Archivi tag: coscienza

infinito zero

I-TONDI-olio-su-cartone-1960-circa-piranellocm-515-x-cm-64

Mi è sempre piaciuto dividere le cose
una goccia dall’acqua
un fiore dalla terra
un quadro dal pennello.
Sono venuto a dividere e a dividerti
per poterti guardare
che altrimenti
ti vedo come notte e dico notte

come succede con le altre cose

ma me le trovo sempre tra le mani
che si uniscono
e per quanto divarichi
ritornano
e per questo non sono diviso da ciò che sono stato
ma sono diviso da quello che sarò:
le conseguenze mi rintracceranno.

Annunci

ultima comunicazione a mezzo notte

imgres

(c. bresson)

Dunque l’informazione non è esatta. Non resta che prenderne coscienza. Come spesso succede, si recalcitra; si recalcitra spesso, che poi non fa piacere l’ammissione, ma negarla sconforta. Pertanto, riconoscere la vanità dei nostri soliloqui e riceverne in cambio.
L’unica cosa che qui ci rimane, è chiudere bottega, recuperare danni e negazioni,
sgombrare questa scena svuotata e scettico stampare le illusioni per metterle davanti
all’evidenza. Per non farle più illudere.
Meglio farsi un panino, qualche gita, una scopata a notte fonda in sogno; meglio una
canna – dicono – per rabberciare le riparazioni al mio volto sbarrato, ma l’occasione è
tarda e i miei fraseggi lasciano il tempo al tavolo dei morti dove mi muore la stupidità,
l’inganno, il narcisisno, l’insistenza. L’ultimo l’ho scritto per me.

L’angelo se ne andava con tutte le occasioni della vita in un borsa stretta: come l’ultimo giorno. Inseguire? Una forma disfatta.
Poco a poco scendeva dalla notte l’alba che risaliva. Suadente: una derivazione di presenza. Diversa dalla mia, la tua, l’astro sfuggente ed ansimanti forme di memoria.
Una distanza incerta.
Non ho scelte di campo e la mattina s’annuncia come una sopravvivenza. Il problema è trovare una ragione.
Stupefacenti facce di farfalla faceva la finestra. Aprire allora il fondo del bicchiere: ci vorrebbe un caffè. Per questo, ancora sibili.
Anticamente mi radevo il sole per fare della notte una scintilla. Ah, questa strana orma: mai nessuno. Quindi telefonare; non risponde. Se ricevessi? Non risponderei.
Appena poco ancora: aria di sosta. Non mi va di parlare col lenzuolo. C’erano sogni in giro. Chi mi afferra? La terra quando accosta non riposa. Hai voglia a ricercare con le mani.
Crampi di notte.
Se mi ricorderai, amami svogliatamente.
.


ad un altro me stesso

Tristia

Tu mi scrivi

io leggo

e se ti scrivo io

tu non puoi farlo

Esistono milioni di libri. Milioni ne esistono, che non ho letto. Essi sono un silenzio, un luogo dell’anima inviolata, un universo privo di riflesso, una paura. Provocano sgomento: penetrarli significherebbe assumersi la responsabilità dell’ignoranza. Del vuoto, anche: tutto il vuoto che sono per non averli letti.

Un segreto da non dire e non frequentare. Farlo significherebbe rivelare un volto dell’essere inespresso. Dargli forma, ma ci vuole coraggio. Il coraggio di ammettere l’ignoto e riconoscere che la propria conoscenza è soltanto un minimo impreciso. Il coraggio di guardarsi in quelle pagine e, con infinita pazienza, ricominciare a costruire, rinunciando alla costruzione insufficiente che ti riveste.

Dunque ammettere. Questo chiedono quei milioni di libri. Un’ammissione amara del non sapere, non aver dato vita né un volto di riflesso a una serie di voci ridotte al ruolo insulso di scaffali. Una casa sguarnita, tralasciata. Un abbandono; soprattutto di sé. Frequentarla? Un azzardo. Significa mettere lo sguardo nel non essere.

