Archivi tag: eternità

Jorie Graham: Fine

Ascolta: è un vuoto che contiene
un’attrazione, rovinata, rimpicciolita, ascolta: c’è
questo
animale
che lentamente muore
nell’eternità
la sua trappola.

(Tratta da “Fine” in Il posto, Mondadori, 2014)


quando c’era il silenzio

 

Quando c’era il silenzio
eravamo soliti scambiare
un bisbiglio profondo
che mi sembrava come una collina
che risuona la notte
dove intuivo forme
lente come le stelle
quando la terra non conosce il tempo
e i ruderi
durano quasi un’eternità.


dialogo senza un tu

Johannes_Vermeer_-_The_Geographer_-_WGA24687

Dialogo senza un Tu

S’alza luce e la notte

lascia la condizione dell’umano ad altri impenetrabili

che se vorrai saranno i tuoi pensieri da un istante ad un altro di quest’ora.

Dunque potremmo, se riterrai opportuno, continuare senz’altro a argomentare

con massima coscienza d’incoscienza il dubbio che mi fruga dalla nascita

e che spesso ti annoia

ma non puoi farmi colpa se non vedo

di cosa è fatto Dio.

Altri pensieri e gonne sorvolanti spesso portano spazio alla mia testa

e la notte mi chiedo se non fosse un seno che soccorre

ma ritengo perduta ogni disposizione ad alloggiare

presso le donne l’anima

e subitaneamente mi domando se mai fosse una casa

il latte che mi cola nella bocca o piuttosto lussuria.

Ma non è questo, credimi, che incalza, quanto l’idea di un essere mancante

cui non riesco a dare consistenza

e al mondo

ai suoi girovaghi

al mio stesso dissenso.

Tuttavia non indugio l’oltre tempo se tempo assomma tempo ed ogni istante

mi suggerisce la contraddizione di un’eterna distanza

di cui siamo presenza e condizione

_ dico, capisci, dico _

che mi occorre distanza dal lusso atemporale del silenzio.

Dunque dammi del tè che senza corpo persino un’onda naufraga

e non avremmo ragione di trascorrere

sere

nei mesi

ed anni

per non parlare di tutta quella storia cui giustamente tieni e che io nego

non scorgendo nient’altro che un marasma dove non vedo senso e insegnamento

che per apprendere occorre una coscienza non identificabile

non la follia di tecnocrati devoti al loro istinto

cui si ricorre, temo, per avere

_ e inevitabilmente dominare _ spazi antichi di mondo in altre forme

che della forma hanno l’apparenza di una favola vecchia in uno schermo.

Ah, sale il giorno e scema il mio frammento nel lucido indistinto dell’uguale

e

l’ora

il vento

perdo

il mio digiuno.


ultima trascrizione senza stampa

C.V.clausen                                                                                                       

 

 

E quando avremo detto le parole

e le maree

le nascite

le morti

il cambio delle specie

le estinzioni

e avremo detto dio

e i precedenti

angoli dell’ignoto

e libri voci suoni

tu mi dirai di te

ed io

ascoltando

 

ti chiederò che hai fatto

che non sia altro che dimenticare.


le custodi del seme: tra biologia e poesia

pensieri brevi tra biologia, psicologia e poesia

Etching: 19, 21, 23, 24, 26, 30, 31 May 1971, 2 June 1971 (L.130) 1971 by Pablo Picasso 1881-1973

Signora
le tue proposizioni d’infinito spostano secoli, l’inavvertito sempre, il mio declino.
Di valle in valle gli occhi a deviare i rimbalzi d’autunno
e il verde è nel ricordo
che nessuno ti guarda quando spargi
le vesti:
la mia sosta.
A volte sensazione di sconcerto, celi ombre tra tele
suoni, righe, fumi bassi che spandi.
Tuttavia deflagrante, non è dato nascondersi al tuo seno
le braccia tese
l’arte sovrastante dei ricordi
smossi dal mattino
che allaghi di torpore se li pongo
a margine del viso
e la schiuma sui fianchi ed oltre l’alba
l’autunno
il tratto d’inespresso che ti scaglia
oltre di me, di noi, dell’incosccienza.
Non è dato capire.
Soltanto contemplarti se discosto
l’algebra, la tensione, le finestre
che affacciano apparenze
mentre tu spargi la mia vista cieca e la definizione che ti copre:
non ti darò un mio nome.
C’era vento e parole
dove ritorno, parto, scorgo, se mi frastaglio muoio
nei lineamenti: un’opzione inutile.
Ti parlerò di me quando mi piego a seguire la forma dove passi;
raccogliere
nella bocca delusa
scintille d’ombra che si fanno voce
che non ho altro e scrivo il tuo mantello
che ricopre la terra e la mia sera.
Tu mi travasi da distanze enormi:
amarti senza averti il mio destino.

