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il tempo della crisi

Ieri un amico, riferendosi ad alcune mie piccole difficoltà personali, mi chiedeva se era finita la crisi, domanda legittima ma cui non c’è risposta. La crisi, infatti, non è fenomeno passeggero, qualcosa che ci viene a trovare, saluta e se ne va: la crisi è fenomeno che riguarda l’esistenza.

A mio avviso, non esiste esistenza senza crisi, dato che quest’ultima è uno status che riguarda la coscienza e, senza crisi, non esiste coscienza. La coscienza è per se stessa crisi, rompendo, come fa, lo status originario di indifferenziazione con l’inconscio. Esistere è rottura, è crisi, tanto che ci sarebbe da augurarsi che una crisi non passi mai.

Un’altra amica mi ricordava che il sonno della coscienza genera mostri (credo citando Shakespeare). Ecco, io spero di rimanere sveglio e che la mia crisi non mi lasci addormentare.

Crisi è, tuttavia, anche quando la coscienza si addormenta e i “mostri” prendono il sopravvento. Crisi è assenza, mancanza, effetti degenerativi di diverso genere. Questa non è la mia crisi, ma di questa parlo in un breve articolo, già pubblicato su la Rivista Fermenti, che qui propongo in formato PDF, leggibile o scaricabile,  per chiunque avrà la pazienza di leggerlo e, inevitabilmente, andare in crisi.

Auguri!

 

(articolo segnalato anche su la Rivista letteraria “Il Segnale”

Baldaccini-Il tempo della crisi

 

IL SEGNALE n. 932012

 

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io non ti dico niente (revisited)

2a

Io non ti dico niente
tu continua
a spingere la strada verso est
e i richiami
le rondini
le pianure dell’Asia sul tuo seno
i laghi tra le cosce
quando la notte è umida e i passaggi
si indovinano ad eco
io non dico
di avvilupparti ai miei diversi intenti
e fermare la morte
se solo si vestisse da fanciulla
ed offrisse un amplesso
che nessuno potrebbe ricordare
né della vita fare questa stanza
che cade qualche forma con il giorno
e a volte
mi viene un sonno senza somiglianza
che mi copre la notte.


Altamira

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Altamira una volta

ed il mio fiato

trasposto sulla roccia

mentre qualcosa mi correva a fianco

ma non era una donna

mentre il tempo

mi scivolava dietro

aspettavo la luna per sapere

quanto

fosse trascorso

se

e fino allora invano.


infinito zero

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Mi è sempre piaciuto dividere le cose
una goccia dall’acqua
un fiore dalla terra
un quadro dal pennello.
Sono venuto a dividere e a dividerti
per poterti guardare
che altrimenti
ti vedo come notte e dico notte

come succede con le altre cose

ma me le trovo sempre tra le mani
che si uniscono
e per quanto divarichi
ritornano
e per questo non sono diviso da ciò che sono stato
ma sono diviso da quello che sarò:
le conseguenze mi rintracceranno.


ultima comunicazione a mezzo notte

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(c. bresson)

Dunque l’informazione non è esatta. Non resta che prenderne coscienza. Come spesso succede, si recalcitra; si recalcitra spesso, che poi non fa piacere l’ammissione, ma negarla sconforta. Pertanto, riconoscere la vanità dei nostri soliloqui e riceverne in cambio.
L’unica cosa che qui ci rimane, è chiudere bottega, recuperare danni e negazioni,
sgombrare questa scena svuotata e scettico stampare le illusioni per metterle davanti
all’evidenza. Per non farle più illudere.
Meglio farsi un panino, qualche gita, una scopata a notte fonda in sogno; meglio una
canna – dicono – per rabberciare le riparazioni al mio volto sbarrato, ma l’occasione è
tarda e i miei fraseggi lasciano il tempo al tavolo dei morti dove mi muore la stupidità,
l’inganno, il narcisisno, l’insistenza. L’ultimo l’ho scritto per me.

L’angelo se ne andava con tutte le occasioni della vita in un borsa stretta: come l’ultimo giorno. Inseguire? Una forma disfatta.
Poco a poco scendeva dalla notte l’alba che risaliva. Suadente: una derivazione di presenza. Diversa dalla mia, la tua, l’astro sfuggente ed ansimanti forme di memoria.
Una distanza incerta.
Non ho scelte di campo e la mattina s’annuncia come una sopravvivenza. Il problema è trovare una ragione.
Stupefacenti facce di farfalla faceva la finestra. Aprire allora il fondo del bicchiere: ci vorrebbe un caffè. Per questo, ancora sibili.
Anticamente mi radevo il sole per fare della notte una scintilla. Ah, questa strana orma: mai nessuno. Quindi telefonare; non risponde. Se ricevessi? Non risponderei.
Appena poco ancora: aria di sosta. Non mi va di parlare col lenzuolo. C’erano sogni in giro. Chi mi afferra? La terra quando accosta non riposa. Hai voglia a ricercare con le mani.
Crampi di notte.
Se mi ricorderai, amami svogliatamente.
.


ad un altro me stesso

Tristia

Tu mi scrivi

io leggo

e se ti scrivo io

tu non puoi farlo

Esistono milioni di libri. Milioni ne esistono, che non ho letto. Essi sono un silenzio, un luogo dell’anima inviolata, un universo privo di riflesso, una paura. Provocano sgomento: penetrarli significherebbe assumersi la responsabilità dell’ignoranza. Del vuoto, anche: tutto il vuoto che sono per non averli letti.

Un segreto da non dire e non frequentare. Farlo significherebbe rivelare un volto dell’essere inespresso. Dargli forma, ma ci vuole coraggio. Il coraggio di ammettere l’ignoto e riconoscere che la propria conoscenza è soltanto un minimo impreciso. Il coraggio di guardarsi in quelle pagine e, con infinita pazienza, ricominciare a costruire, rinunciando alla costruzione insufficiente che ti riveste.

Dunque ammettere. Questo chiedono quei milioni di libri. Un’ammissione amara del non sapere, non aver dato vita né un volto di riflesso a una serie di voci ridotte al ruolo insulso di scaffali. Una casa sguarnita, tralasciata. Un abbandono; soprattutto di sé. Frequentarla? Un azzardo. Significa mettere lo sguardo nel non essere.

Essi sono il non essere che, come tutto ciò che (non) esiste, chiede esistenza. E dovrei farlo io. (Perché poi dovrei assumermi tale compito improbo: chiedere al Super-io). Perché non fato? Chiedere all’incoscienza.

Essi comunque esprimono una richiesta: rimediare alla mia strascicata insufficienza Una specie di Copernico al contrario, un Galileo che non abiura, una chiusura dura a questo mondo per aprirne infiniti. Occorre solitudine: i libri non ammettono altra compagnia. Ed un altro me stesso.


senza avere un giardino

 

 

 

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certe volte non c’era un giardino

ma un albero di rame

dove non si affacciavano le mele

e neppure le foglie

e le stagioni cadevano in silenzio

senza fare rumore

né una chiave

per una porta verso l’invisibile

perché non c’era nulla da vedere

o qualcosa da chiudere

a una costante nuda esposizione

e forse non c’era davvero un giardino

o un passaggio segreto

dove gli uccelli

portano storie da leggere la sera

alla coscienza

nel suo travaso lento nella terra

senza niente da dire


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