Essi sono il non essere che, come tutto ciò che (non) esiste, chiede esistenza. E dovrei farlo io. (Perché poi dovrei assumermi tale compito improbo: chiedere al Super-io). Perché non fato? Chiedere all’incoscienza.

Essi comunque esprimono una richiesta: rimediare alla mia strascicata insufficienza Una specie di Copernico al contrario, un Galileo che non abiura, una chiusura dura a questo mondo per aprirne infiniti. Occorre solitudine: i libri non ammettono altra compagnia. Ed un altro me stesso.


senza avere un giardino

 

 

 

serve-42

certe volte non c’era un giardino

ma un albero di rame

dove non si affacciavano le mele

e neppure le foglie

e le stagioni cadevano in silenzio

senza fare rumore

né una chiave

per una porta verso l’invisibile

perché non c’era nulla da vedere

o qualcosa da chiudere

a una costante nuda esposizione

e forse non c’era davvero un giardino

o un passaggio segreto

dove gli uccelli

portano storie da leggere la sera

alla coscienza

nel suo travaso lento nella terra

senza niente da dire


soggetto e salti quantici

M3_NGC_3031_Galaxia_de_Andromeda

 

 

Muoversi nell’invisibile è questione di fede; o di scienza e, mancando la prima, è a quest’ultima che mi rivolgerò, per quel che posso.
Il tema in questione è singolare: la teoria dei così detti “salti quantici”. La accosterò nel modo più semplice possibile, suggerito dalle lettura di un libricino di Carlo Rovelli, Sette brevi lezioni di fisica, Adelphi, 2014, nel quale l’autore spiega in modo davvero elementare ma efficace concetti di grande complessità, rendendoli comprensibili a un ampio pubblico che, per la verità, ha risposto, visto il numero elevato delle copie vendute.
Partendo dalla dimostrazione di Einstein che la luce è fatta di “pacchetti”, appunto “quanti” di energia, chiamati fotoni, e che dunque la stessa non è un uniforme unicum ma una serie di complessi energetici che si muovono in maniera costante, ma non sempre, si è scoperto uno strano comportamento di tali “pacchetti” o quanti – in verità non dei fotoni (luce) – ma di altre forme di particelle elementari come, ad esempio, i neutroni degli atomi. La particolarità di queste particelle è davvero speciale: esse non esistono sempre. Ciò che ad un certo punto viene rilevato in un dato spazio, poco dopo non vi si trova più, non ne esiste più traccia e non si sa dove sia andato a finire. Può riapparire, e senz’altro riapparirà, ma altrove, né è possibile prevedere dove e quando. In tal modo il caso irrompe nella fisica.
A questo punto entra in gioco la seconda particolarità di questi oggetti infinitesimali: non esistono singolarmente ma sempre in relazione a un altro oggetto. Un elettrone non apparirà mai da solo, ma sempre correlato a un’altra particella, ovunque esso si manifesti. Einstein ebbe molte difficoltà ad accettare la teoria quantistica, ma alla fine ne riconobbe la validità, pur continuando a borbottare che le cose non potevano essere così strane e che ci dovesse essere ancora qualcosa che sfuggiva alla nostra comprensione. Oggi le equazioni della meccanica quantistica sono abbondantemente usate in svariate applicazioni pratiche “eppure restano misteriore: non descrivono cosa succede a un sistema fisico, ma solo come un sistema fisico viene percepito da un altro sistema fiisico” (Sette brevi lesioni di fisica, Adelphi, 2014, p. 29). Questa affermazione, apparentemente inevitabile, sta a significare che la realtà è fatta da una serie infinita di interazioni. Ciò apre problemi enormi, soprattutto per quel che riguarda la così detta “percezione” tra sistemi fisici.
