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Messaggio

Balthus_n[1]

E’ arrivato:
ora non resta che decifrare.
Non credo sia possibile parlarne.
Nei prossimi mesi
provvederò a partire
per portarti distante da quel suono
freddo come le fonti dell’assurdo
e naufragi ignoti di parole.
Non so se riuscirò a ricostruire
un ambito tra i cigni di Norvegia
un soprassalto gravido
un merletto scarlatto da inseguire
o una forma di luna
che ci permetta di dimenticare.
Se non fosse
fermeremo la terra.


terza passeggiata a volo basso

lampione-notte

mi ricordo di te
quando eravamo uccelli
le nostre passeggiate a volo basso
e le nuvole che odorano di pioggia
quando l’inverno ti riflette il mare
le gocce da schivare
e la città
dove la notte fugge dai lampioni
ed i tuoi passi sanno di distanza
una fuga che avanza.


Salutami Pitea

                                                                A Gadir, ovvero conosci te stesso di Arno Schmidt

 

Salutami Pitea1 e il vagare che abbiamo condiviso.

Notte d’argento e acqua alle caviglie. guardarsi intorno. Quindi un sorriso: ci vedremo altrove, se l’acqua ci darà spazio d’ascolto e il mare asilo.

Luogo di viaggi e sogni: sulle tracce, per ritrovare un verso che mancava.

Perché tornare se l’ombra in fondo accoglie? Tu calcolavi gotica la faccia e goccia dopo goccia, per smentire Eratostene, perché se l’Ecumene ha fine certa, non l’infinito della nostra fuga. E le stelle, le donne, l’avvisaglia di una voce che segue e ci ricorda questa mortalità: perché tornare?

E travasavi l’acqua per scalare: coste lontane. Io raccoglievo la tua delusione ed i fantasmi di città sommerse: altre divagazioni.

Quindi seguivi le orme di Memoria, dea divisa dal mondo. Lei sorrideva pallida, nell’Artico lontano, dove la neve ti conserva il viso. Il nome è un’altra storia.

Quindi il deserto, immenso divenire, tu tracciavi le rotte delle stelle tra canali di dune e sabbia agli occhi. Vento: una cancellazione inevitabile.

Io ti guardavo con costernazione; tu scrollavi le spalle. Non esiste una traccia – mi dicevi; e la mia: solo dissipazione.

Perché lo fai? – chiedevo.

Per l’Infinito Altro: a rammentare.

E la sera le favole, i poemi, l’alterità disgiunta dalla vita: inseguire.

1Matematico, filosofo, esploratore e cartografo Greco vissuto nel IV secolo a.C.


Astri, la notte

(foto ed elaborazione di luciana riommi)

(foto ed elaborazione di luciana riommi)

Travasava da emisferi lontani:
astri, la notte.
Spume traevano soffi
= nebbia saliva apatica la valle
tra facce grigie
come se s’aggirassero le nubi
con fare arabescante di frontiera
scosse da vento instabile e frammenti
come sempre le cose.
Lei soggiornava pallida
nell’arco addormentato delle braccia.
Occasionale
diluivo la luna
mentre i suoi capelli
formavano una sorgente di pensieri
umidi
come le sfere alte.
Poi sospirava appena: forma d’alba lontano.
Scuotersi.
Fuggiremo cuore mio…?
(c’era silenzio dietro le sue ciglia).
Celarsi.
Quando mi lascio andare
m’incateno a qualcosa che non c’è.


le nevi alte

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jamie heiden

Siamo venuti dalle nevi alte
dove il ghiaccio si scioglie in grandi fiumi
e l’alba nasce tardi
dopo una lunga notte a risalire
il precipizio
le mani tese d’ali a volo plano
verso un filo di mondo
ti seguivo
minimo convesso
come un ripiegamento
e luna grande a illuminare il mare
un immenso respiro
nel tuo sorriso lungo
ogni giro di terra.
Poi sul tuo viso un segno di passaggio
un solco
una smentita
ed i compagni
io vi ho visto cadere ad uno ad uno
una polvere breve
che non riuscivo a trattenere in volo
i tuoi occhi
una rassegnazione
che stringo nella mano che mi tendi
quando l’indifferente
si propone confine
– ma non ti veda! –
e laterale scanso
la riduzione al minimo di cosa
che se potessi sospenderei la vita
e l’idrogeno
il sole
la mia storia
dove detergo l’anima e mi danno
e ti ripiego
chiudo
ti nascondo


legno

(foto ed elaborazione di luciana riommi)

(foto ed elaborazione di luciana riommi)

 

io non verrò con te domani sera
né il mese scorso
quando camminavamo con i trampoli
su una strada bagnata
e due fuggiaschi
che inseguivamo per conto della luna
nei nidi della sera
e le traverse
le vie di fuga
scampoli.
Ah se volassi afferrerei balconi
per sosta di pensieri
e le terrazze gravide d’azzurro per posare
quello che non è stato
e presumibilmente
rifulgenti
senza un appiglio chiome
nella città che radica
e ti sbuccia la vita
come quando si muore
senza parafrasi
dove si ferma il mare e notte fruga
priva di convenienza
a dichiarare l’incapacità
che già la forma pesa e l’uva albina
mi diluisce il sangue
nei secoli di legno
– mi diceva qualcuno l’altra sera
che con le pinze forse farei prima –
ma l’afa mi tormenta
con le mosche
la polvere
il sudore
vento di luna sale
la faccia dove piego
e ancora non arrivano risposte.
 


