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Ricordi, sogni, riflessioni: un pensiero di Jung su Freud

“Un tratto caratteristico, che mi colpiva più di tutto, era l’amarezza di Freud. Ne ero stato impressionato fin dal nostro primo incontro, ma rimase per me inesplicabile finché non fui capace di porlo in relazione con il suo atteggiamento verso la sessualità. Sebbene per Freud la sessualità fosse senza dubbio un “numinosum”, la sua teoria e la sua terminologia sembravano definirla esclusivamente come funzione biologica. Solo l’eccitazione con cui ne parlava faceva arguire in lui una risonanza più profonda. In ultima analisi voleva insegnare, o almeno così mi pareva, che la sessualità, considerata dall’interno, includesse la spiritualità, e avesse un significato intrinseco, ma la sua terminologia, fatta di termini concreti, era troppo angusta per riuscire a esprimere questa idea. Mi dava pertanto la sensazione che in fondo lavorasse contro il suo scopo e contro se stesso. Per usare le sue stesse parole, si sentiva minacciato dalla “nera marea di fango”, egli che più di chiunque altro aveva cercato di sondare quelle nere profondità…
Non c’era nulla da fare contro questa unilateralità di Freud. Forse una sua personale esperienza interiore avrebbe potuto aprirgli gli occhi: ma probabilmente il suo intelletto avrebbe ridotto anche questa a “sessualità” o a “psicosessualità”. Rimaneva votato a quell’unico aspetto, e proprio per questo motivo vedo in lui una figura tragica, perché era un grand’uomo e, ciò che è anche di più, un ispirato”.

(C.G.Jung, “Ricordi, sogni e riflessioni”, Il Saggiatore, 1965, pp. 179-180)

Personalmente non credo che Freud intendesse la sessualità come mera funzione biologica. In lui tutto è riferito alla psiche e la stessa teoria della pulsione fa della sessualità qualcosa di molto più vasto rispetto alla biologia.
Queste parole di Jung non mi sembrano, pertanto, aver colto nel segno della teoria freudiana della sessualità, pur riconoscendo la “monotonia d’interpretazione che Jung rimprovera a Freud.
D’altra parte, anche Freud non fu “generoso” con gli sforzi di Jung di indagare “la nera marea di fango” da cui voleva si tenesse lontano. Jung era mosso dal suo”daimon” che lo spinse a individuare le determinanti della psiche e le loro forme (archetipi).
Riconosco tuttavia in Jung un eccesso di “spiritualità” che lo condusse per sentieri a volte pericolosi.
Un’incomprensione, dunque. Reciproca. Come ogni storia di una rottura.


Il lavoro dell’Ombra

 

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(Franz Kline, Elizabeth)

Dall’esilio cui la civiltà in cui viviamo ha relegato tutto ciò che la coscienza dell’Io non afferra immediatamente, semplicemente negando ciò che potrebbe turbarla o anche solo metterne in discussione le certezze, l’Ombra cela proposte di diversità. Con il termine Ombra, C.G. Jung si riferisce ad aspetti di personalità che l’uomo ignora e consegna all’oblio apparente dell’inconscio in quanto sgraditi. Il soggetto che ne risulta è per lo meno mutilato, se non altro rispetto alla conoscenza di sé e delle proprie possibilità di linguaggio, condannandosi a un silenzio espressivo e a un’impotenza conoscitiva senza remissione. Non di tratta di fenomeno raro; Jung scrive che l’uomo senz’Ombra è “il tipo d’uomo statisticamente più frequente, che vaneggia d’essere soltanto ciò che preferisce sapere di sé” (C.G. Jung, 1947-1954, p. 225).
L’Ombra è dimensione diversa dell’esistere; la sua voce ha suono che scompone, i suoi occhi hanno visioni d’altro e i panorami in cui spazia non sono immediatamente riconoscibili nel mondo appiattito dalla luce accecante dell’unilateralità della coscienza in cui la civiltà occidentale si è avvolta: l’Ombra ha spessore profondo. L’occhio abitudinario del soggetto moderno che rifiuta il disagio dell’esistere è scosso da vertigine e il linguaggio della società ridotta ai termini minimi dalla quotidiana negazione dell’Ombra ne risulta sconvolto. Il linguaggio dell’Ombra è simbolo, nel senso che si fonda in un “non ancora” ignoto da cui trae messaggi d’inquietudine, necessità d’espressione diversa, rifiuto di ogni segno letterale, sfondamento della visione abituata a segni scontati così cari alla coscienza odierna. Non si intenda per simbolo – come oggi potrebbe avvenire – una semplice abbreviazione del tipo di qualche segnetto proprio del linguaggio telefonico o del web che dicono ancora meno di quello che impropriamente tentano di dire. Il simbolo è creazione di lingua, espressione nuova, forza costante d’urto, anelito e desiderio non di “cose”: d’essere. Il luogo della sua massima espressione è l’arte.

