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lettera a nessuno

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Ho negato di aver scritto di te

perché non avevo tempo

o più semplicemente non avevo il tempo

perché il tempo non si può avere

come non si possono avere le corolle

che nascono di pomeriggio

perché niente nasce di pomeriggio

né posso avere quello che mi accade

perché è subito accaduto

e quello che accadrà lo scriviamo la sera

quando tutto è successo

e tu non ci sei.


Euridice non abita più qui

C.V.Holsoe

Euridice non abita più qui:
non mi fido del vento.
L’ultima volta aveva i tacchi alti
e questo mi facilitava
ma l’odore faceva paura.
Niente da fare,
non abita più qui,
d’altronde neppure io
né so dove mi trovo,
probabilmente a metà di un orizzonte
che mi sono stancato di completare.
Poi ti vestivi come fa una donna
(quelle figure ignote che ti giri
per guardare indietro).
Io ti chiedevo: “passano?”
gli uccelli come gli anni.
Sospiravi:
“non penserai di rimanere illeso”
ma restavo tranquillo.
Io sono nato a nord del tuo sorriso
dove il vento mi sposta
e non ho altro.


senza un goccio di vino

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credo che del tempo si possano dire molte cose
e definirlo ad esempio
lineare o circolare
perfino inesistente
al di là di una coscienza
che lo contempli nella categoria dell’esistente.
Secondo me può essere alto o basso:
alto quando ti sfugge
basso se ti schiaccia
in quella stasi che chiamiamo noia.
Da ciò consegue che la morte
deve essere una noia terribile.


la Cosa (tratto da)

(Henri Cartier Bresson)

(C.Bresson)

Rimirare stivali: su tavolo a fronte naso. Scintille, stelle e raggelanti lampi di vernice. Strusciare anche: per provocare guizzi.

Inanellare anelli. Il capitano Folk si sentiva soddisfatto, mentre lampi grigiofumo azzurrati gli uscivano dal naso, aspirati da un sigaro arrogante.

Lo colse un torpore ammorbidente, come dopo operazioni con femmine di strada. Vacillò, traballò, si addormentò.

Risuonare. Solo risuonare di stivali. Era un rimbombo vuoto di rumore, sospeso, raggelato. Ripetuto e veloce, perché l’unica cosa certa era che Folk correva. Correre allora, in tondo, senza sapere dove.

Folk che corre. Gira e rigira, come in un solco sempre più profondo. Sprofonda Folk.

Sprofondando, capiva che doveva fermarsi. Non poteva. Se si fosse fermato, la cosa che lo inseguiva lo avrebbe raggiunto. Non voleva essere raggiunto.

Nemmeno sprofondare, ma non esisteva alternativa. Rincorso da un rantolo profondo, un brusìo che veniva da lontano, eppure vicinissimo. Incuteva terrore

Terrorizzato, Folk continuava a precipitare nel binario cieco della sua corsa. Sopra di sé intuiva i solchi che aveva tracciato e la superficie appariva sempre più lontana.

Intuiva, Folk, senza vedere; si avvitava nel buio. Anche la cosa da cui si sentiva braccato non era visibile: solo ansimare. Tuttavia denso, colmo di presenza. Con una particolarità – almeno questo sembrava a Folk mentre correva: quella presenza era pura assenza.

Inseguito dall’assenza, Folk sudava. Quella cosa sgretolante, asfissiante, sembrava capace di divorare il mondo e rinchiuderlo in un ventre senza fine. La sentiva correre dietro di sé, avvicinarsi. Avanzava, la cosa, col rimbombo di tutto il nulla del mondo. Fino a quando lo afferra.

Folk con la faccia di cane. Che latra, si contorce; adesso morde. Lascia un segno di bava frammista a sangue gocciolante. Osservare con enorme stupore.

Folk che si gira, rigira piantato dentro i suoi stivali grandi. Visto da dietro ha la coda.

Sorride; poi digrigna. È confuso.

Dai, vieni qui: leccami la ferita…!

Nel mischietto: puzzano bava e sangue combinati.

Tralalalalà… Significa che ce ne andiamo saltellando. Poi, guardando indietro: sembra un addio.

In quell’istante bussarono alla porta e il sogno defluì dal cervello. Dove defluisse non è noto.

Alzò gli occhi e rimase in ascolto. Sera vagava incerta alla finestra con frusciare di foglie trasportate. Sarà il vento – pensò. Bussarono di nuovo. Un tocco breve, sottile, come la mano a cui lo attribuì.

