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attraversandoti

Black on Maroon 1958 by Mark Rothko 1903-1970

Se potessi mi avvicinerei a casa
in un’ora qualunque
di un mese un anno un secolo una vita
o strade di città
attraversandoti
tenterei di guardare se tu esisti
in un modo o nell’altro
o un’ora nell’eccetera di prima
perché ti faccio esistere esitando
ma forse dovevamo conoscerci meglio.


il tempo della crisi

Ieri un amico, riferendosi ad alcune mie piccole difficoltà personali, mi chiedeva se era finita la crisi, domanda legittima ma cui non c’è risposta. La crisi, infatti, non è fenomeno passeggero, qualcosa che ci viene a trovare, saluta e se ne va: la crisi è fenomeno che riguarda l’esistenza.

A mio avviso, non esiste esistenza senza crisi, dato che quest’ultima è uno status che riguarda la coscienza e, senza crisi, non esiste coscienza. La coscienza è per se stessa crisi, rompendo, come fa, lo status originario di indifferenziazione con l’inconscio. Esistere è rottura, è crisi, tanto che ci sarebbe da augurarsi che una crisi non passi mai.

Un’altra amica mi ricordava che il sonno della coscienza genera mostri (credo citando Shakespeare). Ecco, io spero di rimanere sveglio e che la mia crisi non mi lasci addormentare.

Crisi è, tuttavia, anche quando la coscienza si addormenta e i “mostri” prendono il sopravvento. Crisi è assenza, mancanza, effetti degenerativi di diverso genere. Questa non è la mia crisi, ma di questa parlo in un breve articolo, già pubblicato su la Rivista Fermenti, che qui propongo in formato PDF, leggibile o scaricabile,  per chiunque avrà la pazienza di leggerlo e, inevitabilmente, andare in crisi.

Auguri!

 

(articolo segnalato anche su la Rivista letteraria “Il Segnale”

Baldaccini-Il tempo della crisi

 

IL SEGNALE n. 932012

 


il rumore sottile dei pensieri

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Ebbene essi mi frugano

con un sottile rumore di rugiada

quindi deve essere mattina:

per questo ho freddo.

Ma potrebbe anche essere

il lento scivolare

di una goccia

lungo uno stelo dritto

(o ricurvo?)

e questo rallenterebbe

la velocità dello scivolo

e dunque del rumore.

 

Questo sottile rumore

(è sottile il rumore; prova a toccarlo)

sembrerebbe un’armata di stelle

se fosse notte

e avessi voglia di posizionarle in alto

o una scorza di arancia caduta da un banco del mercato

mentre qualcuno la insegue

sdrucciolando

come un ubriaco che blatera

afferrando la nebbia, le mani, le scarpe

le bucce che ha scartato

e i vestiti che si è tolto per sentirsi

ma zero uno non fa alcun rumore

e questo acuisce il fragore della tenebra.


ma si vive una volta

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(Degas)

Tu
sei indiscutibilmente
un’apertura alare
di cui non so indicare la misura
la distanza dagli occhi
l’ombra che proietti in questo mondo
né la diversità dalla mia idea
ma si vive una volta
e dovrò sporgermi dove puoi finire


qualche volta la vita 2

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(Immagine di Luciana Riommi)

Avevamo la stessa malattia
che nessuno sapeva diagnosticare
mentre noi ci guardavamo sorridendo
come due morti insieme
conoscendo benissimo
questo diverso modo di viaggiare
e le correnti
i vuoti
l’impossibile capacità di sopportare
e a volte scendevamo dove duole
per ricordarci
quando eravamo uccelli.


alla mia estraneità

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Tu mi riservi sempre imprecisioni
emendamenti fasci di domande
ed ostinata bussi
alla mia estraneità
come una spina piccola
un’assenza invisibile vissuta
nel tuo sostare impavida
al margine di un’illusione
che diluita aspiro.
Non so di te
ma forse la visione del tuo luogo
diventa un’astensione che compensa
la nudità di esistere
in una incomprensione cui rimando
le proposte azzardate che mi accenni
e l’infinito privo di risposta
dove trasporti i giorni.


