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mediterraneo

onde

(immagine del web)

Me lo porto di taglio di prospetto
o in una cucitura della vela
come fosse un andare
dove l’acqua si perde in forma d’acqua
e la terra vacilla
tra fratture di semi e oscillazioni
diverse le stagioni:
non restare.
Me lo porto a bisaccia quando il vento
muove le mie prigioni ed i torrenti
spargono
polvere di montagna
frasi oscure
e gli attimi recisi dalla vita
perduta
la mia maledizione di sognare:
rimestare.
Me lo porto di sera quando piove
per ripararmi dalle angolature
di gronde dei palazzi e scarse stelle
io mi porto la pelle
che sono nato dove c’era sabbia
e la malinconia fitta di sera
porto una cosa che non sa parlare:
ricordare.
E te lo porto quando mi distendo
a bagnarti il cuscino
fraintendo
le tue lacrime azzurre ad ascoltare
vento di me che piego e mi ritraggo
onda
che dipingo e trattengo
nella mia vocazione:
ritornare.


poco altro di me

van-gogh

un adagiato penso
come stare
dove succede il mondo
ed un’attesa appena di parole
senza significare
altro che solitudini di senso
mentre ti guardo intorno
e l’universo.


mark strand: il mio nome

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Una sera che il prato era verde oro e gli alberi,
marmo venato alla luna, si ergevano come nuovi mausolei
di strida e brusii di insetti, io stavo sdraiato sull’erba,
ad ascoltare le immense distanze aprirsi su di me, e mi chiedevo
cosa sarei diventato e dove mi sarei trovato,
e quanto a malapena esistessi, per un attimo sentii
che il cielo vasto e affollato di stelle era mio, e udii
il mio nome come per la prima volta, lo udii
come si sente il vento o la pioggia, ma flebile e distante
come se appartenesse non a me ma al silenzio
dal quale era venuto e al quale sarebbe tornato.

Da: L’uomo che cammina a un passo avanti al buio Poesie 1964-2006 di Mark Strand, Oscar Mondadori, 2011 traduzione di Damiano Abeni


Brodskij

foto di jamie heiden

(jamie heiden)

 

Nella parte settentrionale del mondo ho trovato un rifugio
nella parte ventosa, dove gli uccelli, volando giù
dalle rocce, si riflettono nei pesci e scendono a dar di becco
fra i gridi su una superficie di screziati specchi.

Qui non trovi te stesso, anche chiuso a doppia mandata.
In casa non c’è un cane e freddo nero è in branda.
La finestra al mattino ha una tenda di cenci di nuvole.
Poca terra, e non si vedono uomini.

In queste ampiezze signora è l’acqua. Nessuno il dito
punta nello spazio e “via di qui” strilla.
L’orizzonte si rivolta come un cappotto,
aiutandosi con queste ondate mobili.

E non riesci a distinguerti dai pantaloni tolti, dalla maglia
appesa – evidentemente, i tuoi sensi sono corti
o la lampada ti oscura-. Tocchi il loro gancio
per dire, ritirando la mano: “sei risorto”.

(da “Ninnananna da Cape Cod”)


Festival blu

Monet ninfee

(C. Monet, Ninfee)

Vento mulina intorno. Macinare.

A proposito: non ammetto interferenze di sorta.

Intanto: notte bullona passi

(significa piedi incollati al suolo e lungo muro)

mentre si afferma:

sembro quello che sembro dunque sono.

Soprattutto quando le pozze riflettono frammenti:

chi c’è sotto i piedi nell’acqua?

E notte aspra scarica fusioni

di fulminante amena nudità.

Pertanto: collezionare ombrelli.

Anche balle volanti

generalmente d’ordine svariato

(dell’identità ho già detto: conta poco).

Beghe anche = fosca vita .

Dunque, come cantare serenate alle capinere

quando l’ora declina?

E tracannare astri

per piacere di niente e vacuità.

Notte diffonde viola e vento allevia

preponderante stolta assiduità.

Tensione astrale del corpo verso l’alto:

scegliere mete dove non c’è troppo

(cadere cadere cadere…)

Risollevarsi ora

verso spazi lontani

dove sistemi tessono preghiere

nel flusso piombo fuso del presente

ed il passato che torna per svanire.

Del futuro non parlo: non esiste.

Restare a galla, allora.

Idea idrogena

come anatra libera da stagno.

Peccato la gamba rotta

e l’ala gravemente frantumata.

Cielo scosso stasera.


almeno un francobollo

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gabriel pacheco

tu mi chiedi di me ma ti confesso
che non saprei che dirti domattina
se mi svegliassi anatra
o convesso
radice nella terra
o mi scrivessi in una descrizione
– c’era il sole
quando sfumava la conversazione
che mi dicevi appena
ed io partire
non salutavo l’alba –
e mi fermo perplesso
se le righe
stanno dentro la carta
e la polvere
deriva da mancanza di attenzione
mentre mi astengo da improvvisazioni
che farebbero certo divertire
molti bambini ai piedi della corda
– e scrivermi è un bel rischio –
la coesione, ti dicevo, è scarsa
e la fibra si sfoglia
mentre guardavo le foglie di una strada
che cadono gemendo
lontano
dai confini del bosco
– io tenevo lezioni di distanza –
e pallida la notte deviava
luce di luce nella tua costanza
nella solita delusa sovvenzione
cui rimando
senza spedire almeno un francobollo
di me
di questa luna priva di colore
un disagio
che dovrai sopportare
se mi guardi di sera.


il tunnel

Prima di sera

Qui sotto il vento non arriva e i pensieri assumono la forma di concrezioni, sarebbe a dire come di passato. Procedere con calma; c’è rischio di ritornare indietro, visto l’andazzo generale della mente e la voglia d’autunno.
L’altra mattina, quando sono sceso, qualcosa mi diceva: sei sicuro? Non lo sono affatto, ma allora mi sembrava di sentire come se fosse facile (certi richiami suonano sirene). Cioè, l’inganno semplifica le cose e l‘incoscienza aiuta.
C’era aria distesa. Il verde degradava verso il mare tra profumi di macchia e fiori viola, di arbusto, legato al giallo sterpo radicato, come caffè di piante d’elicriso. Cisti a distesa bianchi come il nulla rendevano la strada una valanga (se fosse neve). Lo era: tempestata di luce. Quindi l’onda: cominciare a scavare.