Stava sul pianerottolo, in penombra, le mani strette in grembo, gli occhi a terra, i capelli raccolti sulla testa con un elastichetto a contrastare il fasciame debordante delle ciocche. Era esile, insicura; era penombra, come le scale dove sostava. Alzò gli occhi, riversando l’incertezza che contenevano nella luce che fluiva dalla porta.

È ancora valido quell’invito a cena…? – Mormorò d’un fiato.

Sulle prime non seppe che rispondere. Poi, la risposta gli crebbe dentro, salì fino alla voce, esplose sotto forma di un enorme, irrefrenabile, incontestabile, non smentibile, irrinunciabile: sì.

Vide che sorrideva. Sorrise anche lui.

Quella notte, mentre la luna sfarfallava quieta nel suo alone di luce trafugata, nella soffitta il telefono squillò.

Sì…?

Come faccio a esistere?

Come…? Chi parla…?

Sono Folk! Come faccio a esistere?

Folk… non è possibile… tu non esisti…!

Appunto; come faccio a esistere?

Sbrindellare pensieri. Non sono tali (per questo sono sbrindellati). Stupire, anche. Allucinare vuoti di parole (non c’è niente da dire). Tacere, allora.

Pronto… mi senti…? Dai, ragazzo: c’è poco da scherzare…

Sentono voci: i matti. Almeno così dicono. È così che si diventa pazzi? Bè, in fin dei conti, se sono pazzo posso anche rispondere.

Folk, accidenti a te… lo vuoi capire che non ci sei…?

Certo che non ci sono: per questo ti telefono. Mi hai confinato in un mondo d’ombra popolato di parvenze. Mi hai dato un ruolo che neppure mi piace. Dì un po’: non potevo stare nella resistenza…!? Detesto le divise, detesto gli stivali, detesto le iniezioni. Ma come ti è venuto in mente…!?

Oh, senti… non rompere!

No, guarda: sei tu che hai rotto. Vedi di fare qualcosa!

Pensare in fretta: costui è pazzo! Certo che lo è… se sono impazzito io… Benebenebene: apprestare rimedi.

Allora (conciliante): cosa pensi possa fare per te?

Ah, non lo so! Trova tu una soluzione; sei tu che scrivi…

Studierò il da farsi.

Eh no, non mi freghi! Io voglio stare dove stai tu. Preparami uno spazio.

Perché vuoi venire qui… non è tanto comodo…

Prova tu a venire dove mi trovo io! Ad avere a che fare coi nazisti, i cadaveri, la polizia! E questo è il meno; sai qual è il guaio? Tutto questo non c’è. Mi hai condannato a stare nella cosa. L’hai vista mai, tu, quella cosa lì…? Pensaci un istante…

Bè… non credevo…

Troppo comodo! Facile liberarsi di me così! Hai dimenticato una cosa, ragazzo: i morti non esistono. Se non si può evitare, almeno voglio esserlo davvero. Adesso vengo.

Si svegliò con il cuore che sbatteva. Stropicciando gli occhi, si alzò per bere un po’ d’acqua. Istintivamente cercò gli stivali.


William Faulkner: La paga del soldato

La dissoluzione, l’annientamento, la perdita di ogni caratteristica vagamente umana, il nulla che si veste da uomo, l’uomo da nulla: uno dei libri più atrocemente sublimi che mi sia mai capitato di leggere.

Sono passati più di trent’anni ma, se ci penso, non posso evitare un brivido. Uno di quelli indefinibili, di piacere e tristezza, vagamente orribile, ma anche godimento estremo per la bellezza della storia e della sua non storia, il senso di profonda assurdità che la pervade, perché l’assurdo è il senso, ammesso se ne possa rintracciare uno. Se ci riuscite, cancellatelo subito!

Il sadismo come rimedio all’impotenza, la tortura come passatempo gratuito, non per infliggere dolore e goderne, ma per ingannare un’attesa indefinibile, perché bisognerà pur passarlo in qualche modo questo tempo che ci assedia non richiesto, al ritorno di una guerra pazzesca, nel profondo sud di un’America troppo reale per essere inventata, troppo vicina al tragico per non essere vera. Pure bisogna crederci, ma stando bene attenti a sorvolare, perché l’orrore esiste ed è meglio far finta di non entrarci per nulla; esiste e prima o poi ti sbatte sulla faccia; esiste e ti fa un effetto che non ti saresti aspettato, perché Faulkner lo trasfigura in quello che non penseresti mai: ne fa poesia. Come della morte.

Morte come poesia, non senso come rimedio estremo inevitabile inguaribile. Non esiste redenzione; ci si sperde, ci si ammala, si scompare; e tuttavia, farlo è meraviglioso. Non resta che chiudersi e aspettare che succeda quello che deve succedere, cioè che non succeda altro che un declino  inevitabile e arrendersi, mentre fuori succede e si svolge quello che ti aspetti, e non potrebbe essere altrimenti, e allora è meglio chiudersi dove nulla succede se non nulla, perché la paga del soldato è la morte. E non soltanto sua.

P.S. Ho scritto questa breve recensione, ammesso che sia tale, ad esorcismo di un peso temporale, momentaneo (stabile?), ed annullare un assedio impalpabile, sbatterlo fuori, chiuderlo dentro un pozzo di memoria o di mondo; che non è poi difficile scordare e starmene seduto nella penna, dove tutto scompare o si compone a seconda dell’ora, inclinazione, o quella cosa vaga che ci si ostina a definire umore mentre è come un destino.. Senza specificare . Faulkner capirebbe.


La notte di Parigi (tratto da “Determinanti psicologiche dello scenario siriano-iraqeno”, in Rivista Fermenti N. 243)

[…]
La scena vuota.

È sotto gli occhi di tutti come il tentativo di sostituire sul piano psicologico al Falso Padre un principio organizzativo significante (Padre Norma), capace di incanalare gli istinti in dimensioni simbolico-creative dotate di senso, sia miseramente fallito in tutti i paesi della così detta primavera araba. Forse il tentativo di liberazione cui abbiamo assistito non era veramente tale, nella misura in cui le culture di quei popoli lasciano facilmente sottintendere che al posto del satrapo si intendeva insediare un Ideale altrettanto astratto in quanto altrettanto fondato su un archetipo. Senza esserne consapevoli, a un Vuoto si intendeva sostituire un altro Vuoto, a un Assoluto un altro Assoluto. A quell’Ideale irrealizzato si è aggregata la valanga di chi già lo professa senza eccezioni in forme estreme (estremismo). Comunque, qualunque definizione si voglia dare, il fenomeno resta disgregativo e genera distruzione–autodistruzione e paranoia.
L’Occidente sazio, saturo, perduto nelle sue crisi economico–finanziarie e tuttavia ricco della sua enorme tecnologia non è stato in grado di prendere posizione. In linea con i dettami di quella difesa inconscia che definiamo “scissione”, esso ha ignorato fin quando ha potuto; quando non ha potuto più, si è dimostrato totalmente incapace di cogliere la natura del fenomeno ed elaborare una strategia per fronteggiarlo o, per lo meno, trattarlo in maniera sia pur minimamente sensata. Questo avrebbe significato mettere in discussione le proprie stesse credenze e il proprio stile di vita non esente da responsabilità (nel senso di mancanza di responsabilità) nei confronti dei fatti mediorientali e di quelli, ugualmente archetipici, alla base della nostra aridità economica/finanziaria, nella quale un Assoluto altrettanto arcaico, denominato Mercato, si è impadronito del nostro modo di intendere la vita. Come se non bastasse, molti occidentali hanno imbracciato le armi a fianco dell’Ideale Arcaico e sono andati a scomparire dalla scena del così detto reale per immergersi nello scenario del vuoto. Perché questo accada è necessario un enorme, catastrofico fallimento culturale; perché questo accada è necessaria la presenza di una infinita mancanza che si caratterizza come Vuoto esistenziale.

Ciò che muove la società verso la salute è la salute stessa di individui creativi nell’ambito della religione, della filosofia, dell’arte e delle scienze che si occupano dell’uomo (sociologia, politica, storia, psicologia). Questi leader sono in contatto empatico con la malattia del Sé di gruppo e, attraverso le loro opere e il loro pensiero, mobilitano i bisogni narcisistici non soddisfatti e indicano la via verso un cambiamento vitale. Ne consegue che durante i periodi di crisi o di identificazione regressiva del Sé di gruppo con capi patologici, c’è una mancanza di creatività nella religione, nella filosofia, nell’arte e nelle scienze dell’uomo. L’assenza di una creativa arte sperimentale durante questi periodi è un fenomeno sorprendente. La creatività è soffocata in tutti i campi. Non c’è nessuno che sia in contatto empatico con il Sé di gruppo disturbato. Ciò spinge a un progressivo peggioramento della condizione del Sé di gruppo (corrispondente nella psicologia individuale alla minaccia di disintegrazione costituita da una psicosi in fase iniziale) e porta a soluzioni patologiche ad hoc. (H, Kohut, “Psicologia del Sé e scienze dell’uomo”, in Potere, coraggio e narcisismo, Astrolabio, Roma, 1978, pp. 102-103).

Nella crisi della ragione (Gargani) che ancora non ha trovato nuove forme di espressione, nel fallimento evidente della famiglia, delle idee e della società in generale, dei valori morali ed etici e di un senso condiviso, qualsiasi esso possa essere; nel tramondo non dell’Edipo (fase evolutiva dello sviluppo umano) ma del super-Io (fonte del senso di morale e responsabilità), ridotto a livello di cariche aggressive preedipiche ingestibili dall’io compromesso con l’inconscio; nel bisogno e nella mancanza derivanti dalla crisi del capitalismo cui abbiamo imnpropriamente attribuito il senso dell’esistere, ;nell’incertezza che essa genera e nel non senso diffuso che la vita, tanto materiale che spirituale, finisce con l’assumere; nella scomparsa persino di un’idea di futuro che nessuno è più in grado di prefigurare nell’apatia mortale del presente, la nostra società occidentale si configura come un enorme Vuoto. Periferie sterminate di megalopoli indifferenziate in cui tutti sono nessuno si aggirano orde di giovani frustrati cui tutto è stato sottratto e nulla viene offerto, neppure a livello di speranza. Essi vivono nel vuoto e l’assenza di politiche economiche e del lavoro appena apprezzabili, otre alla mancanza di trasmissione culturale di un senso generale dell’esistere, li svuotano di significatività, consegnandoli all’antistato della criminalità o all’esodo forzato verso qualche forma di “ismo” col quale essi si identificano per tentare di esistere, finendo invece col cadere nell’inesistente dell’arcaismo collettivo.
La nostra cultura meccanico–tecnologica–finanziaria, estremamente semplicistica e priva di accessi al simbolico significante ha ridotto il mondo e chi lo abita a un fatto di numeri e denaro. Il mondo potenzialmente rappresentativo dell’archetipo non ha contenuti significanti da rivestire, esperienze di linguaggio potenziale da trascinare verso elaborazioni creative di senso e di mondo. L’archetipo trova un vuoto e di quello rappresenta la non forma: l’Anima non è un numero o una cosa. Se si presenta come tale, tale sarà la rappresentazione e il mondo si ridurrà a uno scenario insignificante.
Nel fallimento degli oggetti–sé (immagini genitoriali e loro elaborazione), la struttura archetipica non viene compensata da una base di esperienze significanti e l’istinto dilaga, offuscando la rappresentazione del mondo con elementi Ideali atemporali. Abbiamo costruito un mondo desertificato di immagini significative e di intenti. L’archetipo di per sé è un reale limitato: senza una coscienza solida tesa a costruire senso si comporta come un istinto e aderisce agli ultimi dei che veneriamo. Mercato, Finanza, Economia svuotano la scena del mondo favorendo la costruzione di un sistema essenzialmente (quanto inconsciamente) votato a creare false sicurezze, Falsi “Padri” e “Madri”(fonte del sentimento nella diversificazione Io-Tu)) cui attaccarsi per scongiurare l’angoscia propria della precarietà dell’esistere. Uno scongiuro inutile che genera psicosi tramite l‘abbandono dell’economia reale a favore della speculazione sul debito e i titoli virtuali che, spesso, finiscono col non rappresentare più nulla di concreto se non la virtualità di un’economia avulsa dal mondo del lavoro umano.
Se l’uomo massa si disperde nella virtualità di linguaggi insensati, se nell’apparente concreto non desidera altro che cose, se la coscienza individuale non è pronta ad assumere in sé ed elaborare altre configurazioni vitali che permettano di esistere nel senso e nel significato di un linguaggio prospettico condiviso e fondato sul possibile del reale, essa inevitabilmente regredisce a stadi arcaici del sentire e del pensare e aderisce a forme idealizzanti mitico–religiose, quali esse siano che, in un modo o nell’altro, la invadono e formano l’illusione di attribuire un senso all’azione e uno spessore ideale al tempo mentre, in realtà. accade esattamente il contrario. Questo succede ovunque, tanto in occidente che in oriente.
Senza educazione delle emozioni – fondamento indispensabile per lo sviluppo della coscienza – compito che la famiglia, la scuola e la società in genere hanno ampiamente fallito (si veda, ad esempio, U. Galimberti, L’ospite inquietante, Feltrinelli, Roma, 2010), persino un Padre Falso Ideale Arcaico superegoicamente sadico e paranoicamente delirante sembra offrire qualcosa di meglio rispetto al vuoto immaginale dell’occidente incapace di andare al di là di uno sterile esaurimento nelle cose se non addirittura nell’irreale disperso di un mercato globalizzato che non è più aderente alle necessità dell’uomo. La nostra è un’eredità di vuoto fondata sul fallimento di risposte significative. Chi parte per la Siria o l’Iraq cade nella trappola astorica ed insignificante di un’illusione di senso per sfuggire il non senso in cui si trova; chi intraprende quel viaggio è perduto tanto quanto chi rimane in patria e si identifica con un numero e con la letteralità vuota di senso dell’esistenza che la nostra civiltà, al di fuori di rare eccezioni, ha costruito.
Persino un Nulla Ideale appare migliore del nostro Nulla Devitalizzato. Dove il nostro Nulla della coscienza offre soltanto uno scenario tragicamente vuoto, riempito dal silenzio della fine, l’archetipo si giova di tutta la forza dell’istinto da cui emana e la riveste di un’immagine arcaica Ideale, enfatizzata dalla sopravvivenza di emozioni e bisogni di riempimento infantili, capace di travolgere e affascinare la coscienza che ne resta abbagliata. La così detta numinosità dell’archetipo non è un qualcosa di estetico–mistico da ricercare e seguire, ma un pericolo mortale. La vita (e la morte) di molti mistici ne sono esempio eclatante, come ne sono esempio tutti gli scempi compiuti in nome di una qualche “Idea” propugnata dal Falso Padre Ideale di turno, che è stata capace di affascinare intere popolazioni ed epoche, non ultimo il “misticismo” nazista.
Lo scenario cui assistiamo è scenario di fuga; si tenta di evadere dal vuoto del non senso del tempo e del linguaggio e dal silenzio delle relazioni cercando scampo, ad esempio, nell’alcool, nella droga o in “idee” arcaico–deliranti capaci di anestetizzare il dolore generato dal vuoto di risposte e di affetti. Il nutrimento che sazia la mancanza non è il “mangime” delle cose (M. Recalcati, L’ultima cena: anoressia bulimia, B. Mondadori, Milano, 2010), la sola attenzione ai beni materiali, ma la capacità di ascoltare i bisogni umani e di rispondere sul piano di un accoglimento capace di creare significati, in modo che la fame non resti a livello del corpo, ma diventi un “sapere”, una possibilità di pensare un pensabile che invece resta ignoto perché vissuto solo al livello dell’onnipotenza dell’Ideale – quale esso sia, persino virtuale, persino espressa attraverso l’orrore di esecuzioni barbare nelle quali l’arcaismo selvaggio si esprime attraverso rituali che dell’istinto sono espressione. Jung scriveva che una cosa è il confronto con l’ Ombra personale, e cioè gli aspetti inconsci di sé che l’unilateralità della coscienza non riesce ad accettare, altro è porsi di fronte al Male in sé, cioè la Grande Ombra collettiva della specie, capace di comportamenti selvaggi che l’uomo moderno, nella sua miopia, non riesce neppure a concepire e di fronte alla quale la coscienza è del tutto impotente. Non inganni la modernità dei mezzi di cui l’archetipo si giova nel dare forma a rituali di morte: una dynamis priva di coscienza spinge da un Nulla a un Nulla. Non ci sarà risposta.

APPENDICE (13/11/2015)
Nella notte di Parigi c’ero anch’io. Non il mio corpo, ma il mio simbolico appartenere a un’espressione del mondo, un luogo-Anima quale Parigi è; Parigi, dove gran parte della cultura occidentale si è espressa nei simboli dell’arte e dell’espressione culturale, da Van Gogh a Picasso, dagli Impressionisti al Postmoderno e dove ogni scrittore ha voluto essere presente, almeno una volta nella vita, per respirarne la valenza simbolica di continuità di un’espressione eterna ma cangiante, mai simile a se stessa, dirompente, dilavante, trasformante, come sempre il simbolo è. Questo è stato colpito; questo si è tentato di uccidere in quei poveri morti. La bestialità ha una sua intelligenza ignota; non comprende ma percepisce e, a un qualche livello, individua le sue mete. Chi ha colpito non aveva la minima idea di quel che realmente faceva, ma lo ha fatto: oggi c’è meno Anima nel mondo.


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