Non so come sono arrivato qui. Ci vivo, ci penso, ci amo, ci scrivo, ci disgusto o ci sguazzo, ma non so come.

Un viaggio lungo, irrappresentabile, tanto da non averne idea. Eppure sono qui; quel viaggio l’ho fatto: involontariamente.

Come sia stato possibile resta comunque un mistero. Pensandoci, rasenta l’incredibile. Basta considerare tutti i pericoli che esistono là fuori: guerre, malattie, casualità, per non parlare, in epoche più remote, dei predatori. Davvero è inammissibile che io oggi sia qui. Se si pensa a tutte le persone che l’uomo, il caso e i virus hanno sterminato, esserci è un miracolo. Ovviamente non mi riferisco a me stesso: io non ho attraversato i secoli; il seme da cui derivo sì. Che sia riuscito a trasmettersi senza interruzioni è fatto del tutto inconcepibile.

Dunque, rappresentare l’impensato, talmente impensabile che risulta persino inutile pensarci. E tuttavia occorre ringraziare.

C’era una volta la mia Eva mitocondriale. C’è ancora. Vive appartata in un filamento del DNA moltiplicato per miliardi di volte. Contiene le istruzioni per costruirne altri e almeno la metà di me stesso. E’ femmina: irrinunciabilmente. E alle femmine si rivolge; cerca accoglienza; ne trova.

Da sola non può nulla; per costruirmi ha bisogno del cromosoma opposto. Esso svolge un ruolo puramente meccanico. A rigor di logica, anche il cromosoma femminile, ma nel corso dello sviluppo si nota una differenza: le femmine sanno ricevere ed elargire, custodire e nutrire, curare e proteggere. Se lo sapessero, sarebbero un pensiero interminabile.

Il maschio ne è incapace: lascia il suo seme e passa; anche se resta. Fugge spiritualmente, mentalmente affettivamente, tutte capacità che non possiede. Una presenza superflua? Praticamente.

Noi ce ne andiamo in giro a sterminare; la femmina riceve e mette al mondo. Essa permane, nei limiti del possibile (leggi accidenti, violenze, epidemie). E’ una superstite e ci permette di esserlo finché restiamo accanto a lei. Poi una forza maligna (istinto animale) ci spinge altrove. Essa piange, riceve ancora, procrea di nuovo, mentre noi ci estinguiamo.

A volte seguiamo un altro istinto – sembra di riflessione. Porta verso il cervello. Allora diventiamo matematici, fisici o all’incontrario artisti, ma è soltanto un’altra forma di fuggire: un sublime che estrania.

La capacità femminile di accogliere, proteggere e procreare è stata la mia salvezza. Il maschio mi ha dato una pennellata; poi, in un modo o nell’altro, scompare. Personalmente faccio anche peggio. Comunque, se le donne non avessero partorito e curato, in qualche modo persino immaginato tutti coloro che mi hanno preceduto, io non ci sarei.

Vorrei conoscervi tutte, madri dei tempi, madri del mio tempo. Sapere il vostro nome, come avete vissuto, sentito, sperato. Godere ancora della vostra protezione nel profondo del ventre e delle braccia: proteggervi. Vorrei vedere il vostro volto, il corpo, il seno che ha nutrito la mia possibilità di esistere, il ventre dove siamo stati, io e i miei padri e madri. Vorrei potervi parlare, decisamente ringraziare e dirvi, per quanto sconosciute, che vi amo.

Voi siete l’antico mito di una Madre che vogliamo vergine ed esclusiva; siete l’idea di esistere nella cura e nel perdono; la mia ascesa all’eterno, il mio sostare, la mia permanenza e scivolare il tempo lungo il nulla del tempo. Siete l’eccezione alla morte, il tentativo della sua smentita, l’irrinunciabile potenza dell’amore, la negazione di tutto ciò che è futile, fuggevole, volgare. Siete l’istinto di conservazione, la propensione ad essere, la nostra unica possibilità, anche quando imppazzite. Siete il progetto dell’esistenza, ovunque e comunque, della presenza a oltranza, di un senso insito nell’immaginale, privo di conoscenza ma non per questo meno vitale. Se esiste un Dio, per come ha concepito il mondo, ne siete la smentita. Se potessi conoscervi vi aiuterei a capire; lo faccio con le donne che mi frequentano professionalmente. Forse è per questo che sono qui e, forzando un po’ la mano, che in qualche modo mi ci avete portato: come se vi parlassi. E tuttavia sfuggite in fondo al tempo: io di voi non so nulla, tranne che sono qui.