Sera

Qualche goccia dall’alto. La sabbia non argina del tutto: frane leggere intorno. Non tali da preoccupare (almeno per ora).
Assaggiare per precauzione: sale. Sì, la posizione è esatta. Difficile orientarsi nonostante la bussola. D’altra parte si sa: smarrirla è facile se mancano gli appoggi per la testa.
Le batterie dovrebbero bastare, mentre le forze… Meglio fermarsi un po’.
Sera: dormire sotto il mare.

Non s’intuiva alcuna curvatura d’orizzonte
senza forma di terra, di cui intravedo l’ombra nel deforme.
Prendimi l’altra mano
nel vasto senza fondo del mio senza
che la mia presa è fragile
e la sera cammina e non si volta.
C’era veglia sul viso senza tranquillità
mentre aspettavo un sonno involontario
come sempre la notte
ma non voglio ferirti se ti amo.

Certe volte i pensieri assumono una forma indolenzita, difficile da controllare, specialmente quando il mio io viandante cerca riposo senza alcuna partecipazione della volontà. In pratica, sempre conflitti interni.
Dovrò pur decidermi: girarsi sull’altro fianco.

Ore prive di ore ormai da ore

Io dipanavo vecchi cassettoni assiepati nel fondo del cervello. Del tempo nessuna traccia.
Ogni tanto si sente: mugghio d’onda. Dev’esserci tempesta, lassù. Meglio non provare a risalire. Quando conchiglie, a volte.
Sapete, le processioni girano il paese da un punto per tornare nello stesso. Anche la terra è tonda; un pensiero che non conforta affatto. Conferisce sapore di inutilità a tutto quello che fai, a meno di non sfondare da qualche parte e sbucare nello spazio esterno. Da lì, chissà dove si arriva senza ali.
Sono giorni che scavo.

Proposizione d’ombra

Senza esser visto: viaggio. Né rendere conto a qualcuno.
Dice: lei dove va?
E a te che ti frega!?
Ecco, più o meno un concetto di libertà. Statisticamente inutile.

Tempo

Lei sorreggeva ossa: (l’anima. Le ossa dovrei essere io). Certi sogni a volte mi fanno incazzare. Mai che succeda il contrario!
Sotto di sotto (sogni): senza tempo. Peggio di dove sto andando io. Comunque (a complicare): pensiero improvviso: sicuro che sia peggio…?
Be’, almeno i sogni da qualche parte stanno; io davvero non so.
Se zigzagassi? Ininfluente: più perdita di tempo di così! Cioè, proprio quello che voglio: sono stanco di essere braccato.
Da anni, celestiale e confuso, mi segue. Intento: raggiungermi e superare. Per forza: si muove su carro trainato dalle stelle!
Io, per di più: zoppico. Ah, quale forma di anni avrò ormai assunto! (Mica ho portato uno specchio).
Tut tut tut… i pesci non me lo diranno mai: non riconoscono altre forme.

Primi contatti apatici

Impossibile stare tranquilli.
Generalmente insignificanti, forme di vita transitano. Per lo più: vermetti.
Strane creature anche, dotate di guscio ed arti lenti: non conchiglie. Probabilmente, forme di fantasia, sepolte qui da tempo immemorabile. Comunque, dubito che qualcosa sopravviva a tali profondità (devono essere morte…). Io, tuttavia…
Riflessione. Eh sì: l’identità dipende dall’ambiente. Dunque, in tale sospesa distanza (essenzialmente vuoto), vagolo ergo sum. Significa: andante periferico. (Avessi scritto pisolo, sarei un sogno).
Fare ginnastica prima di colazione.

Trasmissione

Dal Palazzo delle Massime Espressioni trasmettiamo la conferenza programmatica di Sua Eccellenza Tal Altro Tale Identico Cazzaro sul tema del consolidamento del banale. Si fa obbligo alla popolazione di partecipare ed esprimere il consenso con l’apposito tasto del telecomando.
No, non ho la televisione; è che è impossibile liberarsi da certi ricordi.

Deviazioni

Tu deviavi spesso dal mio letto, io m’inventavo spasimi diversi e posizioni. Anche costumi insoliti atti a diversificare identità, ma, mettila come vuoi, invertendo l’ordine dei fattori il prodotto non cambia.
Dunque sogni: chissà se esiste un inconscio dell’inconscio.

Pericolo

L’altro giorno alla spiaggia: aiuto!!

Più in là

Turgido e stagnante, il tuo capezzolo zampillava attimi di noia sovrastata da languore. Da parte mia riempivo il serbatoio per scongiurare future carestie, visto l’andazzo incerto e il temporale.
Poi sbadigliavi futile; m’affrettavo (non si riesce mai a farsene una come si deve), ma tant’è la vita è varicosa e l’embolia soggiace a strane leggi (vatti a fidare). Dunque…

Incontro

Da direzione opposta:
chi sei?
Sono il te senza te vago sperduto.
E allora io…?
L’identico contrario.
(Meglio riunire in un’unica forma. Serve ad immaginare compagnia).

[Fine prima parte]


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