Noi siamo culturalmente nell’orizzonte strutturale della razionalità. Se questo è vero, dovremmo interrogarci su quale sia il nostro lato in ombra. Che cosa stiamo negando di noi o espellendo dalla nostra identità culturale? Con quale sembianza potrà ricomparire davanti a noi Mefistofele? Jung risponde: nella sembianza dell’uomo senz’Ombra. Il nostro “demone” potrebbe essere quest’uomo appiattito e senza figura che corrisponde al massimo dell’inflazione dell’Io. (Rovatti, 1992, p. 55).

Il nostro demone è allora l’Ombra negata. Nella sua ricerca d’”Altro”, l’artista frequenta condizioni estreme, dove l’Ombra spazia e si presenta con aspetti non frequenti e perturbanti, tipici del mondo immaginario dell’inconscio. La visione che ne risulta è frammento e spazio, limite del consueto e sfondamento del già dato, provocazione di una realtà inesistente che, tuttavia, all’esistente si rivolge per stravolgerlo e rifondarlo, immettendo in esso ciò che in esso è mancante in quanto imprevisto, inatteso, inusuale, inaccettabilmente inaudito.
L’artista non approda mai a un significato definito: il suo linguaggio è proposta che lascia libero l’osservatore di completarne il senso con i suggerimenti tratti dalla propria Ombra, di accettare o rifiutare, in ogni caso immaginare ancora. Non si tratta di un limite: le immagini sono sempre aperte e in esse è possibile vedere quello che si vuole, magari anche quello che non c’è (all’autore non dispiacerebbe) o ancora di usarle per pura stimolazione priva di senso apparente, dando così risalto al senso del non senso. Come scrive Franco Rella, “dobbiamo rivoltarci contro gli statuti della ragione, che ha espulso da sé pratiche, comportamenti, bisogni determinati, senza perderci, senza perdere la ragione, per ricostruire la sua realtà conflittuale, la realtà dei suoi conflitti.“ (Rella, 1978, pp. 10-12).
Per usare una metafora letteraria ispirata al Castello di Kafka, per l’artista in quel castello non si deve entrare: non è quello che conta. Non ha importanza svelarne il contenuto, accedere alla verità che vi è celata, se mai ne contenga una come la ragione pretenderebbe. Occorre cercarla, girarci intorno, percorrere il cammino che la adombra e, adombrando, cercare qualcosa di diverso. La risposta è il percorso, non il riempimento che non svela; solo così la mancanza non è saturata da risposte piene e arbitrarie e l’essere continua ad anelare di esistere.
La forza del simbolo trascina nelle immagini, stravolge la scena del reale immettendo in esso figurazioni inconsce che quella realtà velata di pretesa invadono e definiscono col linguaggio dell’”Altro”, rendendola sfuggente ed allusiva. Una forza capace di stimolare lo spettatore anche a sua insaputa e contro la sua volontà, proponendosi persino come provocatoriamente orribile, perché l’Io non è aduso all’inconscio e così definiscce l’impensato/impensabile delle figurazioni che propone. Un’Ombra allucinata e allucinante irrompe allora nel reale reinventadolo diverso, affiancando ad esso la visione normalmente invisibile di figure che ammiccano la loro presenza a volte discreta, altre dirompente, per ricordare all’artista e al fruitore che esse possono esistere e che il mondo che l’uno propone e l’altro osserva è qualcosa di più ampio di quel che appare, qualcosa di normalmente ignorato che, se decifrato, rende presenza all’essere mancante e al suo linguaggio muto che deve essere detto se si desidera uscire dalla riproposizione di un passato defunto, sempre inattualmente attuale, e tentare di disegnare la diversità del mondo in un’espressione nuova.


terra silenzio

(già pubblicato su Fermenti, n. 239/2013)

Il mondo che abitiamo ha assunto spesso l’aspetto di un deserto. Basta pensare alla Terra “palla di neve” effetto di antiche glaciazioni che la geologia ci ha insegnato a conoscere, o al pianeta di sabbia che il deserto senza posa crea grazie anche alle variazioni climatiche, o ancora alla terra deserto d’acqua dell’immaginario mitologico che si riferisce al così detto diluvio universale. Il deserto cui intendo riferirmi è invece un deserto di parole, una “terra silenzio” spogliata di ogni significante e dunque priva di significati, un luogo che non parla che una lingua muta che nulla significa se non l’assenza che silenziosamente esprime.

La civiltà silente in cui abitiamo e che abbiamo costruito prima di ammutolire era espressione di duplicità. Lacerata dal conflitto tra natura e cultura provocato dallo sviluppo della coscienza egoica, la nostra civiltà “disagiata” viveva nel disagio creativo di quella che si presentava come unica condizione esistenziale, scomoda ma possibile. Sempre mal sopportata dal soggetto che ricerca il godimento, questa cultura sublimante e figlia della sublimazione è oggi soppiantata da una diversa forma di civiltà intollerante alle difficoltà dell’esistere, al punto da precipitare inconsapevolmente nella “comodità piacevole” del nulla.
Apparentemente viva, colma di benessere e piacere, dispensatrice di sapere e tecnologia, la civiltà attuale è specchio di quella forma di appiattimento psichico che si definisce psicosi, laddove con questo termine si indica una totale frattura del soggetto con la realtà oggettiva o, il che non cambia, un’identificazione adesiva acritica con la stessa con conseguente annullamento della realtà interiore.
Alla base del problema rintracciamo la dinamica desiderio-Legge dove, con questo ultimo termine, intendo riferirmi alla castrazione simbolica operata dal Padre Norma, mentre parlando di desiderio il mio rinvio è a Eros. Eros non si rivolge mai ad oggetti materiali individuati, a cose, ma è invece anelito e allusione.
Nella sua revisione del freudismo, Lacan afferma che ogni desiderare è figlio di mancanza, una mancanza che non si riferisce a oggetti perché Eros non si appaga nell’uso e nel possesso di cose. Eros rimanda allora a una condizione esistenziale di base: esso è mancanza d’altro che potremmo individuare come mancanza a essere e il suo è desiderio di esistenza. Tra desiderio e Legge non esiste allora contraddizione o conflitto, perché è proprio la Legge simbolica del Padre che, impedendo l’immediatezza del godimento, fa sì che Eros possa desiderare la mancanza. La castrazione del moto cieco pulsionale verso l’evidenza illusoria dell’oggetto rende possibile il passaggio del desiderio al piano simbolico del significato e dunque del linguaggio. Questo spostamento culturale sembra perduto, come se la nostra civiltà si fosse “deculturalizzata” consegnandosi al regno dell’immediato, ad un’adesione cieca all’atto rivolto al puro godimento senza la necessaria pausa della riflessione.

Reflexio significa ripiegamento, e nell’ambito psicologico si definirebbe con questo termine il fatto che il processo del riflesso, il quale convoglia lo stimolo nello scarico istintuale, è interrotto dalla psichificazione. I processi psichici esercitano un’azione attrattiva sull’attività che procede dallo stimolo in conseguenza dell’intromissione della riflessione, cosicché l’impulso viene deviato in un’attività endopsichica prima di scaricarsi all’esterno […]
L’istinto della riflessione è ciò che costituisce l’essenza e la ricchezza della psiche umana. La riflessione modella il processo di stimolazione e ne guida l’ìmpulso in una serie d’immagini, la quale infine, quando l’impulso è sufficientemente intenso, viene riprodotta. La riproduzione […] si verifica in forme diverse: o come espressione linguistica diretta o come espressione del pensiero astratto, come azione rappresentativa o come comportamento etico, come ritrovato scientifico o come rappresentazione artistica […] la riflessione è l’istinto civilizzatore “par excellence”, e la sua forza si palesa nell’affermazione della civiltà di fronte alla nuda natura.
(C.G. Jung, “Determinanti psicologiche del comportamento umano”, in Opere, vol. VIII, Boringhieri, Torino, 1976, p. 136).

Se diamo credito alle parole di Jung, la civiltà in cui viviamo ha perduto il suo slancio creativo, regredendo a uno status di “natura” dove la psiche cessa di rappresentare e dunque manca il riflesso del senso soggettivo di esistenza. Questo discorso potrebbe essere continuato in molti modi, ricorrendo alle metafore junghiane del simbolo, o al linguaggio lacaniano della perdita del Nome del Padre o alla dinamica freudiana Eros-Thanatos. Sarà opportuno evitare troppi riferimenti diversi per non confondere il piano già abbastanza astratto del discorso.
L’idea di base è che il campo di coscienza viene seriamente infiltrato da elementi che definiamo regressivi in quanto arcaici, una specie di “diluvio universale” istintuale che allaga la coscienza riconsegnandola all’Inconscio da cui si è differenziata. Occorre tuttavia specificare cosa si intenda con il termine Inconscio o, per meglio dire, visto che il significato di quel termine lo conosciamo bene o male tutti, la domanda riguarda una specificazione poco dibattuta: quale Inconscio?
Questo ci fa già capire che Inconscio non è termine univoco ma può rimandare a raffigurazioni diverse della mente non cosciente. Freud pose il problema nel ’22, quando in Al di là del principio di piacere (S. Freud, in Opere 1917-1923, vol. 9, Torino, Boringhieri, 1977) enunciò la dicotomia delle pulsioni. Fino ad allora l’Inconscio era il rimosso, dunque tutto ciò che la coscienza non gradisce e tenta, per altro inutilmente, di espellere da sé. L’ Inconscio come rimosso non è muto, nel senso che, proprio attraverso il ritorno del rimosso, propone “messaggi” di significati possibili che la coscienza ha il compito di decifrare per tentare di riappropriarsi di un senso non compreso del se stesso.
Questa formulazione dell’Inconscio apparteneva al Freud ermeneutico di cui parla Paul Ricoeur (P. Ricoeur, Della interpretazione. Saggio su Freud, Milano, Il Saggiatore, 1979) ed “ermeneutico” era l’inconscio che si presentava come interpretazione di significati possibili alle soglie del soggetto. Dal ’22 in poi tutto cambia perché l’Inconscio ammutolisce e mostra un aspetto di silenzio. Thanatos non comunica: trascina. E’ moto arcaico verso la rovina, cieco impulso di niente, divoratore di cose e desideri che “cosifica” immettendoli nel vortice dell’immediatezza del godimento e deviandoli dal senso del significare proprio di un anelito che rimanda. L’Altro da sé (e con ciò intendo tanto la realtà esterna che quella interiore dell’Inconscio) scompare in una desertificazione del soggetto che smarrisce ogni termine di riferimento, confronto e riconoscimento. Con esso scompare il desiderio che desidera la mancanza che, come detto, non è di cose ma di significati che solo la relazione col diverso può soddisfare. Dunque, la psiche mostra un baratro di insignificanza, un Doppio dell’Inconscio che cambia il campo del soggetto che ora non è più in rapporto dicotomico/relazionale con la coscienza, ma la stessa psiche inconscia presenta un duplice volto. Secondo Massimo Recalcati. L’Es, ovvero l’Inconscio solo spinta senza parola, uccide il “soggetto” dell’Inconscio espresso dal ritorno del rimosso, nullifica il linguaggio e riduce la dinamica tra natura e civiltà a un drammatico confronto tra l’esistere di un significato possibile e l’insignificanza assoluta del godimento immediato. L’Es non desidera: travolge. Spinge lontano dal significato di cui l’Altro da sé, cui si rivolge la mancanza che muove il desiderio, è portatore e intrappola nella soddisfazione elementare della cosa che nullifica il soggetto nel narcisismo silente del proprio godimento senza nome. Questo l’Inconscio che infiltra: l’Es in quanto Nulla di Morte psichica. Questo il silenzio di cui la nostra civiltà è portatrice. Occorre tentare di riconoscerne almeno alcuni effetti.

L’evaporazione del Padre di cui parla Lacan indica il venir meno del senso fondativo della funzione paterna alla base dello sviluppo della coscienza e della possibilità di ogni civiltà. Al suo posto appare ciò che Lacan definisce “universalismo” e cioè il più che attuale fenomeno della globalizzazione.

In altri termini, l’universalismo di cui ci parla Lacan è quello prodotto dall’affermazione dell’oggetto di godimento che il discorso del capitalista rende illimitatamente disponibile sul mercato globalizzato. La caratteristica principale di questo discorso sarebbe […] quella di concretizzare un legame sociale che si istituisce sulla decapitazione della funzione verticale giocata dall’Ideale edipico e che al posto della funzione normativa del Padre impone la potenza reale e immaginaria (non simbolica) dell’oggetto di godimento. (M. Recalcati, L’uomo senza inconscio, Cortina, Milano, 2010, p. 37)

Spodestato dal godimento assoluto, il Padre non favorisce più accessi simbolici di significato e la civiltà scade a livelli primitivi di soddisfazione materiale. Dunque civiltà come campo dell’Es: si addensa un silenzio di psicosi.
Per intenderci su questo temine, uso ancora una definizione di Recalcati che mi sembra particolarmente adatta al nostro discorso. Egli si riferisce “alla psicosi come a una posizione del soggetto caratterizzata da un deficit strutturale dell’azione simbolica, da una non operatività del significante a contenere il reale maligno del godimento dalla tendenza di questo godimento non castrato – non regolato dall’azione normativa della castrazione – a invadere abusivamente il soggetto” (Recalcati, ibidem, p. 142).

Un soggetto dunque invaso e incapace di simbolizzare, per questo perfettamente aderente alla letteralità delle cose che per lui non possono mai rimandare ad “altro”.
Per descrivere questo fenomeno e il soggetto che ne è espressione, C. Bollas ricorre al termine “personalità normotica”.

La persona normotica è qualcuno di anormalmente normale. Troppo stabile, sicuro, tranquillo ed estroverso. È totalmente disinteressato alla vita soggettiva e tende a badare solo alla materialità degli oggetti, alla loro realtà concreta o ai “dati” relativi a fenomeni concreti […] la malattia normotica si sviluppa quando il significato soggettivo viene assegnato a un oggetto esterno, dove rimane senza essere reintroiettato e nel corso del tempo perde la nozione simbolica di significante. (C. Bollas, L’ombra dell’oggetto, Borla, Roma, 1989, pp. 143-144)

Ci troviamo di fronte a un eccesso di mondo oggettivo rispetto a quello soggettivo, a quel disturbo psichico che anche Winnicott, nel suo Gioco e realtà (D.W. Winnicott, Gioco e realtà, Armando, Roma, 1972) non esita a definire psicosi. Dunque, una forma di adesione acritica all’oggetto col quale ci si identifica completamente, di modo che “La psicosi vi appare non come rottura con la realtà, ma come eccesso di alienazione, di integrazione, di assimilazione conformistica al discorso comune” (M. Recalcati, L’uomo senza inconscio, op. cit., p. 23).
Alla scomparsa del Padre segue la dissoluzione del senso soggettivo e il mondo appare popolato da “ombre oggettuali” prive di significazione e di linguaggio che non sia ricorso amorfo all’immediato. Questo fenomeno è evidente in moltissime forme di adesività sociale ed è facile riconoscerlo non solo in tutti gli “ismi” da cui la società tanto occidentale che orientale è afflitta, ma anche in altri fenomeni non meno macroscopici come l’appartenenza a partiti e movimenti politici per mero calcolo personale con conseguente scadimento della politica stessa a mezzo di arricchimento privato che non trascura qualunque forma di appropriazione, corruzione e ladrocinio generalizzato. Spicca la sparizione del “soggetto di cura” della polis pubblica come di quest’ultima, ridotta a mero campo di sfruttamento dove non è raro cogliere sentimenti di approvazione e benevola invidia per chi è stato più “furbo” degli altri, con fenomeni di identificazione al Leader/Padre/Ladro/Corruttore che risultano per lo meno desolanti per ogni coscienza superstite.
Nel vasto campo delle sparizioni non si registra soltanto l’evaporazione del Padre ma anche di ogni sistema di valori, ormai sostituito dal lassismo più assoluto con ricco condimento di menefreghismo e disinteresse. Al massimo, si registra qualche “prurito” reattivo capitanato dal qualunquista di turno, oltre urlacci da strada inneggianti ad una ulteriore parcellizzazione separatista priva di qualsiasi fondamento in un minimo di ragionamento basato sul reale.
Un nichilismo sotterraneo si è diffuso nella società rendendola non solo muta ma priva di speranza. In tale società disperata colpisce l’atteggiamento e insieme il destino dei giovani, tesi unicamente al rimedio dello stordimento tramite droghe, psicofarmaci e sballi di ogni tipo. Privi di desiderio, passano ore svagate di fronte a qualche bar, in attesa che la sera li spinga branco in locali ubriachi dove annegare nell’alcol e nel frastuono l’angoscia che li rosicchia. Nei casi peggiori, formano squadracce minorili per vincere la noia – dicono – quando la polizia li arresta e chiede ragione di atti di violenza senza senso. Nella sottrazione di orizzonte in cui si aggirano, la loro soggettività in formazione non ha modo di dispiegarsi ed essi ascoltano inconsapevolmente “l’ospite inquietante” che ha ormai occupato le stanze delle famiglie. Verrebbe da dire che l’Edipo non tramonta mai e che la nostra è in realtà l’epoca del tramonto del Super-io fonte di morale e norma interiore.
Incapaci di insegnare una qualunque parvenza di linguaggio, le famiglie si riducono a ricoveri di sonno e, quando l’alba si affaccia, i ragazzi tornano nei letti che le madri e i padri evaporati hanno loro apprestato per lasciarli ibernare in uno stato di assenza di stimolazione. Prede della “Cosa”, essi vogliono scarpe firmate, divise firmate, mutande firmate e chiappe osteggianti firme di condivisione corporale per sopperire desolanti mancanze di senso di identità. Pestano con scarponi (firmati) strade irregimentate d’indolenza. Firmano il registro del nulla e la giornata passa. Quanto alla formazione culturale, per loro (e per le famiglie che tacciono) non è più neppure un optional.

Per dirla con Spinoza, viviamo in un’epoca dominata da quelle che il filosofo chiama le “passioni tristi”, dove il riferimento non è al dolore o al pianto, ma all’impotenza, alla disgregazione e alla mancanza di senso che fanno della crisi attuale qualcosa di diverso dalle altre a cui l’Occidente ha saputo adattarsi, perché si tratta di una crisi dei fondamenti stessi della nostra civiltà” (U. Galimberti, L’ospite inquietante, Feltrinelli, Roma, 2010).

All’interno di queste “passioni tristi”, se il Padre è evaporato, chiediamoci dove sia allora finita la madre. André Green sostiene che siamo tutti figli di una madre morta. Cosa significa? Significa che la madre ha fallito e si è inconsapevolmente posta come oggetto muto di introiezione: essa non ha insegnato alcun linguaggio. Il linguaggio che la madre insegna è quello del sentimento. Accogliendo le angosce senza nome del figlio, la madre le restituisce significativamente come sentimento possibile, un vissuto dunque elaborabile e comunque gestibile, perché la madre lo ha già “lavorato” per noi. Questa opera di significazione è mancata. La madre, perduta nelle cose del mondo, totalmente “normotizzata”, restituisce linguaggi “cosificati”, consegnandoci “passioni tristi” e non gestibili, perché nessuno vuole “pensare” la tristezza. Il figlio, lontano dal sentimento, riduce tutto a oggetti muti cui aderire come la madre (non) ha insegnato “e questo perché il cuore non è in sintonia con il pensiero e il pensiero con il comportamento, perché è fallita la comunicazione emotiva e quindi la formazione del cuore come organo che, prima di ragionare, ci fa sentire che cosa è giusto e che cosa non è giusto, chi sono io e che cosa ci faccio al mondo”. (U. Galimberti, ibidem, p. 53). Un mondo ormai totalmente consegnato all’Es, ovvero a un Inconscio senza soggetto come la società che lo riflette.
Lo statuto comune codificato e benedetto dalla società è allora: “una vogliuzza per il giorno, una vogliuzza per la notte, fermo restando la salute”. (F. Nietzsche, Frammenti postumi 1888-1889, in Opere, Adelphi, Milano, 1974, vol. VIII, 3, fr.14 (89).

Nell’orizzonte chiuso del non senso, dove tutto appare perduto e la civiltà evapora nell’assenza di valori, norma e desiderio, si apre tuttavia una strada nel mare. È la “via del viandante” che Galimberti traccia parafrasando il Nietzsche della Gaia scienza. Nell’assenza di idee che cancella ogni meta e visione del mondo, nel fallimento degli oggetti interni significanti che consegna lo sviluppo del soggetto al nichilismo, la civiltà silente rinuncia persino agli Assoluti cui, da Eraclito in poi, si era aggrappata per scansare il divenire da e verso il Nulla. Al posto di Immutabili che parlavano una lingua di contraddizione e false rassicurazioni, la civiltà ha collocato nuovi Feticci, come il Mercato e la Finanza che non parlano alcuna lingua. Nel silenzio, scompare ogni meta, ma il “Nomadismo è la delusione dei forti che rifiuta il gioco fittizio delle illusioni evocate come sfondo protettivo. È la capacità di disertare le prospettive escatologiche per abitare il mondo nella casualità […] non pregiudicata da alcuna anticipazione di senso, dove è l’accadimento stesso, l’accadimento non iscritto nelle prospettive del senso finale […] a porgere il suo senso provvisorio e perituro” (U. Galimberti, ibidem, pp. 143–144).
L’etica del viandante, allora, come antidoto per il nichilismo di Thanatos. La capacità di intraprendere un viaggio senza appigli, trovando il senso del se stesso nel naufragio dell’esistenza che ogni uomo deve affrontare, come sosteneva Kierkegaard, un naufragio che è valore relativo e senso relativo in un mondo spogliato di assoluti falsi garanti di significati precostituiti e sensi finali preformati e mai individuati. Un mondo dove il Padre evaporato resuscita nella testimonianza che ogni uomo riesce a offrire e trasmettere in un linguaggio aperto che è etica personale, trasmissibile e intrasmissibile allo stesso tempo, nella misura in cui è esempio da intuire, non da seguire alla lettera.
Un linguaggio di cui ogni soggetto è autore, come del proprio silenzio. Un Padre Norma che, pur castrando gli impulsi suicidi del figlio verso l’atto, castra se stesso perché capace comunque di ammettere la trasgressione e dunque l’apertura verso un linguaggio diverso. Un linguaggio di un Padre che, deviando il figlio dall’oggettualità dell’esistenza, non preclude la Madre che trasforma il non senso in sentimento ed accosta le emozioni senza nome alla capacità di nominare del pensiero. Un linguaggio che non cade nelle cose, che non è codifica passiva della parola del Padre, ma invenzione che su quella parola si fonda trascendendola. Un linguaggio d’acqua, mutevole e trasparente e tuttavia profondo abisso. Linguaggio d’onda, scosso dal vento che frastaglia nell’orizzonte vuoto di pretese e muove, senza sapere dove, verso l’Altro marino cui s’accosta. E diventa parola.

“Abbiamo lasciato la terra e ci siamo imbarcati sulla nave! Abbiamo tagliato i ponti alle nostre spalle – e non è tutto: abbiamo tagliato la terra dietro di noi” (F Nietzsche, La gaia scienza, in Opere, Adelphi, Milano, 1965, vol. V, 2, p. 129).


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