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polvere di sole sul cuscino

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Era difficile svegliarsi la mattina

liberare la notte dai suoi ingressi

che avresti rinnovato

ogni forma di pietra

dove questa città sostava il tempo

e l’arte di restare addormentata

in una lontananza che non duole

se non malinconia.

Era difficile

ma non avevo mezzi alternativi

tranne che ricordarmi

di non dovere mai dimenticare

e l’attesa

di una distanza ingiusta da colmare

quando eravamo sogni

senza portare il peso

di una storia che dico.

Oggi non ho rimedio dal rumore

e il tempo non mi parla

se non di atmosfere

se piove

o polvere di sole sul cuscino

_ polvere, ti dicevo, di parole _

mentre più tardi sarà sempre sera:

cielo spiovente a nord, stelle nell’aria.


Questa città

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Mia cara, non ci siamo spiegati a sufficienza

notte divampa accanto ed io m’azzero

questa città

s’adagia sul mio sonno

come una rosa scura in mezzo al mare

sembra

qualche cosa di fondo

e nuotare diventa dissolvenza

quando risale, muore.

Non lo dovremmo dire a quest’età

ma le parole sanno d’altri tempi

e scivolano, lo sai, come le rughe

dalle tempie alla bocca

angeli stanno al vento e noi sostiamo –

ma non abbiamo un quando o una risposta

e il tempo, nel mio poco addosso

se non sogni l’eterno

cosa vuoi che ti dica

se non di qualche notte.

 


Dal ponte

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Dove si fermerà
questa città
lungo la vista che si sporge
e il fiume
inconsapevolmente decifrato
ogni sosta di ansa
dove ti aspetto in una corsa fiato
e la scia
di una prossima volta


uno sguardo dal ponte

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dove si fermerà
questa città
lungo la vista che si sporge
e il fiume
inconsapevolmente decifrato
ogni sosta di ansa
dove ti aspetto in una corsa fiato
e la scia
di una prossima volta


o qualcosa di simile

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Non mi ricordo più di questa casa

o qualcosa di simile.

Eppure credo d’esserci cresciuto

qualche volta la vita

e mi ricordo stanze

le une nelle altre

tanto che m’inventavo un corridoio

dove lanciavo quel che capitava

così facevo finta di rincorrere qualche cosa

o la sorella che immaginavo quando mi serviva

a vivere il teatro che mi sentivo in testa

o forse tra le dita

o i piedi

che mi strusciavano contro un pavimento

fino a arrivare dove sta mia madre

bianca

come la farina

e mia nonna impastava gli odori

che mi abitavano quando c’era cena

e ricordo persino una bottega

o qualche cosa che gli somigliava

proprio sotto la casa

all’angolo di un angolo d’altrove

forse come le case

dove mio padre riparava

quello che capitava e altro

e dalla terra costruiva vasi

o quelli che mi sembravano

uomini di fango come il fango…

possibile che mi sia inventato tutto questo?
Ah, la memoria gioca brutti tiri

come questa sirena che mi striscia

e mi trascina

sibila

dove una volta c’era una città

o qualcosa di simile.


notte stellata – di anne sexton

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La città non esiste
se non dove un albero dalle nere chiome scivola
come una donna annegata nel cielo caldo.
La città è silente. La notte in tumulto con undici stelle.
Oh stellata notte! E’ così
che voglio morire.

Si muove. Sono vivi, tutti.
Perfino la luna si rigonfia nelle sue catene arancio
per schizzare, come un dio, bambini dal suo occhio.
Non visto il vecchio serpente s’inghiotte le stelle.
Oh stellata notte! E’ così
che voglio morire:

dentro quella bestia notturna assalitrice


piccola alternativa fuori mondo

 
 
fino a quando mi sfogli
e con la mano sento le parole
nell’umido dei giorni
tu distesa
chi potrebbe mai dire se nel palmo
rimane l’universo
o la città
dove qualcosa scorre come un fiume
io mi bagnavo nel battesimale
dei tuoi occhi segnati
e la corrente
che trascina via
un’orda di richiami
nelle ore che sanno di finire
– ah se potessi scuotermi –
e la terra in un’ombra infinita

 
 


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