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Riparazioni (revisited)

Dalì

L’altro giorno una signora andata, di quelle che non t’aspetti, piccola a fiori diluita all’osso, m’ha portato una sveglia senza ore. Le ho chiesto cosa volesse farne: m’ha risposto di lasciarla dormire. Io l’ho messa in custodia. Dorme da sempre: non si può fare altro del passato.

Colleziono distanze: una fatica enorme.

Prima di riparare, spesso interrogo cose. Esempio di interrogazione: cosa vorresti diventare? Nessuna che confermi la natura dell’essere accertato in cui si trova. Sospetto smanie.

Ho un martello, una sega, un’occasione che tengo con la testa sotto il banco. Quando mi chino ci guardiamo appena: ci frequentiamo poco. A volte ci mostriamo i documenti, tanto per confermare.

Quando mi annoio faccio passeggiate. Se inciampo, riparo piedi e sassi. Se perdo tracce, le ritrovo in bottega, come se sapessero da sole dove andare. Ci spieghiamo per bene: che non accada più. Succede sempre.

Quando suona il telefono riattacco.

Taglio fotografie. Da una ne costruisco molte. È semplicissimo, basta indagare e ritagliare figure intere, strade, paesaggi, sfondi, ruote carretti case facce abiti d’occasione vicoletti cose di cose: cose. Non finiscono mai, tanto che devo proprio darci un taglio. Poi qualcuno protesta: m’hai rotto il mondo! Sì, ma ne ho fatto uno che non t’aspettavi.

Spesso mi tocca prenderli per mano. Significa che in quei ritagli ci sono anch’io. Qualche volta mi viene da pensare: sono un ritaglio. Taglio.

Gli amori me li tengo sotto il letto. Rassicurano, con diluito senso di mancanza.

Certe sere vengono farfalle. Salgono dalla riva. Chiedono ali grandi. Regalo loro l’immaginazione: possono andare ovunque. Quando frusciano, hanno un suono diverso. che rompo per rifare. Un silenzio a schema muto.

Quando le stelle striscio. Sono diversi i cieli, a seconda dell’inclinazione. Dunque, inclino. A furia di inclinare vado curvo: mi riparo di sera.

A volte cade. Restano frammenti.

Travasava da emisferi lontani:

astri, la notte.

Spume traevano soffi

= nebbia saliva apatica la valle

tra facce grigie

scosse da vento instabile e frammenti.

Lei soggiornava pallida

nell’arco addormentato delle braccia.

Occasionale

diluivo la luna

mentre i suoi capelli

formavano una sorgente di pensieri

umidi

come le sfere alte della notte.

Poi sospirava appena: forma d’alba.

Scuotersi.

Fuggiremo cuore mio…?

(c’era silenzio dietro le sue ciglia).

Celarsi

Quando mi lascio andare

m’incateno a qualcosa che non c’è.

(tratto da “Oltre il varco di notte”, La Recherche, e-book, 2016)


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