Archivi tag: civiltà

rene char: fine delle solennità

 

“io non posso scordare queste forme”

 

 

Ristorato
dalla bontà di un frutto invernale,
ho riportato il fuoco dentro casa.
La civiltà degli uragani
gocciolava
dal cornicione del tetto.

Ora potrò, secondo il mio volere,
odiare la tradizione,
vagheggiare la brina dei passanti
su sentieri liberi da insidie.
Ma a chi potrò affidare
i miei figli mai nati?

La solitudine
aveva perduto le sue spezie,
la fiamma bianca lentamente
si spegneva,
altro il suo calore non offriva
che un respiro morente.

Senza solennità
mi inoltrai in quel mondo murato,
amando senza segreti
quanto sotto di me
tremava.

 


Il lavoro dell’Ombra

 

Franz-Kline-Elizabeth-1958-www.reproduction-gallery.com[1]

(Franz Kline, Elizabeth)

Dall’esilio cui la civiltà in cui viviamo ha relegato tutto ciò che la coscienza dell’Io non afferra immediatamente, semplicemente negando ciò che potrebbe turbarla o anche solo metterne in discussione le certezze, l’Ombra cela proposte di diversità. Con il termine Ombra, C.G. Jung si riferisce ad aspetti di personalità che l’uomo ignora e consegna all’oblio apparente dell’inconscio in quanto sgraditi. Il soggetto che ne risulta è per lo meno mutilato, se non altro rispetto alla conoscenza di sé e delle proprie possibilità di linguaggio, condannandosi a un silenzio espressivo e a un’impotenza conoscitiva senza remissione. Non di tratta di fenomeno raro; Jung scrive che l’uomo senz’Ombra è “il tipo d’uomo statisticamente più frequente, che vaneggia d’essere soltanto ciò che preferisce sapere di sé” (C.G. Jung, 1947-1954, p. 225).
L’Ombra è dimensione diversa dell’esistere; la sua voce ha suono che scompone, i suoi occhi hanno visioni d’altro e i panorami in cui spazia non sono immediatamente riconoscibili nel mondo appiattito dalla luce accecante dell’unilateralità della coscienza in cui la civiltà occidentale si è avvolta: l’Ombra ha spessore profondo. L’occhio abitudinario del soggetto moderno che rifiuta il disagio dell’esistere è scosso da vertigine e il linguaggio della società ridotta ai termini minimi dalla quotidiana negazione dell’Ombra ne risulta sconvolto. Il linguaggio dell’Ombra è simbolo, nel senso che si fonda in un “non ancora” ignoto da cui trae messaggi d’inquietudine, necessità d’espressione diversa, rifiuto di ogni segno letterale, sfondamento della visione abituata a segni scontati così cari alla coscienza odierna. Non si intenda per simbolo – come oggi potrebbe avvenire – una semplice abbreviazione del tipo di qualche segnetto proprio del linguaggio telefonico o del web che dicono ancora meno di quello che impropriamente tentano di dire. Il simbolo è creazione di lingua, espressione nuova, forza costante d’urto, anelito e desiderio non di “cose”: d’essere. Il luogo della sua massima espressione è l’arte.

Noi siamo culturalmente nell’orizzonte strutturale della razionalità. Se questo è vero, dovremmo interrogarci su quale sia il nostro lato in ombra. Che cosa stiamo negando di noi o espellendo dalla nostra identità culturale? Con quale sembianza potrà ricomparire davanti a noi Mefistofele? Jung risponde: nella sembianza dell’uomo senz’Ombra. Il nostro “demone” potrebbe essere quest’uomo appiattito e senza figura che corrisponde al massimo dell’inflazione dell’Io. (Rovatti, 1992, p. 55).

