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John Ashbery

soleil d'hiver

Ora sarebbe inverno, con i suoi palazzi
di zucchero filato e pieghe di preoccupazione
alla bocca e su fronte e guance macchie
del colore una volta noto come “rosacenere”.
Quanti serpenti e lucertole cambiano pelle
perché possa spendersi il tempo, come adesso,
affondando ancor di più nella sabbia, come una ferita
prima della fine. Funzionava tutto così bene e ora,
beh, quasi si disfa in mano,
un cambiamento si annuncia, lacerante
come un amo in gola, e le lacrime
sono scorse decorative
oltre noi in un lavandino chiamato infinito.

John Ashbery
Tratta da “Notes from the air”, New York, 2007


Questa stanza John Ashbery

 

 

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(Gabriel Pacheco)

La stanza in cui entrai era il sogno di questa stanza.
Certo tutti quei piedi sul sofà erano miei.
Il ritratto ovale
di un cane ero io in piú tenera età.
Qualcosa riluce, qualcosa viene azzittito.
A pranzo mangiavamo pastasciutta tutti i giorni
tranne la domenica, quando una quaglia veniva indotta
a esserci servita. Perché ti dico questo?
Nemmeno sei qui.


“Certi alberi” di john ashbery

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gabriel pacheco

John Ashbery: un linguaggio apparentemente innocuo, che sembra parlare d’altro mentre parla inesorabilmente di te.

Questi sono stupefacenti: accosto
ciascuno al vicino, come se il discorso
fosse una messa in scena silente.
Dandoci stamane casualmente

appuntamento così tanto via
dal mondo quanto in armonia
con esso, io e te
siamo d’improvviso ciò che

gli alberi cercano di dirci
che siamo: che il loro mero esserci
ha significato; che potremo toccare
presto, e amare e spiegare.

E lieti di non avere inventato
noi tale grazia, ne siamo circondati:
un silenzio già colmo di rumori,
una tela su cui affiori

un coro di sorrisi, d’inverno, un mattino.
Posti in una luce sconcertante, e in cammino,
i nostri giorni indossano una tale reticenza
che questi accenti paiono la loro
stessa resistenza.


John Ashbery “Variante”

(G. Morandi, Natura morta, 1919)

(G. Morandi, Natura morta, 1919)

Ashbery traduttori e ringraziamenti

ashbery variante


Edifici di legno di John Ashbery traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan

(H. Cartier-Bresson)
C. Bresson

Le analisi sono a posto. Ne devi fare un milione.
Moriresti dal ridere mentre ti scrivo
tra foglie e articolazioni, sì, scompisciandomi
anch’io. Le più spassose inezie…
Tutto è cominciato così. Ripensandoci,
mi chiedo se sia potuto accadere un giorno
rintracciabile su un vecchio calendario? Ma no,
non era uscito fuori dalla storia, c’era dentro.
Ecco cos’è. Qualsiasi fosse il giorno che arrivammo
a una piccola casa costruita appena sopra il pelo dell’acqua,
ti dovesti chinare per guardare dentro la finestra della soffitta.
Qualcuno aveva deciso che l’altezza era quella esatta
per il modo in cui entrava la luce, e stanno
dando quella festa, per accendere quella lavastoviglie
e forse saremo condotti, allora, all’insù verso
più potenti forme di poesia, oltre pilastri
da cui si sfaldano manifesti, nel paese dell’indifferenza.
Intanto se pure l’onda lunga si fa diapason, sboccia
infelice e precoce, la piccola gente è nondimeno reale.


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