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le sere con i giorni

Si profilava umida
quando mi sono affacciato un giorno
e sembrava dovesse piovere
e l’universo si stringe
all’interno di un mese ancora nuovo
prima che se ne possano contare
le sere con i giorni.
Poi duemila, poi tremila
e gli anni nel giardino con le sedie
i colori, il ferro, il sole
e la sera che ci addormenta e non c’è tutto
ma qualcosa si muove
quando ti siedi e mi domandi “allora?”
accanto al mio stupore.
Non dovrebbe mancarci… – bisbigliavo –
e i tuoi ricordi sparsi lungo il prato
ed i miei senza gambo, fiori a terra,
che poi cerchi gli odori
qualcosa che ti sembra di sapere e non conosci affatto
ma fa presto
che l’immagine, che ti seguivo, l’immagine
come faccio a seguire
tutto quello che ignoro
mentre il vento era secco ed io
dicevo
ma non dovrebbe mancarci – ti dicevo –
un’altra volta
quando viene l’inverno.


Berlin Alexanderplatz 3

 

Nefertiti1

Quindi più in basso:

uno scenario inutile.

E ritornare al tuo sorriso rosso

al vasto invito della scollatura

le gambe un’altra storia:

non avevi le calze.

Ah la mia testa

testa

dico testa

come fossero occhi indipendenti

e un’attrazione.

 

L’ambra non ha colore nella sera

ma non sapevo dove.


Altamira

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Altamira una volta

ed il mio fiato

trasposto sulla roccia

mentre qualcosa mi correva a fianco

ma non era una donna

mentre il tempo

mi scivolava dietro

aspettavo la luna per sapere

quanto

fosse trascorso

se

e fino allora invano.


Sipario

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(immagine di jamie heiden)

Il sapore di mia madre era farina. Bianca, come le mani, il tavolo, la luce, la mattina che invadeva la casa. E il volto.

Rossa, a volte. Quando il sangue riempiva la tinozza e la gallina rinunciava alla vita dibattendosi tra le dita forti con cui mia madre le serrava il corpo. Era fatta di bianco; a volte rossa. Gialla, come le spighe che il vento seduceva nel suo volo.

Nera di sera. Con la vita che vaga e la campana suona. Fino a qui, la casa per dormire. Perché dorme la vita quando è sera, e la sua voce è sogno.

Ne faceva diversi mia madre. Li raccontava quando l’alba scuote e il sole invade con il rosa i campi. Erano sogni di donna, di madre a volte. Sogni.

La ascoltavo intento. Era una voce che raccontava storie senza inizio né fine perché il sonno cancellava le parole. Al risveglio raccontavo i miei. Fatti di colori, suoni, sillabe sillabate dalle voci che la vita sussurra quando dorme. Allusioni che appartengono alla sera.

La volevo per me: la vita coi colori. Li raggrumavo sopra un legno duro, tra schizzi d’olio, di terra, di pennello. La ricopiavo; poi la reinventavo. L’amavo al punto da volerla mia.

Mia madre mi lavava, la sera nella tinozza fredda, per togliermi vernici accumulate. La notte la sognavo: colorata. Una madre colore.

Poi non l’ho vista più. Se l’è presa la terra. Senza rancore l’ho sostituita. Terra, come manto di madre: per raccontare ancora.

Non so perché ricordo. C’era un maestro nella città grande dove il pennello componeva il mondo. Per farlo, scomponeva. Mai nello stesso modo: il mondo ha molte facce, mi diceva. Poi scomparve. Cominciò così.

(Tratto da 3 d’union, Fermenti editrice, 2013)


una sera al caffè

de pisis 2

Annotta
come sapessi scrivere
ma il caffè ancora non me lo portano.
Poi sospirava un albero
il che non ha alcun senso
tranne vento
e di questa stagione
le rondini sono un’opzione variabile
come una fantasia volata altrove.
Quanto a me
mi figuravo una poltrona
per provare a riflettere
ma non ho mai fumato la pipa
e ultimamente i libri
hanno un sapore d’argentato
che ti si attacca al collo
come capita ai vecchi.
Quanto a deflorazioni
al massimo un pensiero per la luna.
Una volta c’era il sapone a scaglie
che ti aiutava a simulare una pelle
simile ai pesci
il che ti permetteva di sgusciare.
Oggi con tutti questi spray
al massimo somigli a un muro
o a un vagone della metro
ma il primo rimane fermo
e il secondo ha un percorso obbligato
e non mi va di tornare da queste parti.
E’ chiaro che ti sei annoiata.


la notte delle campane azzurre

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La notte delle campane azzurre

mi si chiudeva in casa

perché fuori era scuro

e non sapevo ancora camminare

ma riluceva di un colore tenue

come il suono

che inseguiva la stanza

e deviante l’eco

fino a cadermi in braccio e risuonare

la polvere negli occhi

che mia madre puliva

ma sapevo

il ritornare.


acqua di luna

renoir

Indosserei quel tuo vestito rosso
per farne un’altra pelle e una rovina
che non potrei più togliermi l’odore
la nudità
e temo
il tuo sapore.
Quindi trascinerei
nell’acqua il tuo sudore
quando i riflessi spezzano la luce
e gli ulivi le gocce
che non mi fai contare
acqua di luna
senza firmamento
ed i capelli una ragione in più
di estinguere il mio tempo
per non farti passare.

(foto tratta dal film “Renoir”


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