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di palude e d’amplesso

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mondrian

Diafanavano intanto: farfalle. Grigioverde con scacchi da scozzese franava la sua veste tipo salice estenuato da luna, ma l’altra notte la sirena ammaliava mica male (in realtà piuttosto scoraggiante, visto l’uncino velenoso a galla. Tuttavia invitante, soprattutto le labbra a fisarmonica giallo dorate allucinate verdi – certi sogni non hanno mai una conclusione accettabile). Frattanto nel reale: nulla di diverso.

Smaniavo mica male (smaniante). Se non fosse per l’alba che aggiustava ogni vista velata, t’avrei scambiata per un ruscello fragile, uno svenimento, una burla scarlatta; o piuttosto una palude da asciugare. Cosa che faccio subito.

Tu volteggiavi ansiogena, come certe capinere in Patagonia, dove mancano gli alberi, rovistando frammista alle mie mani. Dio che casino instabile! Poi mi apparivi conica, ma ignoro la composizione interna, (Certe prospettive non aiutano minimamente a formarsi una visione generale). Corvi a casaccio, intanto.

Giù come fosse un lago: sopravveniente pioggia. Arrovellarsi ancora un po’. Peccato per la luna transeunte: ormai quasi sparita.

Più tardi: avvistamento tragico. Nel senso: sculettava indolente prima luce (generalmente da est, ma potrei inventare sconvenienze terrestri o d’altro tipo per soluzioni cosmiche e varianze).

Senza fermarsi un attimo: agglutinare, assemblare, arrossare. Estremamente bianche: le tue cosce. Qui e là: fanghiglia.

S’accostava importuna: la corrente. Certi venti non hanno detergenze, soprattutto quelli artici da nord. E la canoa: variabile.

Pertanto (piuttosto sul fradicio): ce l’hai ‘n’asciugamano?


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