Non posso ricordarvi senza un volto; farò vostro il viso che, tra la foschia e le rocce, vi ha dato Leonardo. Farò vostro quel volto per immaginarvi molte in una: sarà sempre pochissimo. Ma nella terra che è parto di fatica, vi rappresenterò con Caravaggio, nella sua Madonna dei Pellegrini. Una donna grossolana, del popolo e nel popolo: una Madonna vera. Non servirà a conoscervi, ma per lo meno a rappresentare la Madre e l’incoscienza del suo infinito senso del restare.


stanze

occhiali

espongo le mie stanze
al divisorio
dove si riconosce
e di traverso
sbircio
la mia passione
il mio costante inganno
la diffusione lunga
– breve l’aurora prima che scompaia –
l’anima
e l’incostanza della sua fusione
con gli attimi del corpo che cammina
dove l’eternità non ha riparo
e mi siedo vicino.


frattura di luciana riommi

34

l’incomponibile frattura
che mi sfianca
su un’illusoria singolare identità:
lei non declina forme di plurale
ai margini invisibili di me
dove confusa_mente vado
in doveroso ossequio
dell’ignoranza della gravità
di assecondare sotto mentite spoglie
l’autoinganno
desiderio aspettativa attesa
e la pretesa
che il respiro valga
come promessa per l’eternità.

 

tratto da “Dentro spazi di rarità” Antologia Fermenti, 2015


ombra

 
 

L’indiscutibile soggiornava immoto
oltre lo schermo delle stelle fisse
e distanza
misura di un’assenza
mai superata e gonfia di ristagno
in un grumo di terra
mentre la notte
e tutta la pietà
si preparava a cingere
ogni vago del mondo
come l’acqua azzurrata e fiumi grandi
tesi nel mare e l’onda
di creature d’abisso che non sai.
Stupito
quando mi piego in alto e l’infinito
sosta
dentro l’ombra dei giorni.

 
 


e tuttavia le stelle

 

Raggelare un po’.
Ancora si squagliava l’universo nell’indistinto fondo come sogno. Tuttavia sveglio. Dunque allucinazioni? E stelle, sempre fonti d’illusioni.
Basta pensarci un attimo. (Genere preziosissimo l’attimo: sfugge).
Dunque dicevo. Sembra tutto a modino, pulito, ordinato, luci soffuse ed altro, che i poeti ci sguazzano e i malati (leggi innamorati: stanno malissimo).
Invece un parapiglia. Atomicali gas a propulsione caoticamente raddensati o dispersi (fino a quando la gravità provvede) scoppiano in ogni dove. E motori elioidrogeni a scomparsa (tutto finisce) letteralmente fondono. Per non dire il rumore. Del calore non parlo: provate a prendere il sole nel sole.
Cozzi, frantumi, scoppi: bombe dovunque. E fantasie di marziani cattivissimi prendono corpo: i raggi gamma esistono! (Meglio non finirci dentro). Sistemi abbinati (si chiamano binari = stelle a braccetto) roteano mortalmente avviticchiati. E la vite si avvita, fino a scoppiarti in faccia.
Nel centro di ogni galassia che si rispetti, un abbraccio mortale fatto buco crolla nel nero qualsiasi cosa accosti. Effetto generale: sbriciola. Materia e spazio tempo, che persino la luce non ne esce. Da dove? Non risponde nessuno. Dunque, dove vorreste andare?
Quanto a noi, siamo una nave spersa relegata all’angolo discosto di una galassia piccola, tra le meno importanti, che viaggia senza andare nulla e nulla. Praticamente periferici, ci muoviamo a una velocità pazzesca spinti dal primo moto atomico mentre giriamo folli su di noi per mantenerci a galla, avvinghiati ad una stella minima (ma sufficiente per disintegrarci) che, da parte sua, suda per mantenere un sistema addensato, carico come a molla, sempre pronto a sfilarsi chissà dove. Il caso non lavora con la testa: accade.
Se la sera un binocolo puntasse oltre l’inquinamento cittadino, scorgerebbe un ammasso di mondezza roteante impazzita. Sono i resti di satelliti lanciati dalla comunicazione che vaneggia (volevate vederli i mondiali, no…!?) E allora mondezza, perché tutto si sfascia e si sfascia di più: collidono. Prima o poi sulla testa.
Dicono creazione. Dalla morte. Quando una stella muore ne fa altre. Ma che ci parlo a fare…!?
Il sistema è d’annata: quasi 14 miliardi dei nostri anni. A proposito: ogni misurazione è relativa. Magari qualcun altro calcolerebbe diversamente. Dice: e che ne sai. Bé, per assonanza. È così anche sulla terra: basta guardare in Cina.
Funziona su un equilibrio sottile: dal nulla qualche cosa; dalla morte la vita. E viceversa. Sempre. Questa l’eternità.
E tuttavia le stelle.

 
 


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: