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dai confini di terra

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Ora, inseguire la notte
sarebbe come scendere col sole
ma troverei più comodo
far ruotare la terra
in senso convergente al desiderio
_ fuggiremo cuore mio? _
questo mi sembra improbabile
vista l’azzurrità dell’infinito e l’assenza di traccia.
Dunque l’identità soffre l’incenso
come dicevo qualche volta a Dio
dai confini di terra
e l’ambra si trovava nel deserto
dove corre la sete.
Non era certo _ non era certo affatto _
che si potesse bere
e la distanza
_ quanto mi manca la mia difficoltà d’immaginarti _
sembrava un fuoco basso nella sera
quando la veglia arde.
Ma non c’erano notti a sufficienza
che l’infinito strappa
vesti e disegni al suolo
e l’ignoranza che coltivo di me stesso
non mi scrive la notte
dove l’altro è diverso dal mio dire
e le chiese un segnale
una trappola
un’esca
una lanterna
nel raduno del tempo.
Nella difficoltà di questa luce
nella difficoltà
di un discorso insensato con la vita
_ certe volte hai pretese trascurabili _
domani mi battezzo i miei peccati
che una volta è una volta dentro gli anni
e dimentico
dimentico spesso.


Messaggio

Balthus_n[1]

E’ arrivato:
ora non resta che decifrare.
Non credo sia possibile parlarne.
Nei prossimi mesi
provvederò a partire
per portarti distante da quel suono
freddo come le fonti dell’assurdo
e naufragi ignoti di parole.
Non so se riuscirò a ricostruire
un ambito tra i cigni di Norvegia
un soprassalto gravido
un merletto scarlatto da inseguire
o una forma di luna
che ci permetta di dimenticare.
Se non fosse
fermeremo la terra.


alibi

1a

se ti baciassi il seno sulla porta
poi dovrei domandarmi
se è un ingresso o un addio
e se seguissi l’ombra dei capelli
non avrei una risposta
perché non so mai dire dove vai
né dove vado io.


la mano piccola

sadness

c’è qualcosa di fragile bagnato
come una mano piccola
che si rigira tesa a trattenere
un conforto negato
una cosa incompiuta
probabilmente simile a un dolore
e se la guardi ti si rattrappisce
come si vergognasse
e ti sposta la vita.


metafisiche a terra

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Per introdurre:

Prova di cognizione senza mondo

Mia cara, nella trasposizione della vita verso un’alba di notte, provo a dirti di me, del mio disagio, sperando tu mi legga da un altrove distante da questo luogo pioggia, dove soggiorno e ignoro.
Una maledizione lenta si accavalla alla fine dei giorni e la disperazione, a volte, diventa svogliatezza. Dunque un male peggiore, una strana vaghezza che cancella, come un lasciarsi andare, una deriva inutile, un messaggio che non si scrive pur avendolo in testa. Un’assenza di forma che mi consegna a un infinito zero, dove perdo i contorni del ricordo, del firmamento, della luna, che spesso poggia al bordo del tuo seno, per mia malinconia.
Tu mi sovrasti l’anima d’argento, ed io che non mi specchio, spargo semi di voglia all’imbrunire e la sera nel mare.
Ciò che più pesa – non nascondo – è l’oltraggio: all’intelligenza, alla dignità, alla vita. Esser vivi non è cosa da poco: non basta uscire da un alveo di donna. Esser vivi è un mestiere – non è farina mia – ma lo è. Una professione d’aderenza, irrinunciabile, indicibile, spesso inservibile. Esser vivi è professione unica, spesso mai frequentata. Consiste nel donare consistenza a sé e all’Altro. Che richiede visione. Potrei aggiungere: esser vivi vuol dire fare Dio.
Eraclito insisteva nel passaggio: tutto scorre e traversa, perfino la memoria. Rimane, un’entità diversa da me stesso, che mi nega e mi veste. Spesso inservibile, ma storia. Fare storia e un po’ come fare anima: forma coscienza al mondo.
Hegel lo definiva Spirito, altri Volontà; altri ancora Potenza. Non c’è definizione. È un Essere che esiste nel passaggio, anche come scomparsa. Non sarà questo Dio? la mia sconfitta, il mio macello, il mio poterlo dire.
Ti dicevo di me, del mio dissenso, di questo malaffare di stanchezza dove il mondo succede e si scolora senza alcuna ragione. Ma quali tinte nel dissolvimento? Ah, anima, io non vedo dissenso nei tuoi occhi. Tu sei pietà d’altissima fattura. Che nessuno raccoglie.
Io mi dirigo verso l’altro senso dove quello in cui credo non ha luogo. Non c’è ragione ed anche la sostanza sfuma nel dire di un significato che rimanda a impossibili traverse. Non conosco la strada ed il suo senso.
Capirai la mia confusione; talvolta l’ansia nella scomposizione della luna che fraziona il suo viaggio in molti quarti. La mia unità veste scansioni d’immagini lontane dal percorso di un mondo consueto.
Questa mia estraneità mi taglia il volto; mi spazza, mi sconsidera, mi sfolla da una permanenza d’indistinto.
Ma lascia andare, lasciami cadere. Questo sostentamento mi riduce a una richiesta inutile. Che non inoltrerò. Alba di notte intorno e il mio veleno mi spinge a sparpagliare le parole. Domani ascolterai solo silenzio.
E nel silenzio ci ritroveremo, anima dissipata, anima amore, anima della vita, anima morta, anima senza sole, senza prole. Anima: priva di svolgimento; anima persa, anima finita. Non nata, anima, unica soglia verso la mia vita, che mi hai dato e mi toglie un tempo avaro. Anima, verso l’unico fondo di questo smarrimento: un dire amaro.
Ma non voglio tediarti se mi ascolti. Se non lo fai, starò nell’abitudine: parola per parola per tacere. In fin dei conti, ogni parola è sempre tacer d’altro.

Tratto da “Metafisiche a terra” poesie e prose di Giovanni Baldaccini


la pattuglia

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Settima notte in assenza di sonno

Era immenso: questo cielo di stelle.

Da parte sua Martina era rientrata con la pattuglia. Ora a colloquio con lo Stato Maggiore al completo.

Silenziosa come una freccia, penetra questa selva fino ai campi nascosti dei Germani. Indica le posizioni su una mappa. Tra l’altro, conciliabolo stretto.

Più tardi: rifocillarsi in un angolo del campo.

Il suo viso era stretto in un raggio trasversale della luna. Accosto. “Allora?”

Solleva gli occhi dal piatto. “Col vento giusto puoi sentirne l’odore”.

“Sarebbe?”

“Tre o quattro giorni di marcia”.

Faccio un cenno di assenso.

Quindi, rigonfiarsi di notte.

Ottava notte in assenza di sonno

S’aggiusta: come fosse l’alba. E luce d’indistinto.

Personalmente, cavalcavo un ramo; non so bene perché. Quello si lascia andare da un masso circostante. Di fronte a me. sorride, col suo viso di porco ammiccante. Gli spacco la faccia con un tronco che avevo lì a portata.

Quindi, con guizzo atletico, slancio da un ramo all’altro volteggiando. Ma quello niente: mi segue con le stesse angolazioni e giravolte appese. Non aveva la faccia.

Devo aver dormito non più di due minuti. Per me il sonno è diventato un problema da evitare.

Nona notte in assenza di sonno

Dietro Aleppo, lungo un deserto giallo, c’erano donne colorate d’ocra. Esse slanciano seni.

A volte li premono contro le rocce al termine del nulla, lasciando segni indelebili. Sembra che i loro dei apprezzino molto. Anch’io.

Solo una volta l’anno. Cioè, accesso alla loro città. Molti maschi accorrono.

