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J. Ashbery: Pirografia

Il vago sospetto è che sarà sempre così,
l’apparenza, il modo in cui le cose all’inizio si terrorizzavano
nella luce della notte e poi si rivelarono essere,
seppure ancora capaci, nondimeno, di un’angusta fedeltà
che tu e loro volevate diventare:
niente sospiri come musica russa, solo un immenso sdinapanarsi
fuori verso i punti di confluenza e la tenebra oltre
questi prati spogli, costruiti a spese dell’oggi.

Pirografia, da “I giorni della casa galleggiante”


Mark Strand: Mare nero

Mare nero
da “Man and camel”

Una notte chiara, mentre gli altri dormivano, ho salito
le scale fino al tetto della casa e sotto un cielo
fitto di stelle ho scrutato il mare, la sua distesa,
il moto delle sue creste spazzate dal vento, divenire
come pezzi di trina gettati in aria. Sono rimasto nella lunga
notte piena di sussurri, aspettando qualcosa, un segno, l’avvicinarsi
di una luce lontana, e ho immaginato che tu venivi vicino,
le onde scure dei tuoi capelli mescolarsi col mare,
e l’oscurità è divenuta desiderio, e desiderio la luce che approssimava.
La vicinanza, il calore momentaneo di te mentre rimanevo
su quell’altezza solitaria guardando il lento gonfiarsi del mare
rompersi sulla riva e in breve mutare in vetro e scomparire…
Perché ho creduto che saresti venuta uscita dal nulla? Perché con tutto
quello che il mondo offre saresti venuta solo perché io ero qui?


il disagio del disagio

Nota dell’autore

Offro in lettura un capitolo del mio “Il declino dell’Impero del Nulla”, specificando che il termine declino assume nella fattispecie valore positivo, nella misura in cui il nulla, per evolvere, non può che declinare.

 

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il disagio del disagio

 


Paul Celan. Da “Parte di neve”

 

 

 

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L’ANNO INCOMINCIATO
col suo cantuccio marcio
di pane illusorio.

Bevi dalla mia bocca.


Le lune di Saturno

Matisse 2

Se questa donna fosse

Ed io pertanto

Non parallelamente un’illusione

Dove la mente veste

E da vicino

Fossili

Come la superficie della luna

E se prendesse forma quando volo

La sera

E il riposo

sognasse

Come fanno le vergini vestali

Che chissà quali cigni

Se

Ricordasse

E quieta

Dove stanno i ricordi mi formasse

Forse sarebbe nascere da vecchio

E vecchiamente sorgere la sera

Come fanno le lune di Saturno

E i miei pensieri

Pallidi.


desiderare altrimenti

jamie 3

(immagine di jamie heiden)

 

Intrecciare con dita veloci. Colori di dubbia sfumatura viaggiano fili insicuri tra rumori a scatto ripetuto.

Cardare anche: sete, lane e tessuti sconosciuti, spesso provenienti da orienti più lontani.

Quindi unificare, fino a formare disegni riconoscibili o capaci, almeno, di stimolare fantasie. Allegorie, anche.

In pratica un tappeto, dove adagiare corpo e annessi, con cuscini per la testa che duole.

Mani.

Travasano. Filtrano liquidi improbabili di difficile decifrazione. Mescolati, sparpagliati, riuniti. Da un recipiente all’altro, trasformazione di composti ignoti. Diversità senz’altro.

Stupire, inventare, allucinare. Pozioni e unguenti; profumi trasfigurati, capaci, dunque, di trasfigurare.

Spalmare, allora. Vibrazioni ignote che il desiderio assapora dubbioso (se ne fosse capace).

Non lo è. Ancora non conosce o afflizione di impossibilità? Difficile rispondere. Anche dopo.

Masturbami (sussurro).

Dita leggere tra gambe ora svuotate da ambiguità e tensioni. Asservimenti, anche.

Sollevare incertezze. Vaga la testa astrazioni spesso non riferibili. Inutile, ormai, pronunciare parole. Pensarle, però, sì.

Come altre volte: desiderio vuoto di piacere.

Perché…?

Le infilo i soldi nella borsetta. Esce.

Verso la finestra, ultimo piano di una casa vecchia. Sotto: Gerusalemme spande indifferenze.

Guardare in alto.

Stelle.

Già affacciano cielo sfigurato da lontananze profonde. Svagate, indifferenti; tra ciarle di femmine la sera.

Con giacca strascicata su una spalla: uscire. Lino in breve inzuppato: c’è un calore asfissiante di sotto. Non dorme mai il mercato. Meglio così, non ho sonno.

Voci.

Tra angoli di case. Sgradite; perché circondano, favorendo frequentazioni ignote. Con idiomi labiali di difficile, immediata comprensione. Gutturali, a volte. Tutto sommato meglio non capire. Basta il fruscio delle lingue. Scarpe, anche.

Al tavolo (ci passano sopra uno straccio): ordinare la cena.

Occhi.

Distratti tra la folla, vagano senza afferrare immagini. Come folla, appunto.

Riso e carne diluiti da un té. Tra scarsa voglia, scarso appetito. Dunque, scarsità.

Stelle.

Ancora più lontane; decisamente astratte. Meglio lasciar perdere.

Con testa reclinata (in pratica, nel piatto), frammentando bucce di pensieri.

Dubbioso: non riesco più a scrivere; credo di aver perduto la mia anima.

(tratto da “Desiderare altrimenti”, Fermenti Ed. 2011


nebulose

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Tu sei capace

di suscitare desideri intensi

e mi trasformi l’anima in furore

ma la sera mi muore.


suggestioni

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un sogno da lontano
e quali
desideri scaduti
con questa pioggia
scrivimi
mentre traccio ritratti sopra il vetro
nel mio verso contrario


canto d’amore notturno dell’allocco

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Dunque come potevo
scriverti
il giorno che gli uccelli fanno ressa
e naufragando uccidono
l’ultimo temporale
il disimpegno pavido del sole
l’acqua silente che non posso bere
e la città distante
come un volto che passa.


almeno per un anno

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(Bresson)

mi piacerebbe dirti le mie ore
i minuti i secondi le astensioni
che nessuno ricorda
se potessi fermarli sopra un foglio
e le dimore
che stanno dove stanno i paesaggi
che non ho mai saputo immaginare
per rilassarmi un attimo
al di là del mio freno
un malincuore
di quelli che si vedono nei film
che quando esci non sai più che dire
né riesci a parlare coi limoni
le farfalle che cercano i ciliegi
i ciclamini che nascono d’inverno
con la protezione della notte
pallidi come rose senza fiore
che avrebbero bisogno di una parola
per un giorno
e per questo prometti
di non tornare in un cinema
almeno per un anno
ma ci torno
se non altro per accompagnarti
e rifarmi la voglia.


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