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il molo

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Allora, questo molo è così bello?
E i pesci che vi si annidano sperando di sopravvivere
gli uccelli marini che vi sostano
in attesa di altre ali, altre emozioni
quando il mare concede e non frastaglia
la notte che vi approda
e nasconde gli amanti
e i suicidi che l’hanno trasportato
dove il cielo non è una lontananza
e le biciclette vi scorrono comunque,
dove
sono andati
cosa
potrebbero pensarne
se
potessero?
Forse
sarebbero grati
a quella piattaforma di cemento
che ha permesso loro di evitare
qualcosa che era diventata insopportabile
ma non senza una punta di malinconia.
Dunque, quel molo
sarebbe anche una profonda, lenta nostalgia
mentre noi ci ingegnamo
a trasferire la nostra longitudine
dove la latitudine è un sollievo
perché siamo fatti soltanto di speranza
o di altrimenti zero
e un molo è una speranza di partire.
Per alcuni tornare.
Personalmente io non ne ho bisogno
perché nella mia città non c’è un molo
né pesci o conchiglie
e neppure frangenti
ma soltanto uccelli marini
che si sono sperduti.


l’eroe dai mille volti

1a

Anche oggi pioveva mentre piove
e la mia disponibilità scorre sui vetri
in un indisponibile passaggio
che se tocco mi bagno.
Ma se fossi finestra darei ospizio
a certe indefinite infiltrazioni
un alterno insicuro
se ristagno.

Ho costruito una città dolente
dove non voglio vivere:
sto, dove soggiace stare.
Se fossi un architrave senza legno
m’imbarcherei su navi senza porti
ma sono carta e a volte sono vento
che mi sfilo i capelli e le parole
mi sfilo l’asma
l’alba
la disdetta
e il tempo che ho venduto per campare.

Inseguo
nelle ultime ore.

E nella notte quando le falene
ardono le scintille senza sole
nella voce che muore
nel silenzio
io sono un infinito smarrimento.
Senza terra.
E neppure
dolente
ma una stella.


uno sguardo dal ponte

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dove si fermerà
questa città
lungo la vista che si sporge
e il fiume
inconsapevolmente decifrato
ogni sosta di ansa
dove ti aspetto in una corsa fiato
e la scia
di una prossima volta


o qualcosa di simile

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Non mi ricordo più di questa casa

o qualcosa di simile.

Eppure credo d’esserci cresciuto

qualche volta la vita

e mi ricordo stanze

le une nelle altre

tanto che m’inventavo un corridoio

dove lanciavo quel che capitava

così facevo finta di rincorrere qualche cosa

o la sorella che immaginavo quando mi serviva

a vivere il teatro che mi sentivo in testa

o forse tra le dita

o i piedi

che mi strusciavano contro un pavimento

fino a arrivare dove sta mia madre

bianca

come la farina

e mia nonna impastava gli odori

che mi abitavano quando c’era cena

e ricordo persino una bottega

o qualche cosa che gli somigliava

proprio sotto la casa

all’angolo di un angolo d’altrove

forse come le case

dove mio padre riparava

quello che capitava e altro

e dalla terra costruiva vasi

o quelli che mi sembravano

uomini di fango come il fango…

possibile che mi sia inventato tutto questo?
Ah, la memoria gioca brutti tiri

come questa sirena che mi striscia

e mi trascina

sibila

dove una volta c’era una città

o qualcosa di simile.


notte stellata – di anne sexton

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La città non esiste
se non dove un albero dalle nere chiome scivola
come una donna annegata nel cielo caldo.
La città è silente. La notte in tumulto con undici stelle.
Oh stellata notte! E’ così
che voglio morire.

Si muove. Sono vivi, tutti.
Perfino la luna si rigonfia nelle sue catene arancio
per schizzare, come un dio, bambini dal suo occhio.
Non visto il vecchio serpente s’inghiotte le stelle.
Oh stellata notte! E’ così
che voglio morire:

dentro quella bestia notturna assalitrice


piccola alternativa fuori mondo

 
 
fino a quando mi sfogli
e con la mano sento le parole
nell’umido dei giorni
tu distesa
chi potrebbe mai dire se nel palmo
rimane l’universo
o la città
dove qualcosa scorre come un fiume
io mi bagnavo nel battesimale
dei tuoi occhi segnati
e la corrente
che trascina via
un’orda di richiami
nelle ore che sanno di finire
– ah se potessi scuotermi –
e la terra in un’ombra infinita

 
 


a Roma

 
 
angolo

    (foto ed elaborazione di luciana riommi)
     
     

    Tratto da “Ara Coeli” in Desiderare altrimenti
    (Fermenti Editrice 2011)

    Chi sei tu: questa città. Ordine e caos, assennata e selvaggia, crudele e colma di pietà. Le tue contraddizioni mi stordiscono. Hai dispensato vita e dato morte, tracannato l’Olimpo e il Paradiso, donato cognizione e sparso sangue. Ignoro se hai speranza di perdono.
    Hai dato asilo a quelli che hai scacciato, crocifisso, dannato. Ne hai indossato le vesti, senza spogliarti prima delle tue.
    Nel manto dei tuoi secoli: gli dei che veneravi e oggi ignori. Sopravvivono in ogni filo d’erba nascosto tra le forme delle pietre, rilanciando messaggi inauditi che smentiscono quello che dagli altari detti. Non ti sei rinnegata a sufficienza; in ogni tuo sorriso colgo un ghigno.
    Propaghi senso e spesso il suo contrario. Sei storia, evoluzione, conoscenza; subito dopo sconosciuta assenza. Come se l’abisso avesse forma.
    Ignoro se cammino i tuoi percorsi: ogni passo è smentito. Sei sospensione, silenzio; evanescenza ogni tua conferma. Senza affermare, senza sconfessare: un’incertezza.
    Come un assurdo intenso. Che permette di vivere.

     
     


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