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una solita notte

 

Sai la notte, lunga interminabile sommersa
quasi si tocca il nulla, quasi il fondo
di questa casa immersa
ed il suo aspetto dove sta il rimosso
e ti senti cadere mentre stai
forse nel tempo, forse nel sospetto
di qualche sfumatura
e allora sai
mi domandavo dove
siano finiti
e mi tenevo in mano la domanda
rigirandola come un’altra terra
dove non c’è una sponda e non dicevo
che fa paura il buio
ai bambini
ai vecchi
ed ai dispersi.


navigazione

hopper d

85° giorno di navigazione.

Qualche costellazione ancora se il cielo non si copre.

Stelle

fiamme

lame.

Difficile distinguere.

Tra l’altro, nessun verso animale.

86° giorno di navigazione

Anima sulla sedia balla il mondo: ubriacarsi ancora?

Questi riflessi danno una visione che invoglia l’apatia. Dormire? C’è rischio di non svegliarsi.

C’era una fonte dietro la mia casa: somigliava ai tuoi occhi.

87° giorno di navigazione.

Perfino spingere diventa un improbabile accennato.

Corde tese da vento. Ma cadono le mani.

Ti raccomanderei la mia figura intrappolata dentro una cornice sul cassettone presso il caminetto.

E una fiamma a illuminare l’ora.

88° giorno di navigazione.

Tu non riceverai altro che vuoto. Frammenti forse.

C’è silenzio nell’aria.

Quindi mi cadi in braccio come un sogno. Non mi aspettavo tanto.

89° giorno di navigazione.

Non si vede più nulla.

Astrali erano le forme che s’alternavano presso il parapetto. Scricchiolanti. Cioè, legno si schianta giorno dopo giorno.

Separato a malincuore dalla mia cantina.

90° giorno.

L’infinito è di ghiaccio.

(Tratto da “Il posto delle piaghe lucenti, Ed. La Recherche, 2017)


stelle

e l’universo

cui non scrivo più

mi riveste di stelle

vento d’astri la notte

trasparenze.

 

M’avvolge

un ammasso di tempo


come un urlo di mare

 

va bene
ci possiamo fermare
presso un angolo solo
una finestra
un limite
e inavvertitamente sospirare
tra gli alberi in silenzio
come un’assenza pallida
verso una spiaggia nuvola
per rintracciare voci
disposte nelle favole del tempo
ed i suoi lineamenti senza sosta
ascolta
per lenire l’usura
dove il presente passa
e irrimediabilmente deviare
ah questa arsura e i templi sulla costa
dove la luna intreccia con i raggi
linee di tempo e il mio che non è tale
sale
la mia notte e scompare
e inavvertitamente mi disperdo
sorgo
come un’onda solare
e passa questa vita che risorge
come se urlasse il mare


a un sé disperso

 

 

 

 

cartierbressonA[1]

(H. Cartier-Bresson)

mi piacerebbe chiederle di noi

dei nostri camposanti

ed altri angoli

ma i documenti scadono

mentre per traversare

facciamo una fatica maledetta

se gli uccelli non spolverano il vento

e gli alberi la strada

mentre il sonno la sera

sconcerta i lineamenti

come la mia figura d’evasione

che non ha senso chiedere la grazia

se poi ci scappa il morto

e il morbillo ritorna a imperversare

ma il male cui mi affido

ha un contagio diverso

e lei s’illude

se confida negli attimi

che il caso non fa sconti

ed è finito il tempo

dei miracoli a breve

ma legga qualche volta, legga ancora

al lume della luna

che ai cipressi farà certo piacere

ascoltare la sera.


riflesso

Narciso-Caravaggio

e la vista
senza definizione
si domandava dove riposare
riflesso
che compone la forma e la distanza
breve quando mi specchio
e poso il tempo
sull’orlo della terra
dove risiedo
a volte


Sull’inutile assente

(G. Morandi, Natura morta, 1919)

(G. Morandi, Natura morta, 1919)

Non pulirti le labbra. Per conservare il miele, quando le api muoiono e i covoni franano come sedie di cucina. Non c’era il pavimento.
Era bianca, la tua cucina rossa, come le sere fluide e i tramonti.
C’erano cose colme di vaniglia. E la farina, il latte, la vasca con il sangue da buttare quando si taglia l’aria o cede il tempo.
Divaricare a volte le persiane per appendere l’orlo, sempre importuno inutile, del buio; un fraintendimento di occasioni dietro occhi dispersi e notte, che il sole non si degna di salire quando di nebbia. E la visione stinta, come suoni selvaggi di non dire.
Io mi mettevo sotto le lenzuola rinserrate sul viso. Non ti vedevo pallida.

Ah la calura quando ti detergo il sudore e i capelli: unico modo di toccarti ancora.

Mi ricordo di onde trasversali. Nuotare, dove si siede il mondo. Qualche volta traverso: traversare.

Se. Dico: se. Non aggiungere altro.
E riprendendo: avvolgessi la terra di parole, tutte quelle già scritte, dal cuneiforme geroglifico fenicio arabo ondeggiante logaritmo, ne verrebbe un conteggio inopportuno, rade le poesie, romanzi altrove, farneticanti brevi citazioni, filosofici addii all’essere che passa. E l’universo. Un suono cupo, ridondante intenso, colmo di meraviglie e di sciocchezze. Una visione culmine d’acuto, tondeggiante affannata, come toccata a fuga lungo Bach o singhiozzi webernshoemberghiani spesso d’altro pianeta. Decifrare.
C’era la storia accanto. Sempre attesa.

Andare per andare.
Vele di vento lungo la dizione:
un fiato breve.
Soffia.

Più o meno dislocato verso oltre: orizzontarsi. Se mi scordo fluisco.
Per Omero la notte era mattina. Certe distinzioni sono davvero inutili. Dipende dal peso della testa, dal tempo, diffusioni serrate, attimi convergenti, fluidi spazi di scomposizione, atomi a dismisura, ineffabili deviazioni quantistiche, senza dimenticare il su per giù. Più spesso serrature. Per farla breve, E = mc2. Significa: dialogare con l’infinito che non c’è fingendo che ci sia, almeno qualche volta, a patto comunque di considerare l’assolutistica inutilità di entrambe le proposizioni.

Per questo:

Siamo stati alla guerra amore mio, come se fosse un vento temporale scosso da sfinimenti, senza alcuna ragione. Abbiamo visto l’anima sparire e il feroce grottesco. Le tue piaghe, le ferite, il disavanzo abissale della fine, proposta e minacciata. Abbiamo visto l’algebra del nulla, il precario, l’inabissato senza: le valli dell’assenza.
Stagioni, cambiamenti i tuoi sorrisi, l’ideazione pura del tuo dire. E ti cade la pelle. Non posso smettere di amarti.

Ah la rugiada al picco di un anemone chiuso! Uno si aspetta sempre che si apra. Quello magari sogna,

la sera è una collina silenziosa
colma di nebbia
e turbamento
quando apro la porta e m’assottiglio
nel tuo anemone chiuso.

E domani.


Gaza

 
 

Era scesa
la luna
all’altro mondo
e la stagione proponeva ore
come se fosse giorno
sparpagliavo
nel tuo campo alla fossa
le perdite di senso
i panni
le visioni
i fili torti
la vita distanziata
l’estraneità assoluta
corrosioni
io dilaniavo perdite
tranquillo
e mettevo in valigia la mancanza
la sparizione
la faccia di terrore
dall’alto
comunque da lontano
come se fossi lì mentre non c’ero
tu
mi dicono ci fossi:
sparavo.

 
 


chiusura

Prima scena

Ripiegare l’ombrello. Intanto s’incupiva rombo assiduo di tuono e scroscio cade contro l’asfalto grigio. Richiudere la porta.
(Avanzando): buongiorno! Potrei avere due etti di…
È chiuso.
(Si ferma): veramente… la serranda è alzata e le luci sono accese… Lei è qui, quindi…
Le dico che abbiamo chiuso.
(Perplesso): senta, non vorrei apparire insistente, ma a me sembra aperto.
Mai fidarsi delle apparenze. Cosa crede, caro signore, che questa sia una salumeria? Se così fosse, io sarei un salumiere, ma io non lo sono affatto: io faccio il salumiere e in questo momento non lo faccio più. Quanto a ciò che sono, dubito.
(Seccato): guardi, a me non interessa proprio se lei è o fa. Questa è una salumeria ed è aperta, quindi mi dia due etti di…
È chiuso. Come glielo devo spiegare? (Poi, conciliante): guardi, non la prenda male… non è per lei… veramente abbiamo chiuso.
(L’altro, sempre più imbarazzato): tace.
S’addensava plumbea: massa informe di nube verso il basso e la strada, mentre rimbalza pioggia. E schizzi lungo il vetro. Guardarsi intorno, con sconcerto evidente.
(Quindi): va bene, è chiuso. Però, visto che sono qui e fuori sembra che il mondo anneghi, potrebbe farmi la cortesia di darmi due etti di…
Se vuole restare a ripararsi, faccia pure…
Grazie… ma io ho fame e in casa non ho nulla. Almeno un panino…
Fame di cosa…? Qui la fame dilaga, ma non vendo rimedi.
E chi glieli chiede! Io vorrei soltanto qualcosa da portare a casa per cena! Santo cielo: è così difficile da capire…!?
(Ironico): la difficoltà di capire. Crede di cavarsela con un panino? Un panino di che…?
Ci vuol ben altro! Io è una vita che tento di capire… le auguro di non riuscirci mai.
(Imbarazzo. Silenzio. Quello si guarda intorno. Un pensiero improvviso: troppa pioggia per uscire. Poi: questo è pazzo!)
Lo so, lo so…
(Distratto): cosa?
Crede che sia pazzo.
Ma… senta… (meglio non contrariare)…
Cosa ne vuol sapere lei… lei pensa solo ai suoi due etti! Io sono qui da una vita… e che ci sono stato a fare… che ci faccio! Si rende conto: una vita! E dove è andata a finire? E dove è stato lei tutto questo tempo…: qualche panino e via…!
Senta… mi dispiace… davvero non so che dirle…
Ecco bravo: non dica.
S’accostava la sera e prime luci di lampioni annebbiati strusciavano la pioggia seghettata. Ogni tanto un fragore e un vento triste dilavava il marciapiede tra sibili sgualciti. Lampi a tratti.
(Appoggiato sul banco, le mani contro il viso. Si solleva, le passa nei capelli. Alza occhi arrossati): scusi…
Senta, mi dispiace… le è successo qualcosa…?
(Asciutto): Magari! Non succede più niente.
Mentre alitava: forma di sera.

Seconda scena

(Si guarda intorno. Prende delle scatolette. Legge l’etichetta): quanto queste?
(Risponde con un gesto sbiadito).
(Un lieve tintinnio di campanello; la porta si apre. Una signora entra trafelata. L’avventore si gira): guardi che è chiuso.
(Stupita): oh, scusate… (Esce).
(Avventore): ho fatto bene…?
(Accenna sì col capo).
(Indicando le scatolette): posso pagare queste…?
(Da dietro il banco. Si gira verso l’avventore. Alza le spalle).
(Uno scroscio più intenso e il vento sfonda: la porta che si apre. L’avventore richiude affannato, Poi, rivolto al salumiere): impossibile uscire…
(Quello, come assente): dove sono finiti…?
Chi…?
Tutti.
(Poi, diretto all’avventore): ho avuto molte donne.
(Imbarazzato): bè, mi fa piacere per lei…
Molte donne sfumate… nomi come i capelli: ne ricordo il colore, non il suono. Non so cosa darei per sbirciare le loro vite, nascondermi nei ritagli del tempo ed osservare tutto quello che è stato. Cosa hanno fatto… come hanno vissuto… i figli, gli altri amori, i segni impressionanti della vita. Vederle ora sarebbe terribile… chissà come sono ridotte! Erano belle, sa… come la giovinezza che straripava dai loro corpi cui m’accostavo assiduo. Non so se le ho amate… se loro… vorrei chiedere… Magari sono morte.
E gli amici… ne ho persi molti… Gli altri, se esistono: scomparsi nell’indistinto informe della vita. (Poi, come rassegnato): ci si incontra, frequenta, a volte ama… per anni; poi tutto svanisce, come inghiottito da una spirale enorme. Noi non determiniamo niente; il vento non è fuori: spazza dentro. Trascina ed appiattisce l’anima. Perché siamo incapaci; l’unica cosa che sappiamo fare è tentare di dimenticare, quando riesce. Ma non è vero scampo: resta dentro. (Con un sussulto): e i compagni di scuola…: ce n’era uno… era piccolo… credo fosse malato… La maestra gli dedicava molte attenzioni, la vecchia signora… Non l’ho più vista dagli esami di terza… dev’essere morta mentre ero ancora bambino. (Quindi, con gesto disperato): oh santodio: dove siete finiti: tutti…!
(Il cliente): io vorrei pagare…
Ah ma allora non ha capito…: ho chiuso, chiaro? Chiuso!
E scende: lampo sgusciante sera. Poggia le scatolette.
(Poi, stentato): anch’io ho perso di vista… Sa, vivo solo.
(Guardandolo): l’avevo intuito.
Come?
Dagli occhi.
(Li abbassa immediatamente. Mentre il tempo s’aggiusta e pioggia lieve adesso sfiora appena).
Non ho saputo, e adesso non so stare. C’è qualche pazzo intorno; se ti giri, ti accorgi che l’hai dentro. È un pazzo brutto… sordo. Uno che se ne frega. Acchiappa quello che capita, poi butta tutto. Ci gode a rimanere solo: così sfugge – dice – vaste incapacità. Io… non posso farci niente. (Poi, scuotendosi): lei legge?
Veramente…
No? Fa bene. I libri ti riempiono la testa di cose e dopo è peggio. Di cosa aveva bisogno?
(Rialzando la testa. Si avvicina al banco, esitante): due etti di prosciutto e un po’ di pane… sa, per questa sera…
Venga che glieli incarto. (Taglia; infila in un cartoccio).
(Si accosta. Paga): grazie. Bè… io vado a casa… sembra abbia smesso di piovere…
Aspetti… esco anch’io.
(Scende da dietro il banco. Infila un soprabito. Spegne la luce. Escono).


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