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J. Ashbery: Pirografia

Il vago sospetto è che sarà sempre così,
l’apparenza, il modo in cui le cose all’inizio si terrorizzavano
nella luce della notte e poi si rivelarono essere,
seppure ancora capaci, nondimeno, di un’angusta fedeltà
che tu e loro volevate diventare:
niente sospiri come musica russa, solo un immenso sdinapanarsi
fuori verso i punti di confluenza e la tenebra oltre
questi prati spogli, costruiti a spese dell’oggi.

Pirografia, da “I giorni della casa galleggiante”


Orfeo ed Euridice

Forse è per via delle occhiaie

ma i tuoi piedi non calzano la primavera;

dunque, come potrei distoglierti?

 

Comunque l’altra sera al caffè

tra tutti quegli eccetera

la confusione si rivestiva di generi versatili

come ad esempio api

_ ma lo sentivi tutto quel ronzio? _

forse soltanto traffico.

 

Ma che facevi l’altro giorno sul tram

con quella gonna stretta… tentavi di distrarre il tempo?

Con tutto quello smog… chi vuoi che se ne accorga…

 

Non penserai _ per caso _ di essere l’unico…

guarda che il caso nasce folle

ma poi si trova un senso.

 

Ah non ne dubito!

Sono nato nei paraggi di un pianeta dove si muore.

Ah, certo! E’ un po’ così dovunque…


Dalla vita di un fauno

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La tua mano regna tra il linteo/ cordame dei miei capelli: fra/ le gambe, bianche colonne a intrico: fra/ il cupo inviluppo del mio angolo.)).
“Per quanto tempo rimani ancora qui?” 10 giorni: oggi chi può essere così lungimirante?!

(Arno Schmidt, “Dalla vita di un fauno”, Lavieri, 2006. Stampato con il contributo della Arno Schmidt Stiftung e sovvenzione del Goethe Institut)


al silenzio

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Netto di luce il fondo

la tua voce

l’ascolto stenta

notte

la mia croce.


ultima comunicazione a mezzo notte

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(c. bresson)

Dunque l’informazione non è esatta. Non resta che prenderne coscienza. Come spesso succede, si recalcitra; si recalcitra spesso, che poi non fa piacere l’ammissione, ma negarla sconforta. Pertanto, riconoscere la vanità dei nostri soliloqui e riceverne in cambio.
L’unica cosa che qui ci rimane è chiudere bottega, recuperare danni e negazioni,
sgombrare questa scena svuotata e scettico stampare le illusioni per metterle davanti
all’evidenza. Per non farle più illudere.
Meglio farsi un panino, qualche gita, una scopata a notte fonda in sogno; meglio una
canna – dicono – per rabberciare le riparazioni al mio volto sbarrato, ma l’occasione è
tarda e i miei fraseggi lasciano il tempo al tavolo dei morti dove mi muore la stupidità,
l’inganno, il narcisisno, l’insistenza. L’ultima l’ho scritto per me.

L’angelo se ne andava con tutte le occasioni della vita in un borsa stretta: come l’ultimo giorno. Inseguire? Una forma disfatta.
Poco a poco scendeva dalla notte l’alba che risaliva. Suadente: una derivazione di presenza. Diversa dalla mia, la tua, l’astro sfuggente ed ansimanti forme di memoria.
Una distanza incerta.
Non ho scelte di campo e la mattina s’annuncia come una sopravvivenza. Il problema è trovare una ragione.
Stupefacenti facce di farfalla faceva la finestra. Aprire allora il fondo del bicchiere: ci vorrebbe un caffè. Per questo, ancora sibili.
Anticamente mi radevo il sole per fare della notte una scintilla. Ah, questa strana orma: mai nessuno. Quindi telefonare; non risponde. Se ricevessi? Non risponderei.
Appena poco ancora: aria di sosta. Non mi va di parlare col lenzuolo. C’erano sogni in giro. Chi mi afferra? La terra quando accosta non riposa. Hai voglia a ricercare con le mani.
Crampi di notte.
Se mi ricorderai, amami svogliatamente.
.


senza filo

scatola

Telefonami possibilmente a primavera
quando i cisti preparano i boccioli
e le viole si svegliano
ai salti delle rondini.
Chiamami verso sera
quando avrò espulso il fumo che mi copre
e potrai riconoscere la voce
che altrimenti sembrerebbe l’avamposto
di una città perduta o un temporale
ma non farmi aspettare più di un anno
che non saprei distinguere tra i giorni
di un’attesa stentata
e la misericordia
che mi aspetta la sera sul portone
chiedendomi pietà.
Ma se vorrai non farlo non chiamarmi
che il mio cassetto è pieno
di tessuti d’inganni
e farò finta di telefonarmi
quando viene l’estate
e i cisti hanno riposto lo splendore
e la sera le viole.


