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io la conoscevo bene (nuova versione)

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Poi ti chiedi d’impatto

senza troppa attenzione

come succede quando una sorpresa

ti afferra alle spalle

e forse neppure ti aspettavi

che ti rispondessi
e francamente

non credevo
potesse capitare di pensarti.
Il fatto è che questa superficie
gira come la terra
e sembra conclusiva
mentre è soltanto involucro
o per lo meno ciò che sembra tale

se potessi definire l’apparenza

ma non sono sicuro.
Io la conoscevo bene
e con lei tanti altri.
Conoscevo i suoi occhi
la vocazione di scompaginare
il rimmel

la toilette

la confusione.

Conoscevo gli sbalzi

quando indossava i miei stivali

e i suoi che non potevo mettere

perché non mi entravano.
Conoscevo gli istanti d’abbandono

_ ma era davvero così _
o non eri tu che non corrispondevi
e inevitabilmente

ero costretto a farti scomparire

per rifarti di nuovo

e forse
non ti conoscevo affatto

ma mi fa piacere pensare il contrario

se non altro per rassicurarmi un po’.
E adesso siamo qui
– io, non saprei –
tu chissà dove
in una atmosfera di astensione
che vagamente mi somiglia a Dio
o a uno di quei tempi in cui si entra
senza averne coscienza
che è l’unica cosa che mi sembra di sapere

tanto per fare un’affermazione qualsiasi.


And a bitter of you

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Ancorarsi alle foglie.

L’altro giorno viaggiavano l’intenso: direi uccelli marini (ma potevano anche essere schermaglie. D’amore, si)
Sotto, tempeste d’alghe addormentate sparigliavano sogni rendendo più intuibile l’incerto. In pratica, evanescenze d’universi paralleli o altre confusioni ingannevoli (praticamente quanti).
Pioggia di piume a volte (sarebbe come cuscini). To sleep perhaps to dream?
Telefonate zero.
E la marea.

Ma non parliamo di traversare il mare. Sembra un infinito piano di lunghissima complessa percorrenza. In realtà, una goccia arcuata roteante intorno a un fuoco enorme. Orbite sgocciolanti? Significherebbe perdere pezzi, ma tutto sommato mi sembra una questione poco interessante. Si provi invece a immaginare l’infinitesimale minimo del pensiero e la sua capacità di cogliere l’immenso.

Al di là (ma non saprei), visuali avvolgenti aggettavano. Difficile dire cosa.
Vento arzillava rondini ma Parigi rimaneva grigia, come fanno di solito i viaggianti quando cade la sera e si scolora confondendo lineamenti e dintorni.
D’un tratto m’accorgevo: la lampada del genio è arrugginita e Scherazade ha finito le storie. Dunque le notti?
Domani aggiusto la televisione.

Ma tu non voglia inseguire il temporale né avvolgere di carta oleosa la colazione per domani. Non voglia vendermi, che ho già provveduto da solo. Quanto ai giornali, scadono e la lettura è miope. Gli occhiali: probabilmente in cantina.
Né rivolgerti alle scarpe sotto il letto dove i viali non hanno arcobaleni e neppure argenterie. Piuttosto, due patatine fritte lanciate con un vettore al mio foraggio sarebbero gradite. And a bitter of you.
Ci penserai? Dunque confermi la mia pazzia. Nella dissoluzione generale anche questo è un sollievo.


party

 

 

 

Gustavo Diaz Sosa[1]

Gustavo Dìaz Sosa

 

intanto io mi metto spalle al muro

tanto per sentirmi al sicuro

e quando la musica finisce

(finisce sempre una musica) –

aspetto che qualcuno venga a parlare con me

così mi capisco meglio e tante cose si chiariscono

(per quello che si possono chiarire le cose).

Quando sono nato l’universo c’era già

ma non mi ha mai parlato

(non gliene frega niente di parlare con me)

al massimo qualche dispetto

sotto forma di nuvole di sera

ma c’era anche la guerra

e questo mi ha dato un po’ fastidio

e nessuno parlava più di/con nessuno

né si poteva andare a fare visita nelle case

e non c’erano i party

perché non c’era il vino il liquore l’uva

la voglia di ballare la colazione a letto

con il pranzo la cena e tutti i casi del caso

e la tristezza, la tristezza poi

che ve lo dico a fare

e come si fa a festeggiare se ti casca la testa

l’anima il sapone

la convinzione delle cose buone

come la cioccolata ad esempio

che per quella bisognava aspettare gli Americani

che poi ti davano la gomma e le fregature

e le donne se le scopavano tutte loro.

