sarà fatto”, mormorò l’uomo e scomparve nel buio da cui era venuto.

Dopo aver bevuto un po’ di vino fresco, il procuratore finalmente si coricò. Stranamente, si addormentò subito.

Il giorno seguente mi disse di aver fatto un sogno. Raccontò di aver camminato verso la luna in compagnia del Profeta…: parlavamo… parlavamo… avevamo tanto da chiarire…. Stanotte lo vedrò ancora.

Luna afasica balbetta scarsa luce tra nuvole a valico dei monti.

Sarebbe bello scarrozzare un po’; anche tra lampi alterni (purché non mi sbruciacchino la coda).

Lontano: nebbia disegna bordi di colline mentre sgomitano: stelle ancora dormienti.

Campagna percorsa da ricordi. Come fuochi: accesi… spenti… Alterni baluginii forano l’aria; salgono in alto; scompongono la notte.

Verso me: echi di crepitii tra lingue blu. Cosa volete dire… se mai dite… Nel silenzio: sorseggiare la notte coi rimpianti.

Il sonno non leniva quella sera le palpebre corrose di Pilato. La testa gli bruciava mentre Banga, accovacciato in mezzo alle sue gambe, gli leccava il dolore dalla faccia. Attendeva. Non poteva dormire. Attendeva.

Qualcuno si mosse nel cortile con passi che suonavano lontani, soffusi, come se il pavimento ne venisse appena interessato. Poi più vicini. Un’ombra si chinò di fronte a lui.

Trattenne il cane dal collare; mosse appena la testa, come per annuire, significare il permesso di parlare. Attese.

La voce riferì che in città si diceva che qualcuno si era impiccato per il rimorso di un’azione infame. Non era chiaro quale; si mormorava che i sacerdoti ne fossero al corrente.

Accennò lievemente di sì.

Caifa quella notte non dormì. Contava e ricontava quel denaro che gli era piovuto attraverso la finestra. Era terreo.

Si girava intorno come in cerca di scampo ma non ne trovava. Le mani facevano fatica a trattenere le monete tra le dita. Le faceva ballare, cadere, tintinnare. Pensò di seppellirle, di farle sparire; ingoiarle, anche. Poi rise, con una smorfia simile al terrore; sapeva che per quel prezzo aveva comprato solo la rovina.

Il procuratore Ponzio Pilato fece rapporto a Roma, consigliando soluzioni definitive. Quindi si ritirò a Cesarea in compagnia di Banga e del suo invincibile male. Era stranamente sereno. Disse persino di non desiderare più la morte. Se muoio – disse – non potrò più sognare. Fu l’utima volta che lo vidi.

Sono trascorsi 40 anni e non so se la giornata sia serena. Gli occhi non hanno più distanza e a volte non si fa del tutto giorno.

La grande Jerushalajim non esiste quasi più, spazzata via dalle legioni di Tito. Non esiste il procuratore, cavaliere lancia d’Oro Ponzio Pilato. Il vagabondo non è neppure un ricordo e di loro non restano contorni. A volte voci, echi di anni lontani; spesso confusione.

Come direbbe il mio maestro : “Ottuse facce mongoloidi faceva il sole dalla nebbia… di là, dall’aia si levava polverio a ritmo di stantuffo”.

E questo è ciò che resta.

Questa notte ho sognato mia moglie. Non succedeva da anni.

Raccontava visioni, fantasmi che somigliano a ricordi. Mi ha detto di aver visto il procuratore e il prigioniero che si allontanavano insieme. Percorrevano la strada verso la luna fino a scomparire tra le nuvole. Parlavano animatamente, senza stancarsi mai. Pilato – disse – appariva sereno; non sembrava soffrire.

Poi si accostò ai bordi del letto; sedette, sfiorandomi la mano. Un fanciullo disperso sembrava il mio sorriso mentre aspiravo la sua voce e il fiato.

