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Arte e sistema – estratto

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(Vermer)

L’insanabilità di un conflitto attraverso la pagina di Arno Schmidt.

Cosa è espressione libera e creativa, “arte” e cosa mera ripetizione di un “passato non pensato”?

Quanto il così detto artista è  veramente libero di esprimere se stesso al di là dei condizionamenti di un sistema di riferimento socio-culturale inconscio?

Leggi qui o scarica gratis

arte e sistema


Dall’esilio

 

 

La lingua, e presumibilmente la letteratura, sono cose più antiche e inevitabili, più durevoli di qualsiasi forma di organizzazione sociale. Il disgusto, l’ironia o l’indifferenza che la letteratura spesso esprime nei confronti dello Stato sono in sostanza la reazione del permanente – meglio ancora dell’infinito – nei confronti del provvisorio, del finito,
Io non chiedo che si sostituisca lo Stato con una biblioteca – benché quest’idea abbia visitato più volte la mia mente -; ma per me non c’è dubbio che, se scegliessimo i nostri governanti sulla base della loro esperienza di lettori, e non sulla base dei loro programmi politici, ci sarebbe assai meno sofferenza sulla terra […] la letteratura si rivela un antidoto sicuro contro tutti i tentativi – già noti o ancora da inventare – di dare una soluzione totalitaria, di massa, ai problemi dell’esistenza umana. (I. Brodskij, Dall’esilio, Adelphi, Milano, 1988, pp. 44 e 52).

 


Antologia

Tra l’altro, si recensiscono alcuni miei racconti contenuti nell’antologia.

Se vuoi, leggi qui.

http://www.literary.it/dati/literary/p/piazza/il_quasi_nulla.html

 


Un disagio: Gelo di Thomas Bernhard

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Tavolo, mucca, cielo, ruscello, pietra e albero, tutto questo è già stato analizzato. Tutto ormai viene solo maneggiato. Gli oggetti, l’intera armonia delle invenzioni, completamente incompresa… non ci s’interessa piú di ramificazioni, approfondimenti, sfumature. Ormai ci si preoccupa soltanto di collegare le cose in grandi linee. Tutt’a un tratto si dà un’occhiata all’architettura del mondo e si scopre cos’è: un’ornamentazione universale dello spazio e null’altro. […]

Gelo – Thomas Bernhard


passi scelti

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Si ferma: oltre la strada niente. Né lateralità.

C’era un forse

quando si resisteva a questo dove

ma domani è un pensiero impronunciabile

e riferire è inutile.

(Tratto da “Oltre il varco di notte”, e-book La Recherche di prossima pubblicazione)

Bianca, l’assenza del vagare. Come d’inchiostro pagine mancanti.

Che nessun luogo è il luogo. Né storia. Né parole.

Inesistenti, pertanto. Di impossibile, cioè, lettura, impaginazione, resoconto.

Senza capo né coda. Dunque: senza.

Temo, però, qualunque sia la forma: inevitabile parlare di me.

(Tratto da “Desiderare altrimenti”, Fermenti Editrice 2011)

Plasmatica la notte: nebulosamente.

Spremere stelle dall’avvolgente nero. Che resiste, occlude, confonde con bagliori involontari e densità di gas sovrapposti.

Penetrare dunque: reticenze. Spaziotempo contrario (sempre indietro, almeno dal punto di vista di chi osserva) e viaggiare incertezze svantaggiose a dispetto dell’intelletto chiaro. Non capirai, per quanto tu ti sforzi = solo approssimazioni. E tanto basti per rischiarare un vuoto sempre intero.

(Tratto da “L’Osservatore”, Fermenti Editrice 2014)

Slinguami con la lingua e butta via. Non basta.

La sbornia è un argomento da comete: viaggia da un luogo all’altro.

Quando mi sveglio sogno.

Altalenare.

Io ti darò la forma di una porta dove chiudere il mondo.

E vuoto all’altra sponda.

(Tratto da “Nelle ultime ore” in Antologia Fermenti N. 10, Fermenti Editrice 2015)

Alle Termopili c’era la prima neve. E vento.

Tu pettinavi i miei capelli sciolti mormorando antiche cantilene. M’assopivo. Intorno, stava la Morte Grande.

Stava la morte intorno ed i capelli. C’erano cantilene, c’era nebbia, c’era quello che c’era quando c’era.

Ho bisogno di te Madre di Terra e la tua quiete.

Noi siamo tutti qui, nell’altro tempo: ai confini di Grecia.

(Tratto da “Ai confini di Grecia”, in Servo di scena, Il mio Libro, 2015)

Il sapore di mia madre era farina. Bianca, come le mani, il tavolo, la luce, la mattina che invadeva la casa. E il volto.

Rossa, a volte. Quando il sangue riempiva la tinozza e la gallina rinunciava alla vita dibattendosi tra le dita forti con cui mia madre le serrava il corpo. Era fatta di bianco; a volte rossa. Gialla, come le spighe che il vento seduceva nel suo volo.

Nera di sera. Con la vita che vaga e la campana suona. Fino a qui, la casa per dormire. Perché dorme la vita quando è sera, e la sua voce è sogno.

(Tratto da “3 d’union”, Fermenti Editrice, 2013)

Orbitava silente: quieto disco lunare.

Scintille a tratti traevano le stelle da intensi fuochi gravitazionali. Fuori dal cerchio dell’astro luminante, buio s’addensa. Mentre io: seduto sulla sponda.

Vento traeva sibili da ricadenti salici affannati. Sonno, in capanne di canne, accerchiate intorno a fuoco saettante. Nelle ore che vanno: verso morte vagante.

Intanto sfrigolava l’acqua chiara trascinando immagini riflesse di denso cielo colmo fino al fondo. Che spezza, dentro creste di onde, tese fino nell’astro ed il suo ghiaccio.

L’antico fiume che scorreva terso frantumava, a volte, in gocce radosparse, ricolme della luce delle stelle. Quindi s’increspa, incrina, assume forma granulosa e lenta.

Serrava redini incantate un auriga celeste dalla luna, tese nei raggi che cadono nell’acqua. Fino a quando si ferma.

Ecco – dice il fiume ormai stanco: non scorro più.

Perché? – Domando.

Questo devi dirmelo tu.

Si preparava un grande temporale.

(Tratto da “Tre notti” e-book La Recherche, 2015)

 

 


Dal teatro

Un qualunque teatro. Epoca a scelta.
Notte: vento divaga incerto; stelle a fasci.

I Scena

(A fronte mare. Entrano un personaggio con maschera, un uomo in ombra, una ragazza colma di colori).

[…]

Testo completo in pdf (free download):
Dal teatro ovvero Anima Mundi


senza dove né quando

 
Ennesima imprecisata ora di un qualsiasi sistema di misurazione. Comunque inutile

Provare a immaginare: l’universo intero.
Ed osservarlo ovunque con uno stesso sguardo; per di più lungo tutta la scala temporale in cui si estende da quando un lampo ha definito sistemi di percorsi luminosi.
Orizzontarsi? Saranno eoni che non ci riesco. Persa dunque ogni traccia. Per cui, sbadigliare e chiudere la finestra.

Più tardi più tardi (si fa per dire)

Sporgersi sul terrario.
Estremamente gracili…: formiche.
(Da voce contraddittoria): non direi.
Intendi?
Non lo sono affatto.
Ah già… tu basta che contraddici… (tuttavia a volte ha ragione).

Decisione

Quando decido è notte.
Facilmente ottenibile: basta oscurare un po’.
Quindi guizzare fantasticamente avvinto a un temporale. Divertente: scendere con la pioggia. E arcobaleni d’astri.
Planare allora fino alla scrivania (l’ho messa io, sì…Dove…? Dove mi pare!) e sotterrare in infidi cassetti arcaiche conclusioni laterali. (mai nello stesso posto: io sono alineare).
Più tardi. Aristotele era un cretino. Monoculare, direi. Estremamente chiuso, pieno di pregiudizi, pomposo, pretenzioso, irragionevolmente colmo di ragione. Una formica cieca!
Altri più divertenti. Quando pensano c’è da stupire. Prendiamo Platone, ad esempio: geniale! Lui (incapace di ragionamenti lineari senza ricorrere al soccorso del dialogo) ha tuttavia intuito la mia natura oscura.
(Da voce contraddittoria): perché continui a confondermi? Io non sono te! Nella grotta ci sto io, se non ti dispiace. Stanne fuori!
Oh come sei noioso… davvero credi che esisteresti senza… Bé, lasciamo perdere: non capirai mai.
Dicevo: la mia natura oscura… Tuttavia un idiota! Ha avuto l’ardire di sostenere che io fossi buia caverna; il resto: parvenza. Dico, scherziamo…? E la mia infinita luminosità? Meglio Bergson. Avete letto? Quando parla di me fa poesia. C’è una certa soddisfazione…!
Però questi poesti…: estremamente noiosi! Sdolcignaccoli o cosmicamente persi nel fondo più discosto.
Quindi: chiudere il libro.

Oltre

Solita spedizione punitiva. Moltissime ogni settimana: metodicamente.
Estremamente ordinate. Con precisione militare, direi. Colonna per colonna, in silenzio e inquadrate.
Scendono. Dalla collina oltre il fiume (l’ho messa lì appositamente a fini variativi). Ora guadano… Ingegnose! Usano foglie d’acero, notoriamente robuste e inaffondabili. Carine!
L’ultima volta un disastro! Le foglie non ressero e…
Questa volta però va meglio. Sarà interessante quando arriveranno al campo, più o meno in tempo x (che lo calcolo a fare? Tutto è astrazione estrema).
Torno dopo.

Fantasie

Ne hanno da vendere!
Mi hanno attribuito di tutto! Borioso, instabile, collerico, vendicativo, clemente, pacifico, generoso… Alla fine la confusione è estrema: non ci capisco più nulla!
(Da voce contraddittoria): eh eh…!
Hai poco da ridere tu! Riguarda anche te…
(Sfogliando). Figurarsi poi… i padri della chiesa… gente con la coda in testa: miticamente arcaici. Hanno costruito architetture indicibili, fortunatamente instabili (come tutto quello che fanno). Ma chi ci ha pensato mai… ma chi vi pensa!
Alcuni persino offensivi. Vi sembra che potrei farmi impalare o giù di lì!? Come vi viene in mente? Cose da pazzi!
Sono pazzo?

Oltre oltre di là a destra… difficilissimo dire

Pazzia. In sintesi: sistema di riferimento collaterale, generalmente non accettato tranne che da chi lo adotta senza rendersene conto.
Rendersi conto: una fatica impossibile. Meglio, dunque, scivolare, lasciarsi andare, dimenticare.
Dimenticare. Possibilmente neppure ricordare. Dunque, non aver bisogno di cancellare. Sì, sarebbe meglio.
Lasciatemi stare.

Più in là più in là

Magnifico massacro!
Dannatamente feroci… degne di quando mi gira male (mi gira male?)
Nell’apparente caos: l’ordine stabilito dalla morte. Nulla da dire. Infatti: nulla.
(Da voce contraddittoria): la vuoi finire di attribuirti tutto? Questa è opera mia!
E tu la vuoi finire di crederti indipendente?!
Oh bé… non si può più nemmeno parlare… (Tace oscurato).

Cose di cose

Abusivamente distorto, consulto volumi nereggianti come d’inchiostro sperso. Spilluzzicare intorno.
Ad esempio (tra un biscottino e l’altro) si afferma che per rendersi conto di sé, l’essere (cosa si intenda poi col termine rimane da chiarire) debba necessariamente rendersi come nulla, cioè, praticamente, operare disgustose incarnazioni (tipo genere umano e giù di lì). Dunque, consegnarsi alla morte e, finalisticamente, essere per morire.
Ora (sorseggiando un buon tè) se per essere si intende io, cioè me stesso, intendo il sé soggetto, occorrerebbe per lo meno osservare che la questione non è tanto rinforzare l’essere della coscienza, ma la coscienza dell’essere (sottile, eh…? No, non l’ho detto io: tal Ricoeur) e che a quel certo soggetto il fatto di morire risulta piuttosto sgradevole. Vallo a convincere che lì sta il suo fine ultimo! (e comunque, non vi sembra un tantino esagerato? che tocca fare per far quadrare la metafisica!)
Molto neglio quel tale che sosteneva che la cosa in sé è del tutto inconoscibile. Certo che sono inconoscibile! Non vi azzardatre ad accostarvi, annusare, palpeggiare, saggiare e, comunque, tentare!
A proposito, tu che ne dici?
(Da voce contraddittoria): davvero ti interessa?
No!

Languori

Decisamente non dovrei leggerne.
Malinconici, nostalgici, languidamente morti (poeti). Dice che nutre l’anima. A me personalmente provoca orticaria. E tuttavia, come per male oscuro: provare anch’io.

Siamo venuti qui tu per patire
io
per annotare questa tua tristezza
con angoscia assiepata
nella ripetizione dei tuoi giorni
nati di notte e scuri
mentre sfiamma
questa candela che mantengo viva
poca luce nell’aria
che ti consegno con le mani piene
e notte dopo notte notte ancora
sostengo
la fatica di stare
fino a quando nell’alba
striature d’arancio verde ocra
nel tuo sorriso
mentre ti scrivo l’anima
cadente
da un firmamento rotto.
Per questo
lascerò un colpo d’ala per gli amici
che stanno
dove la vita scorre senza dire.

Non avrei dovuto farlo. Adesso sto male.

Considerare alquanto: delirando. (Qui non manca occasione)

Stanco di queste mura inseguo lucciole. forme di desideri indandescenti; ricordi, più che altro fasulli e costruiti ad arte per lenire. Tu mi tormenti sadica, senza essere stata. Per questo più desiderabile e convessa, mentre ricerco algebre lineari per smentita d’ogni mio turbamento. Ma la camicia ferrea che indosso impedisce la corsa: cado. Né braccia ad afferrare. Dunque, solo di lingua.
Esempio:

Nella corsa del fiato
di non risolto fondo di respiro
notte distende trasvolato andare
tra dialoganti attimi
d’aria veloce dove ti rincorro
nei folgoranti annunci delle stelle.
Infinitesimale lumescenza
lucciola fioca di notturno amore
proponi inseguimenti
e desiderio
volo la scia fuggiasca
verso il liuto cadente
del tuo lume fugace.

(Mi hanno tolto la penna).

Ancora più in là, ma non saprei

Privo di voglia e sogni: non so dormire.
Io non ho mai dormito e ricordare è il prezzo.
Senza scampo da veglia. Almeno nella notte che non vuole, qualcosa sfugge e stelle danno luce senza luce. Lontante; solo apparentemente: almeno sembra. Ho bisogno di una distanza estrema.
(Da voce contraddittoria): non ti libererai di me.
Oh tu… tu.
Nell’infinito nero: svicolare. Ma non so perdermi. La mia presenza asfissia. Potessi almeno…
(Da voce contraddittoria): vuoi che ti uccida?
E tu, vuoi suicidarti?

(Con pensiero improvviso): dunque perché no…

Nella notte di notte

Fulgidamente notte.
Diffusa, d’inconfondibile immenso tremolare, penetri come faro le mie vene d’oceaniche strade senza senso. Nel tuo tremore, tremo. E diffusione lattea di luce.
Spandersi. E mi dileguo, come se fossi d’anatra le ali quando il vento raccoglie l’anima spersa altrove.
Le formiche mi annoiano.
Senza di te: perduto. Io non ho casa, luogo, focolare: il tutto è nulla. Vorrei raccogliere le briciole che sono in un unico punto. Puntiformarmi, dunque. E nel punto, essere altro da solitudine perenne. Senza riscontro, difficile trovare soluzioni. O concludere.
Se la pazzia non fosse solitudine, io avrei compagnia: una folla di morti. Anche tu, demone senza sole, avresti casa e amici: tutto il male del mondo.
(Da voce contraddittoriao): l’hai sempre con me, eh…!? Ed io allora chi sono… non ti basto…?
Tu tu tu… non sei che una scissione!

Notte diversa notte notte ancora: scivolerò. Nel tuo silenzio d’eco delle stelle, annegherò la folla dei miei nomi. Nessuno: sarò come tu sei.
Ardere ancora: inutilmente vano. Quando sarà, leggimi: qualcuno scriverà che sono morto.

Oltre nelle ore (imprecisato)

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