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Da una lettera di Sigmund Freud al suo medico

 

 

Mi sono messo a indagare i labirinti della ragione, per capire come dare un ordine ai confusi labirinti della non-ragione, e ho trascurato proprio la bellezza. Forse questa amnesia è un sintomo di qualcosa. Bisognerebbe amare solo le cose belle che durano sempre meno, come le lucciole, le farfalle, e se ne vanno, e non guardare troppo oltre. Anche la vita dell’uomo è troppo lunga. Io stesso sono durato troppo. L’uomo, anche malato, sopravvive.
Spero che tu, mio ultimo medico, sia pietoso e voglia togliermi serenamente dal mondo, dopo tutte queste operazioni. Queste labbra straziate non vogliono più parlare. Chi disse che a 50 anni bisognava morire!! Ah Dostoevskij, sì! Non ho mai parlato di lui. Meglio così: lo avrei frainteso, apponendo il mio ragionevole sigillo al limpido delirio del Santo Inquisitore.
Quanti errori! Che inutile ostinazione nel voler spiegare tutto l’inspiegabile! E la presunzione! Ma lei lo sa, amico mio, lei che inutilmente mi cura, lei lo sa che fino all’ultimo mi sono sentito un perfetto ignorante di tutto il mondo della psiche, io, il grande conquistador, io, Sigmund Freud?
Dopo, ho fatto un passo indietro, e le ombre mi sono apparse vere ombre.
Era necessario, per sentirmi umano.


lettera a nessuno

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Ho negato di aver scritto di te

perché non avevo tempo

o più semplicemente non avevo il tempo

perché il tempo non si può avere

come non si possono avere le corolle

che nascono di pomeriggio

perché niente nasce di pomeriggio

né posso avere quello che mi accade

perché è subito accaduto

e quello che accadrà lo scriviamo la sera

quando tutto è successo

e tu non ci sei.


Lettera dal ritiro

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Lei non dovrebbe insistere: non tornerò nel mondo.
Ho avuto qualche anno di notorietà, quando sollecitavo le emozioni a nutrimento di una malattia di cui conservo tracce involontarie. Non ho chiesto di esistere.
O scrivere, inventare il mio disagio, posto a sostegno di un più vasto nulla. In fin dei conti non ho fatto niente. Questo niente mi ha fatto.
Oggi vivo in campagna _ ritirato.
Schivo giorni, serro le mie notti quando gli uccelli che tornano la sera trovano il suolo accanto a dove resto e insieme ripassiamo cognizioni, suoni di un’altra lingua e le falene, confuse con il manto della sera, le farfalle scure che dalla sera nascono, le rondini che perdono la strada, e le creature infime di terra, le rane al fosso, i pesci che cadono dal monte con la pioggia, cercano le lanterne del giardino dove spengo me stesso.
Offro deviazioni. Leggo libri, ma la voce rimane in questo corpo.
A volte penso sentano il pensiero. Credo che morirò senza parlare.


una vita di vento

George Clausen La lettura alla luce della lampada ca. 1909 - Leeds City Museum UK

E tu

quando sarai mattina

non scrivermi la notte

nella sopportazione di sapere

un’altra solitudine più grande

 

di questa immensa enorme indifferenza

di non sapere più, di non sentire

nulla di te

se nulla.

.


ultima forma di sonno

Con l’occasione, auguri!

cezanne

Amico mio
non soffia un alito
ed ogni tanto mi cade la ventosa
con i vetri
la porta
il firmamento
ed incredibilmente
mi capita di uscire senza scarpe
o forse dovrei dire senza strada
se ci fosse la luna.
Non mi sembro malato ma sto male
e temo, caro, temo,
un calvario di vento
astri a ventaglio verso l’infinito
fondo come un addio
e ho freddo
come non capitava
dal corpo di mia madre
dove dormivo
dormo
dormiremo.
Sera:
ogni sonno è un mistero.


appena poco

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Mia cara
pensavo l’altra sera questa vita
che ti avrei scritto
piccola
inaffidabilmente temporanea
come la primavera che scompare
nell’attesa che smetta
questa pioggia
ed altre inospitali situazioni.
Ripensavo mia cara
alle conversazioni
ed occhi di sfuggita
sai
quei rossori
che non vorresti esserci
nella mancanza di parole adatte
intrichi
più che altro pensati
per esprimere zero
mentre tu mi lenivi la distanza
sempre inespressa e viva
come un male di fondo
cui forse non sapevo rinunciare
in un crogiolo pallido disteso
dove pioveva ancora
e mi sentivo
goccia
incapace di stare
perché l’acqua dilava e se ne va
come la primavera – ti dicevo –
ed altre somiglianze imprecisate
di noi
nei giorni di passaggio.


qualche cosa che passa

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Scrivimi dall’ovatta
quando Parigi dorme o non esiste
e mandami una foglia a recitare
qualche cosa che passa


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