Anobii: recensione Metafisiche a terra

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Ringrazio Chiara Germani per questa bella recensione su Anobii al mio “Metafisiche a terra”, ora anche in versione cartacea

“Metafisiche a terra” invita a prendere distanza dalle posizioni definite, approdando in questo modo a dimostrare la fondatezza di una contraddizione, ovvero la potenziale essenza terrena e reale della metafisica. Il libro è un percorso di riscoperta e liberazione della dimensione del sacro: parla di anima, e di un dio – possibile – perché ne scioglie la percezione da quell’ideologia che come tale pretende posizione ferma. L’idea nel testo si fa strada gradualmente, nell’imbarazzo di chi leggendo riconosce di aver taciuto la dimensione del sacro, con l’illusione d’aver scelto il partito solido e razionale dell’esistere, come se la vita non fosse ambivalenza. Per esplicitare questo imbarazzo l’autore accenna alla struttura della nostra natura, ricordando che “siamo un linguaggio diviso che la coscienza stenta a riconoscere”, un “linguaggio complesso e plurale” ⁱⁱ, contraddittorio, quindi difficile da rappresentare a sé in serenità; prevale così in ognuno la fazione più rassicurante, o quella che per qualche motivo restituisce un’immagine più innocua o congrua di sé, mentre quella opposta si tace, in questo caso sull’asse che va dall’ateo al credente. Nel profondo esistono elementi liquidi che non hanno connotazioni di giusto o sbagliato, semplicemente sono, e unitamente fanno parte di ciò che siamo. Sospendendo il giudizio che porta a questa scissione, la lettura conduce a riconoscere come si possa partecipare, allo stesso tempo, al sacro e al reale, affrontando uno dei più complessi tabù della contemporaneità: come è possibile credere in dio? Riportandolo a terra: “L’anima non viene da dio: lo fa.” ⁱⁱⁱ
Dio è figlio dell’anima dell’uomo, è il percorso del suo sentire, e come tale cambia, come l’uomo cambia.
La sua presenza è ondivaga; a volte vivo, come raro incontro con l’altro (Dialoghi dall’istante), come antitesi (Lettere dal Ponto), radice e appartenenza (Ai confini di Grecia), come smarrimento e pena (Notti di Varsavia). Spesso è rifiuto, e morte (La conversazione). E’ dunque a nostra immagine: “un frammento. Un precario senza condizione e quando siamo nulla, allora nulla.” ⁱ⁴ E’ il nostro fragile senso del sacro, nel mondo reale, nella particolare visione che ciascuno ne trae.

“Si provi a pensare all’idea di una casa, un tempio, una città, un fruscio tra le foglie, un sogno,
quando la notte invita nell’altrove, o ancora un timore, un desiderio, una forma comunque rappresentata, come avviene nell’arte. Ebbene, questi moti dell’anima sono dio e molto altro ancora.”
(…) “Sarà seno di sera, gonna aperta; sarà sudore, fieno, corsa fiato o volo delle api in primavera.
Sarà ronzio, sonno colmo di rosso del mio vino”. ⁱ⁵

Dio è rifiuto quando l’ambivalenza è negata, quando il giudizio spinge alla rinuncia del plurale che ci abita, alla rinuncia della comprensione del plurale che abitiamo, nella ricerca forzata di un’identità forte, ma illusoria, che non fa che ripetere vacuamente gli stereotipi di se stessa. E il rischio di questa condizione non si limita ad essere l’annullamento della capacità personale di vivere appieno, ma diventa mostruosità quando elevata a sistema: genera l’inquisizione, il fascismo, l’integralismo. Oggi, ieri l’altro, come quattrocento anni fa. Quando si raccoglie questa consapevolezza si è disposti a morirne, perché abiurarla significherebbe, in fondo, la stessa cosa. Giordano Bruno bruciò per questo:

“Dio è in ogni luogo e in nessuno, fondamento di tutto, di tutto governatore, non incluso nel tutto,
dal tutto non escluso, di eccellenza e comprensione egli il tutto, di defilato nulla,
principio generatore del tutto, fine terminante il tutto. Mezzo di congiunzione e di distinzione a tutto, centro ogni dove, fondo delle intime cose. Estremo assoluto, che misura e conchiude il tutto,
egli non misurabile né pareggiabile, in cui è il tutto, e che non è in nessuno neanche in se stesso, perché individuo e la semplicità medesima, ma è sé.” ⁱ⁶

Ambivalenza non è in questo testo solo titolo e argomento. E’ anche stile. In rapido sguardo
per l’alternanza di prose e poesie. Ma oltre, anche per il modo in cui l’autore disegna questi brevi momenti di sacro, in una rassegnazione che sembra negarli, in un diminuendo che giunge sino
a scenari glaciali, con la descrizione di paesaggi interiori di un io sospeso e disperso, morte di tutto.