Mi disse di esser lieta e che dovevo esserlo anch’io. Da dove veniva lei, qualcuno aveva finalmente deciso di concedere oblio.

c


da una storia delusa

    a Michail Bulgakov

 
chagall_exodus-1966

    (Marc Chagall)

 

di fronte a una distanza
c’era la notte quando non doveva
una nuvola grande
dove il mese di Nisan si scioglieva.
inutile dentro
io mi chiedevo come
ripulire le mani
né rinunciare
al mondo che si ostina
a un infinito privo di bisogni
dove raccolgo i miei
e un mal di testa orribile.
 
 


ai confini di Grecia

a Michela

Dicono di me: arrivederci.
L’ora corre veloce ed io dileguo: occultarsi al sicuro, fino a che torni la sobrietà profonda della notte. Tra l’altro, la mia declinazione è inconsistenza.
Parametri a scomparsa. Uno per uno: provare a orizzontarsi. Quindi di conto: ah, non ritornano mai! Il tempo è una catena d’orologio: scorrere maglie. E il rosario.
Divincolarsi.

Mi scrivo.
Gentile amico, ecc. ecc. amenità sciocchezze parapiglia. Generalmente smentite; poi bla bla, sì come no; però, assolutamente contrario. E comunque, non ti ci abituare!
Tralascio la risposta.

Vagolavano intanto l’assoluto poche stelle al risparmio. Romantica la notte s’assopiva tra nuvole a casaccio. Vento assediava vele. Quando m’imbarco non ho soluzioni. Qualche volta un sestante.

Occorrerà
a noi dannati spersi
ricucire la terra
ed accerchiare il campo delle stelle
a riempire la sorte
lungo il moto incessante
del lunario animale
e chiudere le porte dell’eterno
perché ritorna
mentre per noi il sollievo è nel finire.
Occorrerà redimerci
dall’universo sparso
dove noi costruiamo storie magre
che qualcuno dimentica
quando la luna scende ombra di terra
sale
l’indefinito mistico
e noi malati cronici
parliamo malattie
e asserragliati
nel definito limite
occorrerà tracciare
nell’occhio del sestante
rotte diverse
per amore di donne e delle figlie
e le sorelle nubili
che non avranno prole da macello
che circonda la terra
e le approssimazioni delle stelle.

Quindi di sogno: alba.
Ti sarei grato se spegnessi la luce e mi lasciassi ancora.
Ti sarei grato se l’incrinato viola colmo di rosso rosa giallo appena s’addolcisse di ombra e palpebre.
Ancora ti sarei se tu non fossi altro da me diversa e unificati mi convergessi l’anima d’altrove dove tutto si sfoglia ed io consunto spargo cose d’intenso senza dire che dire fa fatica ed il silenzio sfugge questo orlo di mondo dove m’assiepo come se svenuto.
Ora riprendere fiato.

Ben presto stanco, cercavo soluzioni d’incompiuto, tanto per raggelare. Non mi trovavo male, ma qualcosa mancava. Forse un’ombra di sera: Padre.

Per evitare danni superiori.
M’imbronciavo di te: spazio d’ascolto. Quindi la notte Bach: come le stelle.
Mi sfogliavo lettura. Io non so stare senza farmi male, ma la tensione è vita. Tra pagine, tentare di disperdere: mondo e altro – leggi sciocchezze, convenzioni, comunicazioni vaghe, scarso amore. In breve: superficie.
C’era la storia, c’era la bufera, c’era quello che c’era quando c’era. Per questo:

prenotare carrozze.
Sai, quelle con parafanghi e la lanterna, sedili di velluto e all’occorrenza plaid. Il problema è i cavalli. Davvero il presente è impresentabile.
Vienna adagiata consultava ore. Lì il tempo è un fermaglio.
Piuttosto sul confuso, mi dirigevo al Prater. C’era una banda, forse d’altra sfera.
Mahler a passeggio consultava appunti d’ottoni ed altri fiati; nella testa violini. Qui la musica odora di formaggio con le patate al forno e l’anima disperde incomprensioni. Sulle panchine, mi sedevo adagio.
Si ballava dovunque. Altri, compunti, ascoltavano assorti sotto il palchetto e baffi. Audaci le signore. Grandi cappelli e ombra sulle ciglia.
Poco distante. S’era venduto il cavallo e strascicava la pistola in testa. Troppe notti, barone; troppe.
Poi ti incontravo come nei tuoi libri, per caso e per sventura. Naturalmente il peso è sempre falso e la pazienza ha un limite.
S’involavano intanto: ballerine. Come volteggi d’aria dentro l’aria e vento a sovvenzione. Estremamente bianche nell’azzurro; rosse, le scarpe, guizzi, ma la musica non ha colorazione se non astratti d’anima e le gambe: come suoni leggeri.
Appena indietro, S. Stefano diffondeva Mozart. Ammaliato: ancora un’altra notte.
Alla vela, ma non si arriva mai.

Inevitabile, se viaggi il tempo indietro. Dunque restare? Piuttosto mi sconvolgo le cervella e crocifisso mi dispongo al palo, una corda sul collo – tira tira! – le braccia e le gambe legate a due cavalli – tira! – in direzioni opposte.
Tra l’altro, gli angeli stanno male ed i violini ne cantano la fine. Chiedere a Berg.

Intanto alla stazione. Dove fugge, Maestro?
Vado a Torino.
A fare?
Cose di morte a cena.

Bisanzio sussurrava di mancanza. C’ero venuto tanto tempo fa, di traverso di fuga.
Musica ripetuta, fumo e sonno, molti dialetti e sguardi. Esotiche le donne, col rimbalzo. Certe volte stordisce. Come l’Asia di là, dietro la mano. Andare è un’altra cosa: troppe steppe. Quasi senza confine: ha sapore di nulla.
Incontravo un amico. Secondo lui Bisanzio scorre via, come il canto di un pendolo.
Mi trascinava a Venezia, dentro le fondamenta, Diceva: siamo incurabili; dobbiamo stare qui.
C’era un angelo in giro. Lo incontravamo di notte sui battelli; ci ignorava.

E teso vento sale s’aggroviglia. Sui binari non serve.

A Parigi formavo collezioni: bicchieri vuoti e brindisi sviati.
C’erano tele lungo la parete, colme di brevità, minuscole apparenze luminose, come fosse la vita.
In campagna coi corvi, qualche volta. Una distanza enorme.
La sera, la tua gonna forniva informazioni di vizi e di virtù. Io m’appendevo afasico, pieno di sconvenienze, come uccelli a vampate. Poi scomponevo le tue prospettive per sfuggire la noia. Una parvenza il mondo, troppo simile a me.
Poi qualcuno scriveva della guerra, la malattia, il catarro e le sirene dei battelli a richiamare. Rispondevano tutti; e non se ne parli più.

Amsterdam galleggiava nei riflessi. E cocci di bottiglia.
Tu giravi colori e il tuo turbante aveva un’avvenenza di scomparsa. Stavi, nei canali e nel gelo, piume d’oca, orizzontali smossi firmamenti. Flusso, dalle tue labbra ancora.
Ti seguivo nel plumbeo dell’acqua per salvare i colori. Lo sai, non sono ripetibili: quello che sfuma sfuma.
Ti ho disegnato ieri sul mio viso: deludente l’effetto. Se provo nella testa t’allontani.
Ti cercavo talvolta nelle frasi che mormoravo appena, forse dentro la perla.

C’è sempre un crocevia. Girare dove?

Come per noi, fratelli, dove siamo, se ancora la memoria.

C’era quello che c’era quando c’era. Siamo stati un barlume, un ordine disperso, un singhiozzo in un balzo, una consolazione all’ignoranza e l’agrodolce rimaneva in gola, come un urlo su tela.
Faceva freddo, lì.

Alle Termopili c’era la prima neve. E vento.
Tu pettinavi i miei capelli sciolti mormorando antiche cantilene. M’assopivo. Intorno, stava la Morte Grande.
Stava la morte intorno ed i capelli. C’erano cantilene, c’era nebbia, c’era quello che c’era quando c’era.
Ho bisogno di te Madre di Terra e la tua quiete.
Noi siamo tutti qui, nell’altro tempo, ai confini di Grecia.


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