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al prossimo passaggio della terra

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Quindi annottava:
come sapessi scrivere.
C’erano le astensioni a senza sera
con gli angeli addensati
e si chiedeva
da parte di nessuno
dove fosse la luna
e il portone di casa
una traversa
piena di notti insonni e clandestini
dove trovare l’acqua benedetta
l’aria
la sorte
la voce di una figlia
e il nome di una stella nata appena.
Si chiedeva di te senza parlare
come fanno le stelle
che spiano
profondamente dietro il tuo profondo
e un nome
s’aspettava illegittime risposte
che a loro volta stanno dove tace
questo sibilo azzurro dietro il vento
ma tu che ne fai parte non chiedevi
come d’altronde io
e attesa
come fanno i destini
al prossimo passaggio della terra.


ultima divisione immaginale

Gabriel Pacheco 1973 - Mexican Surrealist  Visionary painter - Tutt'Art@ (37)

 

tu parli senza dire
né la voce
e ti figuro come da lontano
tanto che poi mi chiedo se non sei
un desiderio morto
ma ti desidero
e questo mi smentisce
e se potessi salirei su un treno
che non sa dove andare
certo che giungerebbe ad una meta
perché credo
tu sia un posto vicino
una specie di ovunque alluvionale
un riferirsi al non riferimento
di un debordante me
che rende il tuo daltronde sempre uguale
al mio confino
che non ho mani a tingere la notte
e non coloro l’alba
né possiedo il destino.


Signora

Caravaggio_Morte_della_Vergine

 

Signora
le tue sere diffuse
scavano l’infinito tra i capelli
i secoli
l’inavvertito sempre
il mio declino.
Di valle in valle gli occhi a deviare
i rimbalzi d’autunno
e il verde è nel ricordo
che nessuno ti guarda quando spargi
le tue vesti distese
i mutamenti
l’alterità screziata
la mia sosta.
A volte sensazione di sconcerto
celi ombre
e lungo i fianchi il tratto d’inespresso
che ti scaglia dovunque:
m’incammino.
Una foga di passi che non sanno
non è dato capire.
Soltanto contemplarti se discosto
l’algebra, la tensione, le finestre
che affacciano apparenze
mentre tu spargi
la mia definizione che ti copre:
non ti darò un mio nome.
Tu mi travasi da distanze enormi
amarti senza averti il mio destino.


pavane

 

 

ma non trovo conchiglie

e la distanza

dove intuivo un luogo

né parole

che non fossero sguardi

tu cantavi

dove i tuoi fiori cadono

e l’età

un volo che non passa

e non puoi mai sapere.


l’incomprensibile vacuità di certe cose

senza sosta di forma

ignoro

la momentaneità

e l’aria inquieta d’improvvisazione

dietro cui ti presenti

per un disagio espresso laterale

senza traverse

vicoli

passaggi

né compagnia di frasi

capaci di lenire una sostanza

priva di nome

senso

spiegazione

né colmare

questa distanza fonda

dalla quale scambiamo

il tuo dissenso e il mio

unico incontro dato

in una ostinazione non spendibile

come spesso la terra

e l’orbita in cui siedo

nei miei giri di sera

di un mondo grave dove si ripiega

l’incomprensibile vacuità di certe cose

l’ignoto

lo scontato

il tuo destino

troppo simile al mio

verso animale

come una tristezza

 


scintille

(Gabriel Pacheco)

(Gabriel Pacheco)

noi ci scriviamo di filosofia
antitesi pensanti
interruzioni
se il divenire passa cosa resta?
ciò che svanisce e torna
noi passanti
e penetranti come le parole
ci scriviamo d’amore
delusioni
aneliti pulsanti
di un eterno sorridere sconfitto
amore vago amore amore mio
la sera
della mia costrizione
a prendere la penna e rivederti
sera
che si pone silenzio
e la visione segue il suo destino
– ti ripensavo senza sensazioni –
dove stanno le stelle che non sanno
se c’era un dio o se è morto
e quale morte quale negazione
che non sia di noi stessi
e le scintille
che stanno senza luogo
– dammi ancora la mano dammi il freddo
di questa terra umida grondante
d’anima storta
dammi forse almeno
la mia composizione di un addio
– ti scriverò domani da lontano –
le foglie fanno i viali e luna cambia
alternativamente le stagioni
di cui ti parlerei se avessi storia
ma la vita si scrive e si cancella
senza rimorso
faccio il poeta e brucio le parole.
 


Sull’inutile assente

(G. Morandi, Natura morta, 1919)

(G. Morandi, Natura morta, 1919)

Non pulirti le labbra. Per conservare il miele, quando le api muoiono e i covoni franano come sedie di cucina. Non c’era il pavimento.
Era bianca, la tua cucina rossa, come le sere fluide e i tramonti.
C’erano cose colme di vaniglia. E la farina, il latte, la vasca con il sangue da buttare quando si taglia l’aria o cede il tempo.
Divaricare a volte le persiane per appendere l’orlo, sempre importuno inutile, del buio; un fraintendimento di occasioni dietro occhi dispersi e notte, che il sole non si degna di salire quando di nebbia. E la visione stinta, come suoni selvaggi di non dire.
Io mi mettevo sotto le lenzuola rinserrate sul viso. Non ti vedevo pallida.