settembre

 

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Allora mia cara,
le giornate si sono già accorciate
e mi viene una certa malinconia
a vedere le ombre del giardino
che ricoprono il mondo
mentre resta questa mia infantile aspettativa
di qualcosa di diverso.


lontano 2 (nuova versione)

Dalì

(luciana riommi)

 

D’altronde conoscevi

l’anonimato della porta accanto

e l’iceberg

dove a volte m’imbarco

che il mare non fa ombre

e l’acqua si richiude sulle tracce

ma non sapevi se sarei tornato

senza vento di sera.

Tuttavia

scrutavi nella posta

recapitata da anni precedenti

in cassette e cortili

dove le palizzate chiudono

giardini

e i raggi non arrivano di luna

né respiro

di cui si discorreva

da indirizzi ignorati.

Dunque come potevo

scriverti

quando il mondo si ferma

e le rondini fanno naufragio

senza tradire la tua delusione

e il mio lontano.


giochi delfici a letto

 

 

 

 

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(jamie heiden)

 

farei volentieri questo viaggio
per venirti a trovare
ma non sono convinto
di lasciarmi travolgere da un treno
cosa che certamente mi avverrebbe
tu distante
e travasando il limbo del percorso
dentro il mio quotidiano
mi scoprirei sommerso
da una distanza enorme
dove ti annidi e sfuggi
sollecitando appena
con immagini pavide improvvise
questa mia propensione
senza far trapelare
ed io passaggio
spero sobbalzo scalpito
rimanendo seduto a immaginare
giochi delfici a letto
che non faremo mai noi insoddisfatti
come appunto conviene
a chi ripassa il tempo
e decimati da una vita atonica
ci trasferiamo lettere per caso
piene di innominabili sorrisi
e devianze
aneliti
palpeggi
mentre ti sfoglio lungo i tuoi monili
e mi preparo a un’altra notte sola


lettera alla Pizia

(Lucio Fontana, Attesa, 1964)

(Lucio Fontana, Attesa, 1964)

Ah Signora,
le tue tabelle di divinazione danno un responso esatto se è vero che non sanno cosa dire e spetta a me rivestire d’assurdo e di spavento l’insopportabile pianificato stare del sole e della luna, astri aggregati, polveri se vento.
S’affaccia il giorno e la montagna è piatta, senza neve d’inverno o primavera, alba tramonto sussurrata quiete, tempesta quando occorre o la ganascia sordida del sole brucia covoni e donne quando estate; l’uva langue ed io non ho più vino per dormire. Dunque come potrò ignorare e friggere d’intenso il mio disagio se gli ulivi dimenticano il mare e l’olio sa di acqua – ah Signora – tu non capisci la disperazione quando il bicchiere è colmo di mancanza, perché sei disperata e dormi nei tuoi fumi di caverna d’oppio d’avanzo di cui non dai notizia a noi mortali altro che nelle balle che dispensi e bevo per interposta droga a farmi un po’ di te quando ti aspiro e frano nel mio corpo di terra e nei raggiri dove è obbligo stare.
Diversamente inutile tra noi, tu navighi l’oltraggio della mente, versi inermi, assoggettata folla al tuo delirio. Propaghi; ed ogni dispersione sa di latte – come le vacche invitano – tra l’invidia di capre e dei formaggi al monte – io dilaniavo lupi – e l’universo ride di questo nostro affanno, cui ci consegni e fondi – mia Signora – senza darne risposta, tanto che ripensavo l’altra notte una impossibilità: sarà che nel tuo dire che è silenzio la risposta è l’assenza? Dunque perché cercare? Fattivamente il popolo non cerca e si inebria di bicchierini e pasticchette, dalla minore età all’oltretomba. Solo noi dispensati abbiamo il vizio di porre le domande per difetto, ma ho capito che il tuo non dire è dire: non c’è nulla da dire.
L’altro giorno, nel sobborgo di Craneo, Diogene scansava i suoi fantasmi; quindi la notte.
Parmenide sognava notti insonni; Aristotele un circo, dove le stelle stanno fisse in cielo e “a” non può mai essere diverso. Eraclito rideva.
Ci avviciniamo al carico d’autunno dove la primavera dorme il suolo e l’inverno s’appresta a congelare. L’alba scompone sogni e notte sfoglia le mie disposizioni d’infinito. Mi sveglierò domani?


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