I. Brodskij : Fuga da Bisanzio

("Via di fuga", foto di Luciana Riommi)

(“Via di fuga”, foto di Luciana Riommi)

Un libro che è una memoria, una città, una fuga. Memoria di una città (San Pietroburgo) e fuga da una città (Bisanzio), ma anche solo fuga.
La memoria s’accosta all’esule, ormai a New York, radicato dentro l’estraniazione e lo spinge a ripercorrere il suo esodo di perseguitato, perfettamente consono a un Ebreo, ma comunque rincorso, anche se non più dall’ottusità del potere totalitario. È la vita che lo rincorre e gli chiede riconoscimento. Brodskij risponde, e mentre fugge ascolta la memoria sottile della malinconia del suo essere, sopra ogni cosa, poeta, e i poeti non scampano a se stessi. Non è il potere che lo rincorre e la valanga di soprusi cui lo ha sottoposto, non ultimo il carcere: è Brodskij che insegue Brodskij e lo invita a parlarsi, nel ricordo, e rammentarsi di sé, di tutto ciò che è stato, e di come è diventato quello che egli è.
Un testo che va avanti per negazioni e dove sembra affermarsi qualche cosa, qualunque essa sia, appare la smentita, perché l’inaccettabile del non senso è sempre presente.

“C’era una volta un ragazzino. Viveva nel paese più ingiusto del mondo. Che era governato da individui i quali da ogni punto di vista umano dovevano essere considerati dei degenerati. Il che non avveniva mai.”

Un testo che si snoda tra contraddizioni, personaggi che esercitano il potere e le loro vittime, amici e poeti che l’autore ricorda nella loro immensa povertà ricca di dignità. Un testo dove l’arte soccombe e trionfa, nella misura in cui i perseguitati comunque fanno sentire la voce dell’arte, attraverso passaggi clandestini di libri e una forza di essere se stessi che non cede mai. Un testo pieno d’amore, perché se il non senso perseguita e costringe a fuggire, l’amore traspare dalle parole del fuggiasco, fino all’ultima riga.

“E c’era una città. La più bella città sulla faccia della terra. Con un immenso fiume grigio il quale era sospeso sopra il suo alveo remoto come l’immenso cielo grigio sopra quel fiume. Lungo quel fiume sorgevano magnifici palazzi con facciate stupende, così ben rifinite che se il ragazzino stava sulla riva destra la riva sinistra somigliava all’impronta di un gigantesco mollusco chiamato civiltà. Che aveva cessato di esistere.”

Che Brodskij tenta di resuscitare ad ogni costo, persino fuggendo, persino da Bisanzio, cioè dalla storia, perché anche la storia è un raccolta di sopraffazioni.
A volte la bellezza è rifugio; altre no, come nella continuazione della fuga nel suo Fondamenta degli incurabili. Ma ciò che non può la realtà di Venezia è possibile alla poesia che fugge con Brodskij e nella fuga leva la sua voce. “Il grande fiume si stendeva bianco e ghiacciato come la lingua di un continente ridotta al silenzio, e l’enorme ponte si alzava contro l’azzurro cupo del cielo come un palato d’acciaio”. Nonostante tutto, quel continente non era ridotto al silenzio, perché Brodskij lo portava con sé, gli permetteva di fuggire dal giogo del non senso del potere e, fuggendo, quel continente continuava a parlare. Di sé.

“Una notte bianca è una notte in cui il sole scompare dal cielo solo per un paio d’ore – un fenomeno ben noto alle latitudini settentrionali. Per la città è il periodo più magico, quando si può leggere o scrivere alle due del mattino senza bisogno di una lampada e quando i palazzi, spogliati dalle loro ombre e con i tetti orlati d’oro, prendono l’aspetto di un delicato servizio di porcellana. C’è intorno una tale quiete che quasi si può udire il tintinnare di un cucchiaio che cade in Finlandia. Il rosa trasparente del cielo è così tenue che l’acquerello cilestrino del fiume quasi non riesce a rifletterlo. E i ponti si ripiegano, quasi che le isole del delta smettessero di tenersi per mano e si lasciassero andare adagio adagio alla deriva, entrando nel filo della corrente, verso il Baltico. In notti simili è difficile addormentarsi, perché c’è troppa luce e perché ogni sogno sarà inferiore a questa realtà. Dove un uomo non ha più la sua ombra, come l’acqua.”


onda

Franz Kline

Franz Kline

 

Privo di reti adatte
traccio circoli d’ombra
nel tuo viso incostante
femmina folta di decadente stile
fiato.
Nel tuo suono che cade
dall’orizzonte al fondo
distratto
rammendo note
lungo derive d’anni ammainati
dove si inoltra odore
d’onda fuggiasca
in cui mi spando alterno
come un’ala spezzata o una deriva
verso il lume frangente dei tuoi occhi
per un appuntamento speso a ore
e spiccioli di narrativa.


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