Ritengo che il termine “percezione”, appplicato a sistemi fisici, sia inappropriato. Più esatto parlare di congiunzioni tra sistemi, mentre dire che un sistema ne perpecipsce un altro significa entrare nel campo del soggetto, cosa che, riferita a particelle atomiche, mi sembra per lo meno improbabile. Tuttavia, termini come percezione e interazione rimandano a un elemento soggettivo. Come inserirlo? Tenterò di darne una qualche semplice ragione senza scomodare secoli di filosofia dell’esistenza.
Anche nel campo del soggetto esistono oggetti inesistenti, elementi di personalità di cui l’io soggettivo non ha coscienza in un dato memento. Non tutto il campo psichico può essere presente alla coscienza e l’io perpepisce in vario modo altre parti del se stesso tramite interazioni temporanee di forma e intensità svariata, per non parlare della percezione degli effetti che vanno dal piacere al dispiacere, dall’illuminazione improvvisa al sintomo e il suo linuaggio spesso sgradito, segno comunque di una interazione significativa. Già Freud parlava di un soggetto tripartito in cui l’io non ha percezione dei suoi scomodi partners (Es e super-Io) tranne che in modi indiretti e per lo più sgradevoli. Jung parlava dell’esistenza di complessi autonomi, ovvero elementi di personalità irrelate dall’io ma capaci di agire – e fare agire – il soggetto nei modi più svariati, senza che questi se ne renda conto. Per il soggetto non esistono, ma la loro esistenza si impone. Per non parlare delle emozioni e degli istinti che vivono e fanno vivere il soggetto senza che spesso ne abbia cosceinza. Tutti questi elementi psichici esistono senza esistere, nel senso che sono presenti alla coscienza, e dunque esistenti, soltanto quando in un modo o nell’altro entrano in relazione con l’io soggettivo attraverso una serie di salti psichici (quantici, potremmo dire) che rendono il soggetto nella sua interezza anche inconscia sempre momentaneo e precario, esistente dunque a tratti, a meno di annettere volta per volta alla coscienza gli oggetti psichici inconsci.
Tra le molte definizioni date da Jung, la coscienza si può immaginare come un faro che illumina la notte dell’inconscio e gli oggetti psichici e pre psichici che esso contiene, Un fascio di luce, dunque, capace di mettere a fuoco le parti dell’orizzonte in cui si spande, mentre tutto il resto rimane al buio, inesistente per il soggetto, fino a una successiva illuminazione momentanea e sempre parziale attraverso la quale appare altro, ma ciò che era prima illuminato scompare, cioè non esiste più per l’io che osserva. Quegli oggetti, dunque, per me non esistono; parti di me non esistono se non quando li illumino e entrano nel campo della mia attenzione. Quando ne escono, non esistono più, ma torneranno in altre forme, altre immagini, altre interazioni più o meno involontarie quando meno me lo aspetto.
Dunque involontarietà: il soggetto non può essere consapevole di tutto. Le relazioni cui il soggetto da vita non riguardano tuttavia soltanto il mondo interiore, ma anche la realtà esteriore. Anche in questo caso, soltanto parti della realtà entrano in relazione con me, quando le attenziono, ma se sposto il mio “fascio di luce” scompaiono e non esistono più. Dove va allora il mondo? Davvero esiste soltanto quando ne faccio oggetto di interazione conoscitiva o percettiva che sia? Qui rientra il concetto di percezione di cui avevo messo in dubbio la validità nel caso di relazioni tra sistemi fisici. Questi, infatti, non sono soggettivi: che tipo di percezione può intervenire tra loro? Solo un soggetto ne è in grado. Questo significherebbe che il soggetto sia comunque totalmente consapevole di sé e del mondo esterno, cosa che è stata esclusa come impossibile. Dove allora va il mondo? Davvero quella città non esiste più nel momento in cui parto per altra destinazione? Davvero quel cielo stellato che tanto mi ha affascinato cessa di esistere nel momento in cui non lo osservo più? E una conversazione, quando è finita e l’interlocutore non è più presente, non ha lasciato comunque una traccia in me? Tutto è riferibile al soggetto e se un soggetto non ne conferma l’esistenza, nulla esiste, neppure l’universo. Tuttavia quella città continua ad esistere, come quel cielo stellato, anche se non entrano più nel mio campo visivo o di attenzione. Semplicemente li ho rimossi, dimenticati, tolti dal campo temporaneo della mia soggettività, ma essi esistono, magari nell’attenzione di qualcun altro e – se mi è concesso – anche senza alcuna attenzione.
E qui sta il punto. Quella città e quel cielo stellato, così come parti del me stesso temporaneamente fuori dall’attenzione cosciente vengono ugualmente “percepiti”: esiste una relazione percettiva tra sistemi psico-fisici. Non sto pensando quel cielo o quella città, né la mia Ombra inconscia, ma davvero posso dire di non percepirli, non percepirne a un qualche livello subliminale la presenza, la bellezza, il fastidio, lo stupore o l’inquietudine che possono generare in me? Dove allora quel cielo, quella città, quella conversazione riappariranno imprevedibilmente nell’infnitesimale del mio microcosmo soggettivo? Nel reale fisico essi non sono mai scomparsi: sono stati sempre lì, ma per il soggetto non esistevano più. Essi riappariranno quando si manifesteranno nella mia memoria o nella mia sensazione o comunque li percepirò all’improvviso e deciderò di farne qualche cosa, creando un altro reale fisico, magari uno scritto, un quadro, una poesia o soltanto un pensiero, rendendo così effettivo un nuovo campo relazionale tra me e l’oggetto scomparso che mi ha ispirato (e dunque esisteva in me senza esistere per la coscienza), un campo relazionale che scomparirà dal mio mondo quando mi volgerò ad altro. In quei momenti, io esisto in relazione a quella parte inconscia di me e viceversa. Quando quella interazione psichica si interrompe, non esisteremo più l’uno per l’altra: scompariremo, come l’universo quando chiudo gli occhi Non mi sento di affermarlo con certezza ma non mi sento neppure di negarlo. Quel campo relazionale può influire su di me ad altri livelli e, ad altri livelli, potremmo esistere in una relazione non percepita. Livelli che, magari emergeranno alla coscienza soltanto in un secondo momento, inprevedibile e non definible, ma emergeranno: l’arte e l’intuizione, l’immaginazione e l’ispirazione che ne sono alla base lo dimostrano.
Al di là di qualunque certezza e ammettendo di avere un po’ forzato la mano, mi piace tuttavia pensare che l’universo come il soggetto sia un sistema di interazioni tra campi psico-fisici, simile alla nostra rete neuronale di cui non ho alcuna coscienza ma che guizza dentro di me da un pensiero all’altro in una continua alternanza di presenza e scomparsa, come le interazioni spazio-temporali-gravitazionali tra le stelle e la loro preenza-scomparsa che le farà riapparire altrove, quando esploderanno, dove e quando nessuno può dire. Non posso dimostrarlo, ma sì, mi piace pensarlo.
Non prendo qui in considerazione l’interazione “quantica” tra il soggetto e il tempo (nulla di più invisibile e tuttavia reale del tempo – per non parlare del soggetto). Dirò soltanto che il tentativo dell’autore del libro in questione di dare una spiegazione del tempo in base a fenomeni di calore davvero non soddisfa. Egli afferma che la fisica deve essere sempre capace di immaginare. Mi sembra che qui non ci sia riuscita. O magari ha esagerato. Come me.


La notte di Parigi (tratto da “Determinanti psicologiche dello scenario siriano-iraqeno”, in Rivista Fermenti N. 243)

[…]
La scena vuota.

È sotto gli occhi di tutti come il tentativo di sostituire sul piano psicologico al Falso Padre un principio organizzativo significante (Padre Norma), capace di incanalare gli istinti in dimensioni simbolico-creative dotate di senso, sia miseramente fallito in tutti i paesi della così detta primavera araba. Forse il tentativo di liberazione cui abbiamo assistito non era veramente tale, nella misura in cui le culture di quei popoli lasciano facilmente sottintendere che al posto del satrapo si intendeva insediare un Ideale altrettanto astratto in quanto altrettanto fondato su un archetipo. Senza esserne consapevoli, a un Vuoto si intendeva sostituire un altro Vuoto, a un Assoluto un altro Assoluto. A quell’Ideale irrealizzato si è aggregata la valanga di chi già lo professa senza eccezioni in forme estreme (estremismo). Comunque, qualunque definizione si voglia dare, il fenomeno resta disgregativo e genera distruzione–autodistruzione e paranoia.
L’Occidente sazio, saturo, perduto nelle sue crisi economico–finanziarie e tuttavia ricco della sua enorme tecnologia non è stato in grado di prendere posizione. In linea con i dettami di quella difesa inconscia che definiamo “scissione”, esso ha ignorato fin quando ha potuto; quando non ha potuto più, si è dimostrato totalmente incapace di cogliere la natura del fenomeno ed elaborare una strategia per fronteggiarlo o, per lo meno, trattarlo in maniera sia pur minimamente sensata. Questo avrebbe significato mettere in discussione le proprie stesse credenze e il proprio stile di vita non esente da responsabilità (nel senso di mancanza di responsabilità) nei confronti dei fatti mediorientali e di quelli, ugualmente archetipici, alla base della nostra aridità economica/finanziaria, nella quale un Assoluto altrettanto arcaico, denominato Mercato, si è impadronito del nostro modo di intendere la vita. Come se non bastasse, molti occidentali hanno imbracciato le armi a fianco dell’Ideale Arcaico e sono andati a scomparire dalla scena del così detto reale per immergersi nello scenario del vuoto. Perché questo accada è necessario un enorme, catastrofico fallimento culturale; perché questo accada è necessaria la presenza di una infinita mancanza che si caratterizza come Vuoto esistenziale.

Ciò che muove la società verso la salute è la salute stessa di individui creativi nell’ambito della religione, della filosofia, dell’arte e delle scienze che si occupano dell’uomo (sociologia, politica, storia, psicologia). Questi leader sono in contatto empatico con la malattia del Sé di gruppo e, attraverso le loro opere e il loro pensiero, mobilitano i bisogni narcisistici non soddisfatti e indicano la via verso un cambiamento vitale. Ne consegue che durante i periodi di crisi o di identificazione regressiva del Sé di gruppo con capi patologici, c’è una mancanza di creatività nella religione, nella filosofia, nell’arte e nelle scienze dell’uomo. L’assenza di una creativa arte sperimentale durante questi periodi è un fenomeno sorprendente. La creatività è soffocata in tutti i campi. Non c’è nessuno che sia in contatto empatico con il Sé di gruppo disturbato. Ciò spinge a un progressivo peggioramento della condizione del Sé di gruppo (corrispondente nella psicologia individuale alla minaccia di disintegrazione costituita da una psicosi in fase iniziale) e porta a soluzioni patologiche ad hoc. (H, Kohut, “Psicologia del Sé e scienze dell’uomo”, in Potere, coraggio e narcisismo, Astrolabio, Roma, 1978, pp. 102-103).

Nella crisi della ragione (Gargani) che ancora non ha trovato nuove forme di espressione, nel fallimento evidente della famiglia, delle idee e della società in generale, dei valori morali ed etici e di un senso condiviso, qualsiasi esso possa essere; nel tramondo non dell’Edipo (fase evolutiva dello sviluppo umano) ma del super-Io (fonte del senso di morale e responsabilità), ridotto a livello di cariche aggressive preedipiche ingestibili dall’io compromesso con l’inconscio; nel bisogno e nella mancanza derivanti dalla crisi del capitalismo cui abbiamo imnpropriamente attribuito il senso dell’esistere, ;nell’incertezza che essa genera e nel non senso diffuso che la vita, tanto materiale che spirituale, finisce con l’assumere; nella scomparsa persino di un’idea di futuro che nessuno è più in grado di prefigurare nell’apatia mortale del presente, la nostra società occidentale si configura come un enorme Vuoto. Periferie sterminate di megalopoli indifferenziate in cui tutti sono nessuno si aggirano orde di giovani frustrati cui tutto è stato sottratto e nulla viene offerto, neppure a livello di speranza. Essi vivono nel vuoto e l’assenza di politiche economiche e del lavoro appena apprezzabili, otre alla mancanza di trasmissione culturale di un senso generale dell’esistere, li svuotano di significatività, consegnandoli all’antistato della criminalità o all’esodo forzato verso qualche forma di “ismo” col quale essi si identificano per tentare di esistere, finendo invece col cadere nell’inesistente dell’arcaismo collettivo.
La nostra cultura meccanico–tecnologica–finanziaria, estremamente semplicistica e priva di accessi al simbolico significante ha ridotto il mondo e chi lo abita a un fatto di numeri e denaro. Il mondo potenzialmente rappresentativo dell’archetipo non ha contenuti significanti da rivestire, esperienze di linguaggio potenziale da trascinare verso elaborazioni creative di senso e di mondo. L’archetipo trova un vuoto e di quello rappresenta la non forma: l’Anima non è un numero o una cosa. Se si presenta come tale, tale sarà la rappresentazione e il mondo si ridurrà a uno scenario insignificante.
Nel fallimento degli oggetti–sé (immagini genitoriali e loro elaborazione), la struttura archetipica non viene compensata da una base di esperienze significanti e l’istinto dilaga, offuscando la rappresentazione del mondo con elementi Ideali atemporali. Abbiamo costruito un mondo desertificato di immagini significative e di intenti. L’archetipo di per sé è un reale limitato: senza una coscienza solida tesa a costruire senso si comporta come un istinto e aderisce agli ultimi dei che veneriamo. Mercato, Finanza, Economia svuotano la scena del mondo favorendo la costruzione di un sistema essenzialmente (quanto inconsciamente) votato a creare false sicurezze, Falsi “Padri” e “Madri”(fonte del sentimento nella diversificazione Io-Tu)) cui attaccarsi per scongiurare l’angoscia propria della precarietà dell’esistere. Uno scongiuro inutile che genera psicosi tramite l‘abbandono dell’economia reale a favore della speculazione sul debito e i titoli virtuali che, spesso, finiscono col non rappresentare più nulla di concreto se non la virtualità di un’economia avulsa dal mondo del lavoro umano.
Se l’uomo massa si disperde nella virtualità di linguaggi insensati, se nell’apparente concreto non desidera altro che cose, se la coscienza individuale non è pronta ad assumere in sé ed elaborare altre configurazioni vitali che permettano di esistere nel senso e nel significato di un linguaggio prospettico condiviso e fondato sul possibile del reale, essa inevitabilmente regredisce a stadi arcaici del sentire e del pensare e aderisce a forme idealizzanti mitico–religiose, quali esse siano che, in un modo o nell’altro, la invadono e formano l’illusione di attribuire un senso all’azione e uno spessore ideale al tempo mentre, in realtà. accade esattamente il contrario. Questo succede ovunque, tanto in occidente che in oriente.
Senza educazione delle emozioni – fondamento indispensabile per lo sviluppo della coscienza – compito che la famiglia, la scuola e la società in genere hanno ampiamente fallito (si veda, ad esempio, U. Galimberti, L’ospite inquietante, Feltrinelli, Roma, 2010), persino un Padre Falso Ideale Arcaico superegoicamente sadico e paranoicamente delirante sembra offrire qualcosa di meglio rispetto al vuoto immaginale dell’occidente incapace di andare al di là di uno sterile esaurimento nelle cose se non addirittura nell’irreale disperso di un mercato globalizzato che non è più aderente alle necessità dell’uomo. La nostra è un’eredità di vuoto fondata sul fallimento di risposte significative. Chi parte per la Siria o l’Iraq cade nella trappola astorica ed insignificante di un’illusione di senso per sfuggire il non senso in cui si trova; chi intraprende quel viaggio è perduto tanto quanto chi rimane in patria e si identifica con un numero e con la letteralità vuota di senso dell’esistenza che la nostra civiltà, al di fuori di rare eccezioni, ha costruito.
Persino un Nulla Ideale appare migliore del nostro Nulla Devitalizzato. Dove il nostro Nulla della coscienza offre soltanto uno scenario tragicamente vuoto, riempito dal silenzio della fine, l’archetipo si giova di tutta la forza dell’istinto da cui emana e la riveste di un’immagine arcaica Ideale, enfatizzata dalla sopravvivenza di emozioni e bisogni di riempimento infantili, capace di travolgere e affascinare la coscienza che ne resta abbagliata. La così detta numinosità dell’archetipo non è un qualcosa di estetico–mistico da ricercare e seguire, ma un pericolo mortale. La vita (e la morte) di molti mistici ne sono esempio eclatante, come ne sono esempio tutti gli scempi compiuti in nome di una qualche “Idea” propugnata dal Falso Padre Ideale di turno, che è stata capace di affascinare intere popolazioni ed epoche, non ultimo il “misticismo” nazista.
Lo scenario cui assistiamo è scenario di fuga; si tenta di evadere dal vuoto del non senso del tempo e del linguaggio e dal silenzio delle relazioni cercando scampo, ad esempio, nell’alcool, nella droga o in “idee” arcaico–deliranti capaci di anestetizzare il dolore generato dal vuoto di risposte e di affetti. Il nutrimento che sazia la mancanza non è il “mangime” delle cose (M. Recalcati, L’ultima cena: anoressia bulimia, B. Mondadori, Milano, 2010), la sola attenzione ai beni materiali, ma la capacità di ascoltare i bisogni umani e di rispondere sul piano di un accoglimento capace di creare significati, in modo che la fame non resti a livello del corpo, ma diventi un “sapere”, una possibilità di pensare un pensabile che invece resta ignoto perché vissuto solo al livello dell’onnipotenza dell’Ideale – quale esso sia, persino virtuale, persino espressa attraverso l’orrore di esecuzioni barbare nelle quali l’arcaismo selvaggio si esprime attraverso rituali che dell’istinto sono espressione. Jung scriveva che una cosa è il confronto con l’ Ombra personale, e cioè gli aspetti inconsci di sé che l’unilateralità della coscienza non riesce ad accettare, altro è porsi di fronte al Male in sé, cioè la Grande Ombra collettiva della specie, capace di comportamenti selvaggi che l’uomo moderno, nella sua miopia, non riesce neppure a concepire e di fronte alla quale la coscienza è del tutto impotente. Non inganni la modernità dei mezzi di cui l’archetipo si giova nel dare forma a rituali di morte: una dynamis priva di coscienza spinge da un Nulla a un Nulla. Non ci sarà risposta.

APPENDICE (13/11/2015)
Nella notte di Parigi c’ero anch’io. Non il mio corpo, ma il mio simbolico appartenere a un’espressione del mondo, un luogo-Anima quale Parigi è; Parigi, dove gran parte della cultura occidentale si è espressa nei simboli dell’arte e dell’espressione culturale, da Van Gogh a Picasso, dagli Impressionisti al Postmoderno e dove ogni scrittore ha voluto essere presente, almeno una volta nella vita, per respirarne la valenza simbolica di continuità di un’espressione eterna ma cangiante, mai simile a se stessa, dirompente, dilavante, trasformante, come sempre il simbolo è. Questo è stato colpito; questo si è tentato di uccidere in quei poveri morti. La bestialità ha una sua intelligenza ignota; non comprende ma percepisce e, a un qualche livello, individua le sue mete. Chi ha colpito non aveva la minima idea di quel che realmente faceva, ma lo ha fatto: oggi c’è meno Anima nel mondo.


riflesso

Narciso-Caravaggio

e la vista
senza definizione
si domandava dove riposare
riflesso
che compone la forma e la distanza
breve quando mi specchio
e poso il tempo
sull’orlo della terra
dove risiedo
a volte


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: