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Le poche cose che so di lei (2)

e

Spremere la spremibile spremuta: d’aglio (la mia pressione alta). Intanto, cazzerellare intorno.

Verso città, dopo ripetuti tentativi di afferrare la porta delle stelle: dita a contagio. Inutile.

Ad esempio l’amore. (Sempre esemplificando) potremmo rovistare un “infinito alla portata dei cani” (Céline, Viaggio al termine della notte), ma ai più sembrerebbe disdicevole. O una poesia: la lasci lì, giusto il tempo dell’esecuzione, poi torni per ringraziare.

Cinguettare, anche (come spesso succede) ricorrendo a linguaggi non verbali, sempre affidati al caso e al primo imbecille di turno.

O ancora, radere le tonsille a un neonato (per vedere le gli cambia la pelle) e magari il linguaggio. O rasare tutti i maschi al di sotto dei vent’anni (se necessario, anche oltre) Generalmente lo è.

Oppure sostenere che “Jesus loves you more then you will know” (Simon e Garfunkel, Mrs: Robinson), ma cosa vuoi che conti se non ce ne accorgiamo?

O tacere, di fronte a un invisibile non nato. Meglio volgersi altrove.

Per esempio d’esempio: al Museo. Arte come cospetto d’infinito (di nuovo! sarà una fissazione?) Fatto sta, che girando e rigirando, t’imbatti in uno che se ne intende, un critico di quelli fini (con tanto di biglietto da visita) ed intavoli conversazioni accanite sullo stato del non si sa cosa o giù di lì.

“In effetti, è una vera e propria iattura che i nostri scultori e pittori (speculando con raffinato calcolo sulle basse voglie del pubblico) si limitino ormai esclusivamente a raffazzonare e impiastrare alla meno peggio donne nude. Dopo di che conferiscono ai loro prodotti titoli come “Meriggio” (se è riuscita particolarmente adiposa e sonnolenta) o “Malinconia”, oppure ti fanno una “Donna in ginocchio” o una “Donna che medita” quasi che tali attività non si potessero ormai più svolgere se non in uno stato di perfetta nudità” (Arno Schmidt, Alessandro o della verità).

Comunque, non capisco perché. C’è qualcosa di male? Ah, le donne, le donne… (Si diceva, tanto per dire).

Usciti di lì, trascorrere: tempo e bottiglie. Quindi forato le ruote delle auto. E subito il LungoSenna ci sembrò più appartato.

Alle cere. Avete notato come certi manichini sembrino più reali del reale? Ah il concetto: una visione sempre soggettiva!

Per l’intanto, qualche madame di turno ricordava epoche passate, quando i manichini li trovati per strada (non diverso oggi). Sempre una questione artistica: dipende da chi modella le cere. Ad esempio, uno si costoro affermava: “Io potrei magari fabbricare figure che abbiano cuore, coscienza, passioni, sentimenti, moralità. Ma nessuno al mondo ne vuol sapere. Quello che vogliono, a questo mondo, sono soltanto le curiosità, i mostri. Ecco quello che vogliono, i mostri” (J. Roth, La milleduesima notte).

Poi si finisce sempre sul personale: domande, domandine, richieste. Curiosità, appunto.

Svicolare deciso (mentre la Senna sviscera ricordi e il me stesso diviso).

 

picasso[1]

le poche cose che so di lei

che poi non mi ricordo

come una nuvola adagiata

che ci sono caduto dentro

ma non mi ricordo

e vento non ce n’era

si restava appoggiati

e la sera una mancanza enorme

che di sera le nuvole scompaiono

ma io ci stavo dentro

e scomparivo.


Il viaggio

“Questo nostro viaggio è interamente immaginario. Ecco la sua forza.
Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, tutto è inventato. E’ un romanzo, dunque, null’altro che una storia fittizia”.