Il nostro demone è allora l’Ombra negata. Nella sua ricerca d’”Altro”, l’artista frequenta condizioni estreme, dove l’Ombra spazia e si presenta con aspetti non frequenti e perturbanti, tipici del mondo immaginario dell’inconscio. La visione che ne risulta è frammento e spazio, limite del consueto e sfondamento del già dato, provocazione di una realtà inesistente che, tuttavia, all’esistente si rivolge per stravolgerlo e rifondarlo, immettendo in esso ciò che in esso è mancante in quanto imprevisto, inatteso, inusuale, inaccettabilmente inaudito.
L’artista non approda mai a un significato definito: il suo linguaggio è proposta che lascia libero l’osservatore di completarne il senso con i suggerimenti tratti dalla propria Ombra, di accettare o rifiutare, in ogni caso immaginare ancora. Non si tratta di un limite: le immagini sono sempre aperte e in esse è possibile vedere quello che si vuole, magari anche quello che non c’è (all’autore non dispiacerebbe) o ancora di usarle per pura stimolazione priva di senso apparente, dando così risalto al senso del non senso. Come scrive Franco Rella, “dobbiamo rivoltarci contro gli statuti della ragione, che ha espulso da sé pratiche, comportamenti, bisogni determinati, senza perderci, senza perdere la ragione, per ricostruire la sua realtà conflittuale, la realtà dei suoi conflitti.“ (Rella, 1978, pp. 10-12).
Per usare una metafora letteraria ispirata al Castello di Kafka, per l’artista in quel castello non si deve entrare: non è quello che conta. Non ha importanza svelarne il contenuto, accedere alla verità che vi è celata, se mai ne contenga una come la ragione pretenderebbe. Occorre cercarla, girarci intorno, percorrere il cammino che la adombra e, adombrando, cercare qualcosa di diverso. La risposta è il percorso, non il riempimento che non svela; solo così la mancanza non è saturata da risposte piene e arbitrarie e l’essere continua ad anelare di esistere.
La forza del simbolo trascina nelle immagini, stravolge la scena del reale immettendo in esso figurazioni inconsce che quella realtà velata di pretesa invadono e definiscono col linguaggio dell’”Altro”, rendendola sfuggente ed allusiva. Una forza capace di stimolare lo spettatore anche a sua insaputa e contro la sua volontà, proponendosi persino come provocatoriamente orribile, perché l’Io non è aduso all’inconscio e così definiscce l’impensato/impensabile delle figurazioni che propone. Un’Ombra allucinata e allucinante irrompe allora nel reale reinventadolo diverso, affiancando ad esso la visione normalmente invisibile di figure che ammiccano la loro presenza a volte discreta, altre dirompente, per ricordare all’artista e al fruitore che esse possono esistere e che il mondo che l’uno propone e l’altro osserva è qualcosa di più ampio di quel che appare, qualcosa di normalmente ignorato che, se decifrato, rende presenza all’essere mancante e al suo linguaggio muto che deve essere detto se si desidera uscire dalla riproposizione di un passato defunto, sempre inattualmente attuale, e tentare di disegnare la diversità del mondo in un’espressione nuova.


a Roma

 
 
angolo

    (foto ed elaborazione di luciana riommi)
     
     

    Tratto da “Ara Coeli” in Desiderare altrimenti
    (Fermenti Editrice 2011)

    Chi sei tu: questa città. Ordine e caos, assennata e selvaggia, crudele e colma di pietà. Le tue contraddizioni mi stordiscono. Hai dispensato vita e dato morte, tracannato l’Olimpo e il Paradiso, donato cognizione e sparso sangue. Ignoro se hai speranza di perdono.
    Hai dato asilo a quelli che hai scacciato, crocifisso, dannato. Ne hai indossato le vesti, senza spogliarti prima delle tue.
    Nel manto dei tuoi secoli: gli dei che veneravi e oggi ignori. Sopravvivono in ogni filo d’erba nascosto tra le forme delle pietre, rilanciando messaggi inauditi che smentiscono quello che dagli altari detti. Non ti sei rinnegata a sufficienza; in ogni tuo sorriso colgo un ghigno.
    Propaghi senso e spesso il suo contrario. Sei storia, evoluzione, conoscenza; subito dopo sconosciuta assenza. Come se l’abisso avesse forma.
    Ignoro se cammino i tuoi percorsi: ogni passo è smentito. Sei sospensione, silenzio; evanescenza ogni tua conferma. Senza affermare, senza sconfessare: un’incertezza.
    Come un assurdo intenso. Che permette di vivere.

     
     


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: