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come vanno le cose

a

Sembra che le cose vadano un po’ meglio
ma poi non saprei dire
– è tutto così relativo –
comunque sembra vadano meglio
a parte l’ascensore
che qualche volta non funziona
le nuvole che mi coprono il cielo
l’aperitivo alle sette di sera
se non piove
e mia madre che è finita al cimitero
dove non so se poi ha incontrato Dio
o qualcosa di simile
ammesso che valga la pena chiederselo
come non so di te, dei tuoi disagi
che ho nascosto da anni con i miei
e mio padre che a trovare
tutte le sante sere
con gli altri fantasmi
ma ignoro cosa voglia/vogliano
mentre personalmente
io mi diletto a perdermi di vista
come lo sfascio che mi trovo intorno
che non mi sembra vada troppo meglio
nonostante mi lavi le mani molto spesso
e l’impegno dei non nati
che ci dovranno nascere
quando libero il posto
e allora se ne occuperanno loro.


un ricordo

un ric ordo, per saluto agli amici

 

parole e cose.jpg

Aspettami sotto casa

domani o ancora

e se il cielo è di pioggia

indossa

qualche nuvola sparsa

sulla finestra aperta

e le domande

tirale sottovento

altrimenti gli odori copriranno

tutto il gusto d’amaro.

Non assicuro niente:

tu rimani

e l’ombrello appoggiato contro il muro

legaci fazzoletti

e vento

che lo gonfi di sera

come una spedizione di frontiera.

Mandami qualche cosa da scordare

ciclamini

un biglietto forato

un pomeriggio.

Io non lo so se vengo:

capirai.

 

G.B. 2012


riparazioni

Gustavo Dìaz Sosa

Gustavo Dìaz Sosa

 
 
L’altro giorno una signora andata, di quelle che non t’aspetti, piccola a fiori diluita all’osso, m’ha portato una sveglia senza ore. Le ho chiesto cosa volesse farne: m’ha risposto di lasciarla dormire. Io l’ho messa in custodia. Dorme da sempre: non si può fare altro del passato.
Colleziono distanze: una fatica enorme.
Prima di riparare, spesso interrogo cose. Esempio di interrogazione: cosa vorresti diventare? Nessuna che confermi la natura dell’essere accertato in cui si trova. Spesso sospetto smanie.
Ho un martello, una sega, un’occasione che tengo con la testa sotto il banco. Quando mi chino ci guardiamo appena: ci frequentiamo poco. A volte ci mostriamo i documenti, tanto per confermare.
Quando mi annoio faccio passeggiate. Struscio vicoli, muri con la schiena (se sgretolati grattano) sensi vietati, spesso senza senso. Se inciampo, riparo piedi e sassi. Se perdo tracce, le ritrovo in bottega, come se sapessero da sole dove andare. Ci spieghiamo per bene: che non accada più. Succede sempre.
Quando suona il telefono riattacco.
Taglio fotografie. Da una ne costruisco molte. È semplicissimo, basta indagare e ritagliare figure intere, strade, paesaggi, sfondi, ruote carretti case facce abiti d’occasione vicoletti cose di cose: cose. Non finiscono mai, tanto che devo proprio darci un taglio. Poi qualcuno protesta: m’hai rotto il mondo! Sì, ma ne ho fatto uno che non t’aspettavi.
Spesso mi tocca prenderli per mano. Significa che in quei ritagli ci sono anch’io. Qualche volta mi viene da pensare: sono un ritaglio. Taglio.
Gli amori me li tengo sotto il letto. Rassicurano, con diluito senso di mancanza.
Certe sere vengono farfalle. Salgono dalla riva di nessuno; chiedono ali grandi. Regalo loro l’immaginazione: possono andare ovunque. Quando frusciano, hanno un suono diverso. come strumenti. Che rompo per rifare. Senza corde i violini suonano meglio: in silenzio, a schema muto.
Quando le stelle striscio le stagioni: sono diversi i cieli, a seconda dell’inclinazione. Dunque, inclino. A furia di inclinare vado curvo: mi riparo di sera.
Come la luna, che a volte mi chiedeva di certe sere al largo. Giambico, mi scusavo della dimenticanza. Poi, rapsodo, inventavo emozioni da consegnare al vento, con recapito fisso. A volte cade. Restano frammenti.

Travasava da emisferi lontani:
astri, la notte.
Spume traevano soffi
= nebbia saliva apatica la valle
tra facce grigie
come se s’aggirassero le nubi
con fare arabescante di frontiera
scosse da vento instabile e frammenti
come sempre le cose.
Lei soggiornava pallida
nell’arco addormentato delle braccia.
Occasionale
diluivo la luna
mentre i suoi capelli
formavano una sorgente di pensieri
umidi
come le sfere alte della notte.
Poi sospirava appena: forma d’alba lontano.
Scuotersi.
Fuggiremo cuore mio…?
(c’era silenzio dietro le sue ciglia).
Celarsi.
Quando mi lascio andare
m’incateno a qualcosa che non c’è.

Dopo la riparo.

 
 


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