“Dicono si ricordi. Come se l’acqua e i suoi riflessi riproponesse tutti i tuoi fondali. E l’assurdo del tempo. Dicono non ci sia molta distanza, in un appiattimento verticale e ciò che è orizzontale si condensi.
Dicono dunque si raduni: la nostalgia dell’acqua senza fondo. E ti trovi disperso.” ⁱ⁷

E’ una dimostrazione in sottrazione di uno stato prezioso, inquietante e sfuggente; precarietà
la sua sostanza e il suo limite, cui non c’è cura. Ne deriva inaspettatamente un senso di liberazione,
ma anche pena, per la descrizione lucida a giudizio sospeso di una condizione imperfetta: incontriamo
la possibilità di partecipare a ciò che è sacro in questo mondo, ognuno a suo modo, episodicamente, forse.
A questo punto consapevolezza e pena non sono solo rivolte a sé, ma si estendono anche alla condizione dell’altro, come plurale esterno in cui ricercare e ricucire il proprio linguaggio interno complesso, un tutt’uno che fa eco a l’idea di dio di Giordano Bruno, e così descritto da Céline nel suo Viaggio:

“Si ricomincia a vedere tutto, tutto semplice, tutto duro. Gli argani qui, le palizzate dei cantieri laggiù
e lontano sopra la strada ecco che tornano da più lontano ancora gli uomini. Si infiltrano nella luce sporca a gruppetti intirizziti. Si riempiono di luce tutto il volto per cominciare passando davanti all’aurora.
Vanno più lontano. Si vede bene di loro solo i volti pallidi e semplici; il resto appartiene ancora alla notte. Bisognerà pure che muoiano tutti un giorno anche loro. Com’è che faranno?
Salgono verso il ponte. Dopo spariscono a poco a poco nella pianura e ne vengono sempre altri, di uomini, ancora più pallidi, via via che la luce sale dappertutto. A cos’è che loro pensano?” ⁱ⁸

Dio, così generato dall’uomo, sarà allora il sospiro della terra, quando si guarda e si riconosce…

“Non aveva parole: sospensioni.
Un sussurro, un’inquietudine, un sollievo a volte, quando il bisbiglio si faceva voce.
Dava respiro a ciò che resta in fondo, all’escluso, all’inatteso, alla mia debolezza non gradita.
Ispirava nostalgia o qualcosa che vi somigliava. Forse ignota, forse d’ignoto.
Una strana speranza, senza pensare di poter sperare. Si presentava come una proposta; un azzardo, un’assenza costante di una presenza invisibile vissuta che ignoro ma conosco e diluita aspiro nel vano dei suoi giorni senza ore.” ⁱ⁹

…in un sentire dolceamaro e reale che permette ad ognuno la sua preghiera.

(“Ondivago mare, sei pronto a salpare?” (…) “A udire questo invito il mare senza por tempo in mezzo si arrotolò dalla terra all’orizzonte come un tappeto, e lasciò nude le miserie, le vergogne, le sozzure che la terra nasconde sotto il liquido manto. A vedersi scoperta e così brutta, la terra sciolse in pianto ed è facile capire che il pianto della terra non è se non una pioggia capovolta, che dalla terra cade sul cielo”.)ⁱ


metafisiche a terra

METAFISICHE A TERRA

e-book di giovanni baldaccini disponibile su youcanprint, bookrepublic e nelle librerie on line

metafisiche-a-terra


frattura di luciana riommi

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l’incomponibile frattura
che mi sfianca
su un’illusoria singolare identità:
lei non declina forme di plurale
ai margini invisibili di me
dove confusa_mente vado
in doveroso ossequio
dell’ignoranza della gravità
di assecondare sotto mentite spoglie
l’autoinganno
desiderio aspettativa attesa
e la pretesa
che il respiro valga
come promessa per l’eternità.

 

tratto da “Dentro spazi di rarità” Antologia Fermenti, 2015


poche questioni d’infima influenza

1c

Dunque dicevo: notte.
Mastodontiche le eclissi
aggiornamento
diversamente inabile capire
tra profumi di luna dimezzata
e condizioni come di passare
da un proposito all’altro
e dispiaciuto:
ma non sarebbe il caso di partire?
Disposizioni d’animo
stantuffi
coinvolgono palpiti e sussurri
in pratica:
ti distendevi tiepida fugace
e breve come è breve brevità
ti tenevi distante:
non si potrebbe spegnere il rumore?
Ma l’universo sta dove la porta
sbatte continuamente
e cose d’arte
(astrazioni di cosce)
come tu sai divergono
e lo stridio, mia cara, lo stridio
sembra suono di sega o violoncello
come vuoi che ti sposti nel domani
o peggio ieri
e dove, dunque, io
se tu divergi
che s’alza vento
e la notte dibatte
questioni non adatte alla mia quiete
e la finestra
un vuoto
per cui sapresti dirmi quanto ancora?


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