L.-F. Céline, Viaggio al termine della notte, trad. Alex Alexis, Dall’Oglio editore, Milano, 1982, p. 5.

picasso[1]

Uomini beste, città e cose: tutto si mostra viaggio. Ma un romanzo è soltanto immaginario? E se qualcuno afferma che “l’amore è l’infinito alla portata dei cani”, oggi forse persino l’amore per Dio, questa durezza estrema, questa negazione senza scampo è immaginario o, a volte, tragicamente reale? Immense contraddizioni, come l’uomo Céline. E il viaggio. Magari ne parliamo.

Auguro una buona serata, nonostante l’attentato in corso a Monaco.


La signorina Fuzio (piccole menzogne letterarie)

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gabriel pacheco

La signorina Fuzio è morta e sepolta.
Quando ci ho pensato mi è venuto un momento di sconforto.
Detto così riduce. Sconforto è cosa seria; ti pesa addosso come una valanga, quasi ti toglie il fiato, ti rinserra in un angolo piccolo estremamente buio, ma detto così perde pregnanza, si assottiglia, minimizza, evapora e finisce con l’essere ridotto a semplice fatto di cronaca, come se si dicesse : “c’era uno che stava un po’ giù” “uno chi?” “uno” “e perché?” “stava giù”. In pratica: tutto finisce lì (vaghezza di vago vagore. Vagamente).
Sembra allora che la questione stia non tanto nel dire che sei sconfortato, ma nel come lo dici.
Occorrerebbe non tanto limitarsi all’espressione, ma trovare un modo di esprimere. Uno che se ne intendeva (Céline) sosteneva, forse esagerando un po’, che la trama è roba da fruttivendole e che la letteratura riguarda la lingua, capace di rendere i fatti qualcosa di più ampio, diciamo significativo, magari simbolicamente allusivo, metaforicamente adombrato, al di là dell’apparenza di parola che si riduce a pura letteralità. La lingua che rimanda senza dire, pur dicendo di più, libera la categoria strettissima e fine a se stessa del fatto aprendola alle infinite possibilità del simbolo significante, cosa di cui parrebbe fosse convinto Brodskij che sosteneva che è la lingua che fa la letteratura. E anche l’uomo: “Il poeta, ripeto, è il mezzo di cui la lingua si serve per esistere” (I. Brodskij, Dall’esilio”. O forse viceversa.
Sia come sia, secondo Brodskij scrivere rimanda a una dimensione altra, forse un po’ metafisichetta, ma non c’è dubbio che, in base a tale idea, l’espressione del mio sconforto si sentirebbe per lo meno sollevata al di sopra della pura materialità del dire e forse si interrogherebbe su qualcosa di diverso dal semplice affermare. Come Kafka, tanto per dire: mica parlava di scarafaggi!
Tuttavia, anche tale rimando significativo non incide sulla questione pura e semplice che la signorina Fuzio è morta e pure sepolta e che tale fatto non è noto a nessuno, dato che chi ne era informato è ormai personalmente defunto a sua volta. Dunque, stiamo parlando di un fatto che non esiste. E neppure il mio sconforto.
Questo mi secca non poco. Che un sentimento così scomodo e coinvolgente, denso di gravidissime conseguenze letterarie esista al massimo a livello di semplice cronaca (giornalismo?), mi secca: non poco! Occorrerà allora dichiarare quel sentimento in altra forma, diciamo “letterariamente”, in modo da dar soddisfazione per lo meno alla lingua e dunque operare un passaggio fondamentale capace di trasformare lo sconforto/fatto/(cronaca) nell’oltre uomo della letteratura.
Esempio di trasformazione letteraria.
Sconforto: un sentire cadente. Come cadere da un pensiero.
Ecco, forse avrei dovuto dirlo più o meno così: “e mi sentivo cadere da un pensiero”. Se però fossi riuscito a passare sul piano letterario, avrei corso un rischio fortissimo di spersonalizzazione, finendo col fare un torto a me stesso sul piano personale. Sarebbe allora stato contento Blanchot, che afferma che un autore appartiene al rischio, perché: “L’opera esige dallo scrittore che egli perda ogni “natura”, ogni carattere, e che, cessando di riferirsi agli altri e a se stesso con la decisione che lo fa io, diventi il luogo vuoto dove si formula l’affermazione impersonale” (M. Blanchot, Lo spazio letterario, Einaudi, Torino, 1967, p. 41). Quanto alla morte e alla sepoltura della signorina Fuzio, dichiararle in un modo o in un altro non cambia la sostanza delle cose. Proviamo.
Potrei, ad esempio, dire: ella morì e fu sepolta. O ancora: morta e sepolta. O: morse (forse, morette?) O anche sbrigarmela sinteticamente con un “amen” (in questo caso, però, farei poesia: essa è, per dirlo sinteticamente, sintesi! Ahimè raramente sintetica: avete mai letto quelle poesie interminabili tipo io mammeta e tu – oh sant’iddio!). Potrei persino non parlarne per niente, travasando tutto nella categoria del trascendente cui il fatto della morte senz’altro ci consegna. Non cambia. Potrei affrontare la cosa da un punto di vista critico, ma vi sconsiglio dal fare i critici letterari, anche se vi invitano a discutere un testo. La cosa migliore che può capitarvi è che dopo vi si rivoltano contro per giustificare in ogni modo il loro fatto e, francamente, senza un lauto compenso, non vedo proprio perché dovrei sottopormi alla seccatura (leggere, cioè, il loro fatto per sentir poi smentire la mia lettura).
Resta però incontestabile che, come affermava Manganelli, la letteratura è menzogna. Come intendere tale dichiarazione? Decifrare una menzogna rischia di precipitare l’incauto che vi si provi in mondi paralleli di universi improbabili. Mantenendomi più al sicuro, posso soltanto azzardare un dubbio: siamo sicuri che i romanzi che leggiamo raccontino proprio di quello che ci sembra di leggere e che i personaggi che li rappresentano siano proprio le figure che appaiono e che fanno e dicono quel che fanno e dicono? Non sarà magari che essi parlano d’altro, come lo stesso romanzo e che, come sosteneva Blanchot, ciò che ci appare su un piano inequivocabilmente personale non lo è affatto? Non sarà che il dire dell’autore è un dire apparente, mentre è un non dire che rimanda a un altrove che non percepiamo ma che inspiegabilmente dovrebbe riguardarci? Forse la cosa migliore sarebbe lasciar perdere. Resta però che la signorina Fuzio è morta e sepolta e resta il mio sconforto.
Mi è venuto per caso, che come tutti sanno domina casualmente i fatti di un universo casuale (significa che casualmente fa letteratura).
Mi trovavo in auto, diretto verso un luogo di rifornimento. Non per l’automobile: per me, cioè un bar. Venni a trovarmi (trovaimi – è più letterario? -) nel quartiere della mia infanzia (ci sono andato apposta: mi piace) e anche perché so che lì troverò un bar aperto. E lì la signorina Fuzio mi folgora con la sua scomparsa. Intendiamoci: non è scomparsa al bar; casomai è ri-comparsa.
Abitava nel mio stesso stabile, al quinto piano (fa molto romantico) di un palazzo d’epoca umbertina (mai rimpianto abbastanza). Era signorina perché era irrevocabilmente zitella, promessa ad un fidanzato fantasma che nessuno ha mai visto, forse uno di quei poveretti dispersi in guerra che fa tanto romanzo fine ottocento e lacrime, ed era zitella perché era irrimediabilmente ordinaria. Piccola e grassottella, si affacciava alla porta di casa nella sua vestaglietta a fiori d’ordinanza, con un sorriso stemperato sulle labbra accennate di rossetto e gli occhi stretti (per vedere meglio), velati appena di blu. Ciglia a battente. Dietro di lei, immancabile: la madre. Risparmio descrizione.
Ci si affacciava reciprocamente alle porte per chiedere qualche favore (quelli soliti da inquilini): un pochetto di zucchero, una scorzina di limone, e giù di lì giù di lì, con la promessa di una pronta restituzione che non avveniva mai. Eravamo tutti perennemente in debito. Lei lo era con la vita, cui non concedeva nulla. Anche in credito, però: non riceveva. Era come fluttuasse in un mondo confinato tra il pianerottolo e la soglia. Per questo mi faceva un po’ pena e un po’ tenerezza, nonostante avessi solo dieci anni. La signorina Fuzio mi ispirava sentimenti cadenti: incontrarla si traduceva in un inevitabile cadere.
Anche gli altri inquilini mi ispiravano sentimenti stile precipizio. I signori Aliquò, infinitamente fuori moda e fuori tempo, se non proprio fuori dalla vita. Morirono in un incidente d’auto appena lui prese la patente. Il dr. Strollo, che mi cavò un dente, con la figlia Pucci, più grande di me di qualche anno ed infinitamente inguardabile. I signori Polidori – tristissimi – perennemente chiusi in un silenzio atavico come il loro impenetrabile appartamento, alla cui porta sostavo a volte in attesa di un qualche suono, preda di fantasie irriferibili. L’ing. Berlingeri, tralasciato allora come adesso: meglio tralasciare. Sostavo, quando non mi lanciavo per i gradini a balzi di cinque, chiaro segno del primo manifestarsi di un DNA di fuga, evidente anche nel rifiuto di recarmi ai giardinetti, dove avrei potuto fare incontri serrati, mentre preferivo passare interi pomeriggi a giocare al teatro con le mie marionette, dove il mondo lo inventavo io e, nell’invenzione, non ero più me stesso. E neppure il mondo.
A scuola però andavo. E lì c’era la signora Borrelli, più piccola del mazzo di fiori col quale si inerpicava per le scale il primo giorno di lezioni, mentre io mi sentivo abbandonato da mia madre alla mercé di quella che allora mi appariva come la summa della streghità. Ovviamente non era così; la letteratura è menzogna, ricordate?
Dunque, nessuna verità né luogo certo. “Questo esilio che è proprio del poema fa del poeta l’errante, il sempre smarrito, colui che è privo della presenza stabile e della vera sosta. E ciò deve essere inteso nel senso più grave: l’artista non appartiene alla verità, perché l’opera è ciò che sfugge al movimento del vero, perché sempre, da qualche parte, essa lo revoca, si sottrae alla significazione, designando la regione dove niente resta, dove ciò che è avvenuto non è tuttavia avvenuto, dove ciò che ricomincia non è ancora mai cominciato, luogo della più pericolosa indecisione, della confusione da cui niente sorge. Questo di fuori eterno è evocato efficacemente dalle tenebre esterne, in cui l’uomo è messo alla prova di ciò che il vero deve negare per divenire la possibilità e la via” M. Blanchot, op. cit., p. 207).
Dunque, un non dire che dice: qui ci ha condotto la morte della signorina Fuzio. Mi convinco allora sempre di più che non se ne sarebbe dovuto parlare. Ma se il luogo è il non luogo, parlare dove?
“Se, in effetti, l’opera d’arte è un’organizzazione testuale, una trama significante che manifesta una propria particolare densità semantica, questa organizzazione non è solamente un’articolazione di significati, ma un’organizzazione significante di un’alterità radicale, extrasignificante”. (M. Recalcati, Il miracolo della forma, Bruno Mondadori, Milano, 2011, p.39).
Questa alterità radicale è un luogo vuoto, come lo definisce Lacan nel Seminario VII, irriducibile alla significazione, che tuttavia proprio perché vuoto può far scaturire da sé ogni rappresentazione e dunque aprire al godimento del significare. Questo non vuol dire che la Cosa sia capace di parola, ma come l’Apollineo Nietzschiano si ridurrebbe a sterile forma organizzativa senza il Dionisiaco, lo stesso Dionisiaco non sarebbe altro che caos senza il sistema formale rappresentato dall’Apollineo. La sintesi non è un fatto; e neppure la lingua.
Santo cielo, questo dire il non dire per dire l’indicibile da dire rischia di trascinarmi nel silenzio; ma forse è da lì che si scrive: il silenzio del mondo.

