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altre notti (2)

Altre notti mia cara, altro disagio.
Ricorderai, io spero, l’ombra del mio triclinio
le passioni tristissime, i concerti
cui assistevamo muti
per non perdere neppure una porzione
di un firmamento in via di spegnimento
le nostre occhiate, i sibili
bisbigli d’altra specie
come tocca alle cose della terra e dalla terra
attimi
che di più non è dato a chi si muove
da una visione all’altra
e tu che non hai nome che non sia
diverso dal mio ultimo sconcerto
ferma la notte e scrivimi
che le parole stanno ad ogni addio
come la sabbia al mare.


da lettere mai recapitate

+The Artist's Wife in a White Interior

Se ci fossimo scritti in altri tempi
altre occasioni, ovviamente
e circostanze da dimenticare
come le solite noiosissime cene
cui eravamo costretti
o se mi avessi scritto da una spiaggia
mentre da quella accanto ti scrivevo
del profumo dell’erica la sera
e tu del vento
se annottando
ti avessi scritto senza una candela
da una stanza nel ventre di Parigi
e tu da Anzio
ci saremmo poi incontrati sulla strada
che conduceva a Brindisi
prima del solito imbarco per la Grecia
ma su diverse navi
altrimenti come avremmo potuto
scriverci
tu la memoria, io malinconia,
le parole che vanno
quando il potere commisera il silenzio
ed i miei anni spesi a contrastare
i delitti di Delfi
dove non c’è parola che somigli
a uno scambio di idee
se lo avessimo fatto.


altri mondi d’addio

Hopper, approaching-a-city 1946

Mi sono accorto di scriverti le cose

il che per me significa soltanto

non capisci

la fissità del sole

l’alternanza del giorno e della notte

il moto involontario

nella limitazione delle frasi

in cui fingiamo piccole intenzioni

che se leggessi tu rintracceresti

quando invento parole

dove caliamo il nostro tramontare

senza ridere in faccia

alla ripetizione della morte

che si ripeterà senza di noi

e avremo albe

nottate

stelle fonde

avremo vento che trasporta il mare

e nascite di cose costruiranno

altri mondi d’addio

con tuo sollievo

perché non sarò qui a ricostruire

quello che ti ho già detto

nel silenzio

d’ogni parola che sempre tace d’altro.


Paul Celan, “Poesie” tratto da http://dietroleparole.it/2016/09/25/paul-celan-poesie/#more-1512

PAUL CELAN – Poesie – Mondadori

celan-poesieCORONA, da “Papavero e memoria”

L’autunno mi bruca dalla mano la sua foglia: siamo amici./ Noi sgusciamo il tempo dalle noci e gli apprendiamo a camminare:/ lui ritorna nel guscio.// Nello specchio è domenica,/ nel sogno si dorme,/ la bocca fa profezia.// Il mio occhio scende al sesso dell’amata:/ noi ci guardiamo,/ noi ci diciamo cose oscure,/ noi ci amiamo come papavero e memoria,/ noi dormiamo come vino nelle conchiglie,/ come il mare nel raggio sanguigno della luna.// Noi stiamo allacciati alla finestra, dalla strada ci guardano:/ è tempo che si sappia!/ E’ tempo che la pietra accetti di fiorire,/ che l’affanno abbia un cuore che batte./ E’ tempo che sia tempo.// E’ tempo.

Ingeborg Bachmann a Paul Celan, Vienna, 24.6.1949

Tu caro, […] ci sono giorni in cui vorrei soltanto andare via e venire a Parigi, sentire come tu afferri le mie mani e mi tocchi con i fiori e di nuovo non sapere da dove vieni e dove vai. Per me tu vieni dall’India o da un paese ancora più remoto, scuro, bruno, per me tu sei il deserto e il mare e tutto quanto è mistero. Ancora non so nulla di te e per questo spesso ho paura per te, non riesco a immaginare che tu debba fare le stesse cose che facciamo qui noi altri, dovrei avere un castello per noi e portarti da me, perché lì dentro tu possa essere il mio incantato Signore, tappeti molti avremo e musica e inventeremo l’amore. Ci ho pensato spesso, “CORONA” è la tua più bella poesia, è la perfetta anticipazione di un istante nel quale tutto diventa e rimane marmo per sempre. Ma qui per te nulla è “tempo”. Anelo a qualcosa, che non raggiungerò, tutto è piatto e scialbo, estenuato e consunto, già prima di essere usato. A metà agosto sarò a Parigi, solo per qualche giorno. Non chiedermi il motivo, lo scopo, ma stammi vicino, per una sera, oppure due, tre… Portami a passeggio lungo la Senna, ci soffermeremo a guardare così a lungo nelle acque finchè non saremo diventati dei pesciolini e ci riconosceremo. Ingeborg.

 

Articolo tratto da http://dietroleparole.it/2016/09/25/paul-celan-poesie/#more-1512

Da leggere!


se guardi nella sera

2525490744

tu mi chiedi di me ma ti confesso

che non saprei che dirti domattina

se mi svegliassi anatra

convesso

radice nella terra

o mi scrivessi in una descrizione

– c’era il sole

quando sfumava la conversazione

che mi dicevi appena

ed io partire

mi fermerei perplesso

se le righe restassero di carta

ma la polvere

deriva da mancanza di attenzione

mentre mi astengo da improvvisazioni

e scrivermi è un bel rischio

– la coesione, ti dicevo, è scarsa

e la fibra si sfalda

mentre guardavo le foglie di una strada

lontano

– io tenevo lezioni di distanza –

e pallida la notte deviava

luce di luce della tua costanza

nella solita delusa sovvenzione

di qualche abbraccio appena

cui rimando

senza spedire neppure un francobollo

di me

di questa luna priva di colore

un disagio

che dovrai sopportare

se guardi nella sera.


Lettere dall’infinito prossimo (passare?)

Cecl Touchon_h[1]

Publio Cornelio Passero, la primavera giova alla montagna se con passi decisi saldi le zolle ai fiori

– ti dicevo l’altra sera di passaggio (ricorderai, io spero) – e se il contrario, transeat. D’altra parte considera le lettere, le pergamene, i fori delle stelle, che la carta non può parafrasare, i Nubiani lungo il Nilo d’estate (una puzza terribile!), i flussi senza sete, le bugie, tanto per ripassare la lezione. Dunque ricorderai: ho scordato.

Passero Cornelio Publio o l’incontrario (si potrebbe anche dire Publio Passero o Cornelio, senza aggiungere altro). Ah, cosa giova questa confusione, propulsione, proliferazione, possessione, nuclearizzazione e quanto altro di nomi asserragliati, quando le ossa vagano e il solstizio viene una volta l’anno! – tanto peggio a Stonehange, dove si pretendeva che qualcuno facesse colazione all’intervallo, mentre urge la semina e salpare non significa pesci, ma questi barbari avevano strane usanze (usi costumi allitterazioni) di quelle con la lingua sempre appesa – dunque come seguire la carrozza se il cavallo la biada? Ma non sostare, Publio Passerotto, e spendi la stagione nei bordelli o per lo meno a Rimini, dove le donne – vuoi mettere = giocano a cavallina senza veli ed io che me li tolgo con la toga, generalmente svaso – tu mi dirai che cosa – i fiori, caro mio: lungo le cosce! e che c’entra, ancora chiederai, ma ti scongiuro taci, che il mal di testa è sordido e nel cortile le galline fanno un baccano d’inferno.

Corneliuccio mio,

quando si salta l’ora valicante, si finisce in barile. Non uggiolare ai semi di lampone, alle begonie, ai saldi a fine anno, alle petunie, ai Druidi, ai somari, ma scrivi poesie, scrivi storielle, insomma scrivi quello che ti pare, ma ti prego: non uggiolare ai gatti, a meno tu non voglia vacillare attimi traballanti (coi gatti non è mai sicuro, come gli Egizi sanno) mentre in montagna: vacche. Vuoi mettere, Passerotto?

Dunque Cornelio uggiolo, lamentati! Cesare non ha fondo e il portafoglio latita come un otre a sera tarda – hai presente? Praticamente vuoto. No: neppure sgocciolante.

Uteri dozzinali l’altro giorno: supermercato all’angolo.

Dice lo vuoi? Tirare dritto. Rigorosamente.

Ma dicevo di Cesare: l’hanno ammazzato a marzo, per fortuna, e il prossimo si accomodi, mentre la primavera che declina lascia il posto all’estate e i suoi tormenti. Tormentami Publiuccio, almeno un poco. Ma non esagerare, che le sfere celesti stanno in alto e le ali ai messaggi. Scrivimi!

