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Due poesie di Paul Celan: un’interpretazione

Due poesie di Paul Celan: un’interpetazione

da “Papavero e memoria”
L’autunno mi bruca dalla mano la sua foglia: siamo amici./ Noi sgusciamo il tempo dalle noci e gli apprendiamo a camminare:/ lui ritorna nel guscio.// Nello specchio è domenica,/ nel sogno si dorme,/ la bocca fa profezia.// Il mio occhio scende al sesso dell’amata:/ noi ci guardiamo,/ noi ci diciamo cose oscure,/ noi ci amiamo come papavero e memoria,/ noi dormiamo come vino nelle conchiglie,/ come il mare nel raggio sanguigno della luna.// Noi stiamo allacciati alla finestra, dalla strada ci guardano:/ è tempo che si sappia!/ E’ tempo che la pietra accetti di fiorire,/ che l’affanno abbia un cuore che batte./ E’ tempo che sia tempo.// E’ tempo.

TI CONOSCO, sei colei che sta ricurva
io, il trafitto, ti sono soggetto.
Dove divampa un verbo, che sia d’entrambi
testimonianza? Tu _ interamente,
interamente vera. Io _ pura follia).

Molti rimandi al sonno, al dormire, allo specchio. Alla pietra – che dorebbe fiorire – e a un tempo che si sappia. Sapere cosa? Siamo come papavero e memoria. Perché papavero e memoria?
Il papavero è oblio, dimenticanza, evasione dalla pietra del reale. Che non fiorirà. La memoria è ritorno, ma non a un sapere conosciuto, a un tempo che si sappia e dia sollievo all’affanno. Quella consapevolezza dell’affanno mancherà e si cercherà ancora rifugio nel guscio, dunque, in una forma protettiva che dimentica. Papavero, non memoria.
E “ti conosco”: conosco cosa? Chi quel “tu” cui sono soggetto? Sappiamo che quel “tu” è interamente vera. Dunque, un reale chino, forse prono. A cosa? L’io folle ad esso si rivolge, ad un diverso chino, ma non c’è parola che sia testimonianza di entrambi: follia e peso di coscienza, papavero e memoria non sono destinati ad incontrarsi.
Cosa allora sta chino, cosa cercare di dimenticare, cosa la follia che tende a qualcosa di diverso non disponibile? Forse in questi versi ritorna l’infanzia traumatica di Celan, l’esilio, la persecuzione nazista, lo spaesamento di una vita trasportata in un paese straniero. In breve, un trauma da dimenticare. Un trauma presente e mai dimenticato: solo rimosso e trasferito nella bellezza di parole apparentemente elusive, come per nascondere la verità del senso nascosto. Parole dove gli elementi traumatici verranno sublimati ma non si incontreranno mai: il contenuto, la realtà, resta esclusa. In questi versi un analista avrebbe intravisto un pericolo.
Paul Celan concluse la propria vita gettandosi nella Senna.


il disagio del disagio

Nota dell’autore

Offro in lettura un capitolo del mio “Il declino dell’Impero del Nulla”, specificando che il termine declino assume nella fattispecie valore positivo, nella misura in cui il nulla, per evolvere, non può che declinare.

 

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il disagio del disagio

 


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