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fluttuazioni

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la notte
– l’acqua santa –
scorrerie
quando cadere è come scivolare
vento di sera – vento verso sera –
e la sera nel vento
inafferrabilmente ricordare
un tu diverso
e le parole
– mi fa sera la sera –
e notte quando vedo
oltre di noi
ma come faccio a dirti
la distanza
oceanica
saltuariamente.

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amarezza

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io non avevo fonti di amarezza
ma un bambino per mano
un autunno
che si aggirava come addormentato
finché l’ho visto piangere
e le parole un suono
come di pioggia lieve
da asciugare
ma non sempre si lascia accarezzare.


caldo

palazzi rossi copia-b (2).jpg

non mi sento di dire nulla in proposito
forse faccio male
ma a volte lasciarsi cadere
è un inaccostabile disgiunto
da quei processi logici
che la mattina fanno colazione
al caffé.
Sarà pertanto l’aria di apatia
che non c’è vento
e le donne che passano di fronte
si sono tolte le calze
e hanno un’aria di falsa scollatura
perché sudano
mentre richiamo il cameriere al tavolo
e mi accorgo che suda
tanto che mi domando se non sia anche lui una scollatura
ma non mi sento affatto di approfondire
e chiudo gli occhi
transito mente altrove
pago
e vado via.


fino a luna

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Impassibile

l’espressione

e diluita

la tua incostante traccia

s’alzava intanto un vento disatteso

senza una direzione

forse sabbia.

Pertanto

si poteva benissimo pensare

di non pensare affatto

cosa cui prontamente m’inducevo

liberando il tuo campo alle visioni

e il mio distante aspetto

a soluzioni improvvide

tanto che i lineamenti

cui volentieri indulgo la mattina

discutevano casi non risolti

di un aspetto impreciso

simile a un volo almeno involontario

con stridore di rondini

benché fosse finita primavera

e l’estate

un appannaggio autistico

distante la distanza

per obbligo di fonte non chiarita

mentre le api

un turbinare

lungo i covoni e gli alberi di fico

e la mia testa in grembo

fino a luna.


quando le migrazioni

strada

e gli alberi non hanno una ragione

diversa dalla tua

per quest’aria che passa

con la sua umidità

disciolta

quando settembre cade

né le case sommerse dalla sera

abitano ricordi

che tu non abbia avuto di passaggio

quando le migrazioni

dove talvolta

mi piego e cerco sonno

che mi separi dalla mia insolvenza

e mi chiedo di te

come se fosse ovvio

prima di addormentarmi.


alla mia estraneità

kandinsky

Tu mi riservi sempre imprecisioni
emendamenti fasci di domande
ed ostinata bussi
alla mia estraneità
come una spina piccola
un’assenza invisibile vissuta
nel tuo sostare impavida
al margine di un’illusione
che diluita aspiro.
Non so di te
ma forse la visione del tuo luogo
diventa un’astensione che compensa
la nudità di esistere
in una incomprensione cui rimando
le proposte azzardate che mi accenni
e l’infinito privo di risposta
dove trasporti i giorni.


come le feste e i giorni

renoir 3

Quindi si siede a tavola, arcuando
il fianco ed il vestito verso il mio
sguardo che non ha sete
e le parole
viaggiano
come le feste e i giorni
da una sera ad un’altra, una smentita
di quello che succede – risa intorno –
e i bicchieri una svista
ma i divani
accavallando mostrano le cosce
che il vestito ripiega troppo tardi
e si parlava come si parlasse
anima, mondo, cose, svogliatezze
– indulgere pertanto – mi domando
se non sarebbe il caso di smarrire
sera per sera: sere
mentre ti affacci ed io ti pongo accanto
la sigaretta, il fumo, il mio segreto
simile a qualche cosa che scompare
che distratto ti indico – tra luci –
ma le fessura e minima e le stelle
piccole
disattente
da lontano.


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