Ah la calura quando ti detergo il sudore e i capelli: unico modo di toccarti ancora.

Mi ricordo di onde trasversali. Nuotare, dove si siede il mondo. Qualche volta traverso: traversare.

Se. Dico: se. Non aggiungere altro.
E riprendendo: avvolgessi la terra di parole, tutte quelle già scritte, dal cuneiforme geroglifico fenicio arabo ondeggiante logaritmo, ne verrebbe un conteggio inopportuno, rade le poesie, romanzi altrove, farneticanti brevi citazioni, filosofici addii all’essere che passa. E l’universo. Un suono cupo, ridondante intenso, colmo di meraviglie e di sciocchezze. Una visione culmine d’acuto, tondeggiante affannata, come toccata a fuga lungo Bach o singhiozzi webernshoemberghiani spesso d’altro pianeta. Decifrare.
C’era la storia accanto. Sempre attesa.

Andare per andare.
Vele di vento lungo la dizione:
un fiato breve.
Soffia.

Più o meno dislocato verso oltre: orizzontarsi. Se mi scordo fluisco.
Per Omero la notte era mattina. Certe distinzioni sono davvero inutili. Dipende dal peso della testa, dal tempo, diffusioni serrate, attimi convergenti, fluidi spazi di scomposizione, atomi a dismisura, ineffabili deviazioni quantistiche, senza dimenticare il su per giù. Più spesso serrature. Per farla breve, E = mc2. Significa: dialogare con l’infinito che non c’è fingendo che ci sia, almeno qualche volta, a patto comunque di considerare l’assolutistica inutilità di entrambe le proposizioni.

Per questo:

Siamo stati alla guerra amore mio, come se fosse un vento temporale scosso da sfinimenti, senza alcuna ragione. Abbiamo visto l’anima sparire e il feroce grottesco. Le tue piaghe, le ferite, il disavanzo abissale della fine, proposta e minacciata. Abbiamo visto l’algebra del nulla, il precario, l’inabissato senza: le valli dell’assenza.
Stagioni, cambiamenti i tuoi sorrisi, l’ideazione pura del tuo dire. E ti cade la pelle. Non posso smettere di amarti.

Ah la rugiada al picco di un anemone chiuso! Uno si aspetta sempre che si apra. Quello magari sogna,

la sera è una collina silenziosa
colma di nebbia
e turbamento
quando apro la porta e m’assottiglio
nel tuo anemone chiuso.

E domani.


come vanno le cose

 

 
 

Fruscio
come le cose
appena
prima era pioggia
e le scarpe bagnate.
E non capisci
il profilo riflesso
quando finisce l’alba
generalmente
e le strade
le case
l’illusione
questa espressione amara
nell’ora che si insegue
calce
cortili a strati
mai veramente stabili
tra scrostature inabili da sempre
cose che vanno come d’altre cose
senza sapere mai
gesti di sera
spesso declinazione involontaria
o se ritorna il sole
e comunque la cena
che vada come vada
la febbre
il letto
ogni stesura data
sul tuo volto smarrito
né riconoscimento
tra le cose di cose
prive di direzione
che scrivo
nella luna che bagna
e tu ancora non dormi.

 
 


attesa

 

(P. Mondrian)

(P. Mondrian)


 
 

Amici morti
e tutti noi feriti
nelle radici fonde
della terra di dio
orme
di voi che siete stati e noi che andiamo
ignoti
lungo le variazioni d’infinito
occorrerebbe poi considerare
e sedersi chinati per ascolto
del detto in altre lingue
e ricordarci
della pietà e di noi
morti d’attesa
nella fatica enorme di sperare
in un volo sfumato
almeno come polvere di stelle.
Né dire d’anni
lungo volti colati nella cera
o quadri affezionati alle cornici
perché passa anche il tempo ripetuto
e si somma al destino.
E quando notte scende la banchina
al mare
col volto frastagliato delle stelle
geme
una voce lontana di sirena
lascia
che la porta si chiuda
altrimenti non dormo.

 
 


sestante

3977-1-Strumento-geometrico[1]

 

Occorrerà
a noi dannati sparsi
ricucire la terra
ed accerchiare il campo delle stelle
a riempire la sorte
lungo il moto incessante
del lunario animale
e chiudere le porte dell’eterno
perché ritorna
mentre per noi il sollievo è nel finire.
Occorrerà redimerci
dall’universo sparso
dove noi costruiamo storie magre
che qualcuno dimentica
quando la luna scende ombra di terra
sale
l’indefinito
e noi malati cronici
parliamo malattie
e asserragliati al limite
dell’anima alla morte
occorrerà tracciare
rotte diverse
a scoraggiare il Grande Indifferente
che circonda la terra
e le approssimazioni delle stelle.


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