E la signorina Fuzio?
La Pucci abita ancora lì: ho visto il suo nome sul citofono. Tale visione mi ha causato un sentimento talmente cadente da farmi precipitare in uno sconforto di cui non parlo, altrimenti ricominciamo da capo, col rischio di sprofondare in una saga familiare o, peggio, in un romanzo storico, di quelli infiniti celeberrimi che hanno avvilito la mia infanzia e indebolito il cervello di chi li ha letti e che non si dovrebbero scrivere mai, a meno di essere deboli di cervello e aver bisogno di indebolire quello degli altri per rassicurarsi. O a meno di essere Roth, che ti narra i fatti del signor Trotta ma in realtà parla della fine del mondo; o Marquez che ti racconta cent’anni senza che te ne accorgi. E neppure che la signorina Fuzio è morta. Ed è stata sepolta. Dove non so. O se sia vero.


ai confini di Grecia

a Michela

Dicono di me: arrivederci.
L’ora corre veloce ed io dileguo: occultarsi al sicuro, fino a che torni la sobrietà profonda della notte. Tra l’altro, la mia declinazione è inconsistenza.
Parametri a scomparsa. Uno per uno: provare a orizzontarsi. Quindi di conto: ah, non ritornano mai! Il tempo è una catena d’orologio: scorrere maglie. E il rosario.
Divincolarsi.

Mi scrivo.
Gentile amico, ecc. ecc. amenità sciocchezze parapiglia. Generalmente smentite; poi bla bla, sì come no; però, assolutamente contrario. E comunque, non ti ci abituare!
Tralascio la risposta.

Vagolavano intanto l’assoluto poche stelle al risparmio. Romantica la notte s’assopiva tra nuvole a casaccio. Vento assediava vele. Quando m’imbarco non ho soluzioni. Qualche volta un sestante.

Occorrerà
a noi dannati spersi
ricucire la terra
ed accerchiare il campo delle stelle
a riempire la sorte
lungo il moto incessante
del lunario animale
e chiudere le porte dell’eterno
perché ritorna
mentre per noi il sollievo è nel finire.
Occorrerà redimerci
dall’universo sparso
dove noi costruiamo storie magre
che qualcuno dimentica
quando la luna scende ombra di terra
sale
l’indefinito mistico
e noi malati cronici
parliamo malattie
e asserragliati
nel definito limite
occorrerà tracciare
nell’occhio del sestante
rotte diverse
per amore di donne e delle figlie
e le sorelle nubili
che non avranno prole da macello
che circonda la terra
e le approssimazioni delle stelle.

Quindi di sogno: alba.
Ti sarei grato se spegnessi la luce e mi lasciassi ancora.
Ti sarei grato se l’incrinato viola colmo di rosso rosa giallo appena s’addolcisse di ombra e palpebre.
Ancora ti sarei se tu non fossi altro da me diversa e unificati mi convergessi l’anima d’altrove dove tutto si sfoglia ed io consunto spargo cose d’intenso senza dire che dire fa fatica ed il silenzio sfugge questo orlo di mondo dove m’assiepo come se svenuto.
Ora riprendere fiato.

Ben presto stanco, cercavo soluzioni d’incompiuto, tanto per raggelare. Non mi trovavo male, ma qualcosa mancava. Forse un’ombra di sera: Padre.

Per evitare danni superiori.
M’imbronciavo di te: spazio d’ascolto. Quindi la notte Bach: come le stelle.
Mi sfogliavo lettura. Io non so stare senza farmi male, ma la tensione è vita. Tra pagine, tentare di disperdere: mondo e altro – leggi sciocchezze, convenzioni, comunicazioni vaghe, scarso amore. In breve: superficie.
C’era la storia, c’era la bufera, c’era quello che c’era quando c’era. Per questo:

prenotare carrozze.
Sai, quelle con parafanghi e la lanterna, sedili di velluto e all’occorrenza plaid. Il problema è i cavalli. Davvero il presente è impresentabile.
Vienna adagiata consultava ore. Lì il tempo è un fermaglio.
Piuttosto sul confuso, mi dirigevo al Prater. C’era una banda, forse d’altra sfera.
Mahler a passeggio consultava appunti d’ottoni ed altri fiati; nella testa violini. Qui la musica odora di formaggio con le patate al forno e l’anima disperde incomprensioni. Sulle panchine, mi sedevo adagio.
Si ballava dovunque. Altri, compunti, ascoltavano assorti sotto il palchetto e baffi. Audaci le signore. Grandi cappelli e ombra sulle ciglia.
Poco distante. S’era venduto il cavallo e strascicava la pistola in testa. Troppe notti, barone; troppe.
Poi ti incontravo come nei tuoi libri, per caso e per sventura. Naturalmente il peso è sempre falso e la pazienza ha un limite.
S’involavano intanto: ballerine. Come volteggi d’aria dentro l’aria e vento a sovvenzione. Estremamente bianche nell’azzurro; rosse, le scarpe, guizzi, ma la musica non ha colorazione se non astratti d’anima e le gambe: come suoni leggeri.
Appena indietro, S. Stefano diffondeva Mozart. Ammaliato: ancora un’altra notte.
Alla vela, ma non si arriva mai.

Inevitabile, se viaggi il tempo indietro. Dunque restare? Piuttosto mi sconvolgo le cervella e crocifisso mi dispongo al palo, una corda sul collo – tira tira! – le braccia e le gambe legate a due cavalli – tira! – in direzioni opposte.
Tra l’altro, gli angeli stanno male ed i violini ne cantano la fine. Chiedere a Berg.

Intanto alla stazione. Dove fugge, Maestro?
Vado a Torino.
A fare?
Cose di morte a cena.

Bisanzio sussurrava di mancanza. C’ero venuto tanto tempo fa, di traverso di fuga.
Musica ripetuta, fumo e sonno, molti dialetti e sguardi. Esotiche le donne, col rimbalzo. Certe volte stordisce. Come l’Asia di là, dietro la mano. Andare è un’altra cosa: troppe steppe. Quasi senza confine: ha sapore di nulla.
Incontravo un amico. Secondo lui Bisanzio scorre via, come il canto di un pendolo.
Mi trascinava a Venezia, dentro le fondamenta, Diceva: siamo incurabili; dobbiamo stare qui.
C’era un angelo in giro. Lo incontravamo di notte sui battelli; ci ignorava.

E teso vento sale s’aggroviglia. Sui binari non serve.

A Parigi formavo collezioni: bicchieri vuoti e brindisi sviati.
C’erano tele lungo la parete, colme di brevità, minuscole apparenze luminose, come fosse la vita.
In campagna coi corvi, qualche volta. Una distanza enorme.
La sera, la tua gonna forniva informazioni di vizi e di virtù. Io m’appendevo afasico, pieno di sconvenienze, come uccelli a vampate. Poi scomponevo le tue prospettive per sfuggire la noia. Una parvenza il mondo, troppo simile a me.
Poi qualcuno scriveva della guerra, la malattia, il catarro e le sirene dei battelli a richiamare. Rispondevano tutti; e non se ne parli più.

Amsterdam galleggiava nei riflessi. E cocci di bottiglia.
Tu giravi colori e il tuo turbante aveva un’avvenenza di scomparsa. Stavi, nei canali e nel gelo, piume d’oca, orizzontali smossi firmamenti. Flusso, dalle tue labbra ancora.
Ti seguivo nel plumbeo dell’acqua per salvare i colori. Lo sai, non sono ripetibili: quello che sfuma sfuma.
Ti ho disegnato ieri sul mio viso: deludente l’effetto. Se provo nella testa t’allontani.
Ti cercavo talvolta nelle frasi che mormoravo appena, forse dentro la perla.

C’è sempre un crocevia. Girare dove?

Come per noi, fratelli, dove siamo, se ancora la memoria.

C’era quello che c’era quando c’era. Siamo stati un barlume, un ordine disperso, un singhiozzo in un balzo, una consolazione all’ignoranza e l’agrodolce rimaneva in gola, come un urlo su tela.
Faceva freddo, lì.

Alle Termopili c’era la prima neve. E vento.
Tu pettinavi i miei capelli sciolti mormorando antiche cantilene. M’assopivo. Intorno, stava la Morte Grande.
Stava la morte intorno ed i capelli. C’erano cantilene, c’era nebbia, c’era quello che c’era quando c’era.
Ho bisogno di te Madre di Terra e la tua quiete.
Noi siamo tutti qui, nell’altro tempo, ai confini di Grecia.


Viaggio al termine della notte di L.F. Céline

Azzardo un’interpretazione. Mi sono sempre chiesto come un essere abietto, quale Céline era, un collaborazionista, un simpatizzante nazi-fascista, e tralascio altre definizioni sgradevoli, abbia potuto scrivere un capolavoro, un’odissea sublime, come Viaggio al termine della notte. Un enigma all’apparenza insolubile.

Pure una soluzione c’era. Per trovarla, occorreva considerare il libro come tale, ma soprattutto come uno specchio dell’uomo che lo ha scritto. Dunque, una complessità, non un semplice libro. Per orizzontarsi in questa complessità occorre uno sforzo: non lasciarsi andare alle parole e a ciò che esprimono attraverso uno stile meraviglioso, ma ricordarsi sempre allo stesso tempo di chi le ha scritte. Il romanzo racconta la storia di un perfetto imbecille che, per compiere un atto apparentemente privo di qualsiasi senso, si ritrova immerso negli orrori della guerra. Questo imbecille è Céline stesso. Il giovane Céline: guascone, irriflessivo, con la tendenza a disperdersi nell’esteriorità del vino, delle donne, dell’assenza di ogni significato. Un essere totalmente esteriorizzato, privo di qualsiasi contatto con la propria interiorità. Che tuttavia c’era e gli ha dichiarato guerra. Da qui l’incredibile. Assistiamo infatti, nello svolgersi del romanzo, alla più impensabile delle trasformazioni: da perfetto idiota a santo. Come è possibile? Il personaggio di Céline, dunque Céline stesso, attraverso l’orrore impara a muoversi nel non senso, a prenderlo in considerazione. Si accorge che l’orrore c’è, esiste, e non è soltanto la guerra: è la vita. E in quell’orrore bisogna muoversi, vivere, imparare a sopravvivere. Quell’orrore va curato, e il medico che quell’imbecille era se ne prende infinitamente cura. Di sé si prende cura finalmente, dell’orrore che è, e in quel prendersi cura riscatta la frattura nella quale ha vissuto da sempre.

Un romanzo straordinario: una cura. Peccato che tutto ciò sia avvenuto a un livello non percepito, potrei dire soltanto immaginato. L’uomo Céline è rimasto quello che era: lontano dall’artista. Fu considerato una vergogna per la letteratura francese: non se ne vergognò mai. Il personaggio del romanzo avrebbe tutte le ragioni di non vergognarsi; Céline no.

Céline


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