Ieri cornacchie al varco di frontiera. Di nessun interesse.

Alternativa: vento.

Quando puoi, suonami una passata.

La passacaglia sarà come passare? O una scaglia, un passero stonato, un Mi minore in Re, una autobus fermo, uno sgusciare (un uovo?). Quanto ai treni, ancora non li hanno inventati.

Micene se n’è andata nella storia, Passero solitario del mio dire (Cornelio? Publio? Non Nepote) ed i fantasmi abbandonano i viventi.

L’altra sera qualcuno si azzardava a traversare l’atrio verso il letto. Non ti dico la pargola di turno: urla ad oltranza. Davvero noioso. Per abbreviare: ioso.

Vabbè che quello tracotava alquanto. Poi esordisce… Inutile riferire: queste Ombre dicono sempre le stesso cose… l’Invitto, l’Invincibile… il Già Morto – dico io. Meglio saggiare l’anima dei vili eoppure la criniera dei cavalli! Hai letto quell’Inglese? Avrebbe dato il Regno!

… come dicevo, la mia destinazione nelle Gallie, mi intristisce. Certo, sempre meglio che il fango di Bitinia, ma senz’altro avrei preferito un viaggetto per mare – diciamo Asia Minore – dove i reperti abbondano e quattro sassi valgono una fortuna. Quanto alle donne svendono le sottane per un sogno (si farebbero affari mica male…) e se porti loro quattro calze di filo ti fanno cose d’altra dimensione, che nemmeno fantasie pre-edipiche o altri ingombri che da adulto e se ti azzardi: tre anni di galere.

Mai stato, Passerotto? Prova, prova…

Ah, la vita, la vita… che ci soggiorni a fare?


lettere dal finito

Caravaggio frutta

Publio Cornelio Passero, la primavera giova alla montagna se con passi decisi saldi le zolle ai fiori

– ti dicevo l’altra sera di passaggio (ricorderai, io spero) – d’altra parte considera le lettere, le pergamene, i Nubiani lungo il Nilo d’estate (una puzza terribile!), i flussi senza sete, le bugie, tanto per ripassare la lezione – dunque ricorderai: ho scordato.

Passero Cornelio Publio o l’incontrario (si potrebbe anche dire Publio Passero o Cornelio, senza aggiungere altro). Ah cosa giova questa confuisone, propulsione, proliferaszioane di nomi asserragliati, quando le ossa vagano e il solstizio viene una volta l’anno – tanto peggio a Stonehenge, dove si pretendeva che qualcuno facesse colazione all’intervallo, mentre urge la semina e salpare non significa pesci, ma questi barbari avevano strane usanze (usi costumi allitterazioni) di quelle con la lingua sempre appesa – dunque come seguire la carrozza se il cavallo la biada? Ma non sostare, Publio Passerotto, e spendi la stagione nei bordelli o per lo meno a Rimini, dove le donne – vuoi mettere, dico vero!?= giocano a cavallina senza veli ed io che me li tolgo con la toga, generalmente svaso – tu mi dirai che cosa – i fiori, caro mio: lungo le cosce! e che c’entra, ancora chiederai, ma ti scongiuro taci, che il mal di testa è sordido e nel cortile le galline fanno un baccano d’inferno.

Corneliuccio mio,

quando si salta l’ora valicante, si finisce in cortile. Non uggiolare ai semi di lampone, alle begonie, ai saldi a fine anno, alle petunie, ai Druidi, ma scrivi poesie, scrivi storielle, insomma scrivi quello che ti pare, ma ti prego: non uggiolare ai gatti, a meno tu non voglia vacillare attimi traballanti (coi gatti non è mai sicuro) mentre in montagna: vacche. Vuoi mettere, Passerotto?

Alle tasse alle tasse! Cesare non ha fondo e il portafoglio latita come un otre a sera tarda – hai presente? Praticamente vuoto.

Uteri dozzinali l’altro giorno: supermercato all’angolo.

Dice lo vuoi? Tirare dritto. Rigorosamente.

Ma dicevo di Cesare… ah già: l’hanno ammazzato a marzo, mentre la primavera che declina lascia il posto all’estate e i suoi tormenti. Tormentami Publiuccio, almeno un poco.

