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celan – lontananze

con lo sguardo nello sguardo, nel freddo
lasciaci fare questo ancora:
respirando
tessere insieme il velo
che ci nasconde l’uno all’altra,
quando la sera s’appresta a stimare
quanto ancora è lontana,
da ogni figura che essa si dà,
ogni figura che a noi essa presta.

(Crocetti, 2013)


Iosif

Ti ho letto talmente tanto
che quasi potrei dire di conoscerti
anche se il tempo ci ha divisi
e la nascita
avvenuta a migliaia di chilometri di distanza
come se quando sei venuto in Italia
io fossi andato in Russia
e tu ti fossi sperso nella luce che basta per il resto della tenebra
e io nel Baltico
dove le isole si tengono per mano
e la deriva.
Tu non sapevi neppure che scrivevo
o almeno tentavo di farlo
e per questo il nostro rapporto è ancora più sbilanciato
ma sono contento che tu non mi abbia letto:
mi avresti chiuso dopo poche righe e avresti fatto bene.
Dunque non ci siamo neppure sfiorati
anche se ti ho tenuto tra le mani e spesso in mente
ma cosa vuoi farci, Iosif,
noi siamo nati figli di distanza
e l’unica cosa che ci tiene insieme è stare soli
quando dalle tue parti
gli uomini non hanno ombra, come l’acqua
e dalle mie
le stelle tornano tutte le sere
e ancora aspettano che qualcuno se ne accorga.


una solita notte

 

Sai la notte, lunga interminabile sommersa
quasi si tocca il nulla, quasi il fondo
di questa casa immersa
ed il suo aspetto dove sta il rimosso
e ti senti cadere mentre stai
forse nel tempo, forse nel sospetto
di qualche sfumatura
e allora sai
mi domandavo dove
siano finiti
e mi tenevo in mano la domanda
rigirandola come un’altra terra
dove non c’è una sponda e non dicevo
che fa paura il buio
ai bambini
ai vecchi
ed ai dispersi.


scorci di un ottobre romano

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Quindi abbassavi le ciglia
(le palpebre seguivano quasi per moto proprio)
e io che incanalavo il tuo respiro
ne seguivo il passaggio
da una giornata all’altra
mentre le braccia restavano divise
quasi incapaci di scandire il tempo
con movimenti poco ragionati.
Questo mi sembrava appropriato.
Forse scorci
di un ottobre romano
consentivano al senso di apparire
a tratti luce tipo spazio-tempo
(sarebbe a dire terribilmente incerto).
Ti lavavo le mani.
M
i seguivi
con una certa rassegnazione nello sguardo
(i piedi non ne erano capaci
camminavano e basta)
mentre trattengo quando si fa sera:
un momento incedibile.


tra milioni di tempo

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Mentre la notte lava le sue sere
io frugavo la terra
tra milioni di tempo
e nulla mi restava tra le mani.
Quindi l’alba.
Ed eravamo tutti frastornati.

(immagine di jamie heiden)


depositi

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Ed infinite
passano formazioni
mentre chiedo
se il cielo possa fare da altipiano
dove poter passare qualche sera
mentre ti scrivo lettere
con le solite storie fuori luogo
perché non sono un luogo
e ho male alle caviglie e alle parole
depositate al largo

mentre spremo limoni e pianto piaghe
e ti dicevo certe situazioni
se ricordi
quando il ponte si rompe e l’altra riva
raddoppia questa nostra vastità.


SENZA FILO

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Telefonami possibilmente a primavera

quando i cisti preparano i boccioli

e le viole si svegliano

ai salti delle rondini

chiamami verso sera

quando avrò espulso il vuoto che mi copre

e potrai riconoscere la voce

che altrimenti sembrerebbe l’avamposto

di una città perduta

un temporale

un transito di sogni senza storia

ma non farmi aspettare più di un anno

che non saprei distinguere tra i giorni

di un’attesa stentata

ma se vorrai non farlo non chiamarmi

e farò finta di telefonarmi

quando viene l’estate

e i cisti hanno riposto lo splendore

e la sera le viole.

(Tratta da “Metafisiche a terra” e-book

 


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