Poi mi dico che se qualcuno venisse

capirebbe subito che sono permaloso

che m’è rimasta la tristezza

la paura

e le buone intenzioni le ho lasciate al prete

sperando che non bombardassero troppo le chiese

mentre le cattive le ho tenute nelle tasche

che sono vuote e rimbombano

e quindi se qualcuno mi parla non si capisce bene.

Inoltre, anche la parete d’appoggio svelerebbe

cose di cose

cose

riguardo il sottoscritto

ad esempio che sono timido

insicuro

che la domenica non gioco a bocce

(preferisco andare al cinema ma tu non ci vieni mai)

e se spengo la luce divento buio

e visto che l’interruttore è qui vicino

adesso spengo

perchè le ragazze senza luce sono più carine

(te le immagini come ti pare)

e non ci sarà più alcun bisogno

che aspetto che vengano a parlare con/di me.

Ditemi poi se anche questa non è libertà.


nebbia

(Rothko)

(Rothko)

 
Tratto da “L’ultima notte di Mozart” in Tre notti, e-Book della collana Libri Liberi de LaRecherche.it
scaricabile al link : http://www.ebook-larecherche.it/ebook.asp?Id=175

 
*
 

Quindi mi oscuro. Come spesso la nebbia, che la sera travasa tra limoni e i campi degli aranci dove una volta il sole. O nei fondi di fragole: ristoro.
Non è facile farlo. Occorrono condizioni particolari, molto umido e caldo come frammenti di evaporazione. Che rappresento, quando mi spando intorno. Inutile cercare direzione: sfumo dovunque.
Piuttosto, orizzontarsi al suolo. Provate a camminarmi nella sera, quando il buio s’abbassa ed io l’addenso, tra goccioline che non puoi toccare, che se provi scompaio. Per ritornare subito: circondo. Un senso di oppressione: la mia specialità.
Faccio provare quello che provo io. Non crediate sia comodo: essere nebbia assale. E lo sforzo, la fatica, l’indistinto, l’impalpabile vaneggio asostanziale. D’estate un bagno turco; d’inverno raggelare.
Muoversi adagio nell’ovattato nulla: faccio sparire il mondo con i suoni. Induco anche, qualche volta pensieri. Se mi incontrate in mare, meglio arenarsi e lanciare segnali di soccorso. Difficile, però, trovarvi. Soltanto io conosco la posizione, ma la scordo: non posso trattenere. Se un bosco, legatevi a qualcosa: faccio smarrire.
Densa polpa sognante, a volte stimolo: generalmente sentimenti ambigui. Chiedere ai poeti, meglio se pessimisti.
Quando palude, sguazzo. Mi piace il remo lento dentro l’acqua: spande rotondità di confusione. E gli uccelli ovattato ottundimento. Luna a tratti: baratri tremolanti di tremore. E le ombre dei rami, inestimabile fraseggio senza voce. Solo talvolta: vento. Mi sparge la veste.
Chiudo: ogni tuo luogo accanto. Se sai guardare apro assurdità. E finestre di notte, quando da casa affacci il mio torpore e un senso lento ti compare dentro, come fosse una nenia, una madre diversa, una stesura sparsa sulla neve, dove non senti i passi.
Diffondo dimensioni non formali, come soltanto i sogni, dove a volte mi vedi e ti risvegli.
Spargo: poche luci soffuse, dove tutto è di sera e la passione stenta, incapace di trovare una figura.
Spengo: sofferenze di testa. Dentro di me si viaggia l’irreale. Annullo le stagioni della vita e tu diventi vago: una visione inedita.
Taccio: con la tua solitudine in te stesso e rendo assente quello che affatica. Se mi segui riposi.
Formo allucinazioni se assecondi. Da me non posso nulla: mi rattristo. Per questo scendo la valle e ti circondo e se sei in alto ti raggiungo in volo. Sono una fantasia se mi attraversi e rivoltiamo il mondo.
Raccoglimento, quando mi serro intorno ad una pieve.
Non portare una lampada: certe volte pudore.
 
 


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