Quando nascono figli, se sono maschi li portano ancora in fasce al più vicino mercato degli schiavi. Quindi, col ricavato, fortificare porte e mura. Fui venduto a una madre delusa.

Non so perché ricordo.

Poco distante. I suoi occhi sapevano di vento e passi d’ombra: Martina. Mi osserva di striscio con aria di scherno. Che sappia?

Poi un pensiero:

Ci scambieremo un forse

dopo essere stati

anima per anni:

nell’attesa.

Assegnato al Vallo. Non è un problema. Tanto non riesco a dormire. Inoltre: tamburi.

Decima notte in assenza di sonno

Quello si stende a terra accanto al mio letto e comincia a spogliarsi. Lo massacro di botte.

Poi al ginnasio. Appendevo la mantellina di un’amica con fare servente. Ringrazia.

Al termine delle lezioni, non trovo più i miei abiti. Neppure la borsa con i libri. Chiedo al custode: nessuna risposta. Tuttavia, facile immaginare chi è stato.

In strada. Mi accorgevo che la mia casa era molto lontano. Diffuso senso di scoraggiamento.

Due, tre minuti? Non credo di aver dormito di più.

In effetti, la mia casa è talmente distante da dubitare che esista.

Non posso continuare così. Significa che prima o poi dormirò. Nessuno può prevederne le conseguenze.

Undicesima notte (inutile specificare)

C’era stasi.

Tuttavia galoppavano selvagge, come anatre impazzite: Pleiadi.

Forse lucciole; ma non si cercavano tra loro. Puntavano invece dritte verso terra, come un rito di morte.

Sembrava vago: cielo.

Ora: verso la mezzanotte.

Più tardi: aprire all’ultima pattuglia. Molto affanno intorno. Erano chiari i segni di un attacco.

Dalla mia postazione (torretta di guardia). Effettivamente, se alzo il naso, si percepisce un certo odore di selvatico.

Martina non è rientrata.

Più tardi: sognerò?


pensiero della sera

 

 

image 3s

Vedi? E’ una grande onda

che non si sa dove potrebbe andare

ma non scendere prima.


da prospettiva incerta

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Scrivimi sottovento

dove l’altro

codifica estensioni

l’insolito

l’ignoto

la mancanza.


Signora

Caravaggio_Morte_della_Vergine

 

Signora
le tue sere diffuse
scavano l’infinito tra i capelli
i secoli
l’inavvertito sempre
il mio declino.
Di valle in valle gli occhi a deviare
i rimbalzi d’autunno
e il verde è nel ricordo
che nessuno ti guarda quando spargi
le tue vesti distese
i mutamenti
l’alterità screziata
la mia sosta.
A volte sensazione di sconcerto
celi ombre
e lungo i fianchi il tratto d’inespresso
che ti scaglia dovunque:
m’incammino.
Una foga di passi che non sanno
non è dato capire.
Soltanto contemplarti se discosto
l’algebra, la tensione, le finestre
che affacciano apparenze
mentre tu spargi
la mia definizione che ti copre:
non ti darò un mio nome.
Tu mi travasi da distanze enormi
amarti senza averti il mio destino.


l’incomprensibile vacuità di certe cose

senza sosta di forma

ignoro

la momentaneità

e l’aria inquieta d’improvvisazione

dietro cui ti presenti

per un disagio espresso laterale

senza traverse

vicoli

passaggi

né compagnia di frasi

capaci di lenire una sostanza

priva di nome

senso

spiegazione

né colmare

questa distanza fonda

dalla quale scambiamo

il tuo dissenso e il mio

unico incontro dato

in una ostinazione non spendibile

come spesso la terra

e l’orbita in cui siedo

nei miei giri di sera

di un mondo grave dove si ripiega

l’incomprensibile vacuità di certe cose

l’ignoto

lo scontato

il tuo destino

troppo simile al mio

verso animale

come una tristezza

 


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