Micene se n’è andata nella storia, Passero solitario del mio dire (Cornelio? Publio? non Nepote) ed i fantasmi abbondano.

L’altra sera qualcuno si azzardava a traversare l’atrio vero il letto. Non ti dico la pargola di turno: urla ad oltranza.

Vabbè che quello tracotava alquanto. Poi esordisce… Inutile riferire: queste Ombre dicono sempre le stesso cose… l’Invitto, l’Invincibile… il Già Morto – dico io. Meglio saggiare l’anima dei vili e la trincea ai cavalli!

Hai letto quell’Inglese? Avrebbe dato il Regno!

… come dicevo, la mia destinazione nelle Gallie, mi intristisce. Certo, sempre meglio che il fango di Bitinia, ma senz’altro avrei preferito un viaggetto per mare – diciamo Asia Minore – dove i reperti abbondano e quattro sassi valgono una fortuna. Quanto alle donne svendono le sottane per un gesto (si farebbero affari mica male… d’oro, credini: d’oro!) e se porti loro quattro calze di filo ti fanno cose d’altra dimensione, che nemmeno tua madre nel cervello (quando ci stava, intendo) si sarebbe permessa di insegnarti in quei sogni segreti – quelli di prima della nascita, dico; che quando nasci dopo è troppo tardi e se ti azzardi: tre anni di galere.

Mai stato, Passerotto? Prova, prova…


il collezionista

giorgio morandi3[1]

Devi avere pazienza e perdonare
la convergenza verso un solo punto
dove la vita perde di spessore
latita
la pioggia nel deserto
senza poter migrare.
Generalmente sai che m’accontento
di rileggere storie
di donne o Pirandello
e strascicate brevi congiunzioni
verso universi non classificati
per sospendere ore
a volte raggelare
altre un respiro.
Tuttavia in certi casi la mancanza
bussa
e per quanto mi neghi
conosce l’indirizzo dove vivo
tra cose propedeutiche a partire
cui non dedico tempo
visto che non ne ho
né lettere
per la mia collezione
che puntualmente getto
non le buste
per ricordare almeno gli indirizzi
che a nessuno interessa
rileggere domani i miei maneggi
fughe divagazioni svasature
né a me stesso
se non a volte fasci di falene
a pioggia dalle stelle
quando si cade senza risalire.
Per questo
qualche volta m’avvio
dove non mi conosce
e cerco compratori ossessionati
collezionisti
di cose da scordare
cui consegno i registri
e m’allontano.


lettere dal Ponto

 
Tristia

 

Chiarissimo Marcello,
nella fanghiglia dove trasogniamo transfughi insoddisfatti vecchi danni, è arrivato un poeta dalla Corte, dicono Publio, altri Ovidio… Nasone.
Compromesso come tutti noi, esita; andrebbe incoraggiato in qualche modo.
Niente di politico; più che altro uno sciocco. S’è messo contro quelli del potere, si mormora la figlia dell’Augusto. L’ha trattata come una puttana, il che magari sarà anche vero… tuttavia incauto.
Qualche suggerimento?

Carissimo amico,
la tua sensibilità non finisce di stupire. Se dovessi dare ascolto a ogni segnalazione non avrei tempo per cure d’altro tipo.
Quale governatore depennato, tu ben capisci le rogne, le attenzioni, i tranelli, le trappole sottili che fronteggio nell’incubo di quotidianità pseudoromana. E tuttavia, di Roma pur si tratta: se l’ha cacciato, avrà le sue ragioni.
Detto tra noi, Giulia è una puttana, ma dirglielo così esplicitamente…
Non farti altre cure.

Prezioso amico,
l’altra mattina, di buon’ora, raggelato in un mantello poco adatto, traversavo le nebbie di brughiera. C’era vento da est, freddo tagliente.
Strapazzava i pochi fili d’erba che sopravvivono in questo clima spento. Dal mare si annunciava una burrasca, come richiede la stagione e il luogo. Nereggiava l’orizzonte ostile; ammassava quanto di peggio e oltre. Si affrettavano scarse imbarcazioni a raggiungere riva. Appena in tempo, credo.
Tornando verso casa, disperso tra le nubi basse, non potevo evitare di pensare all’effetto su una mente non assidua. Viene da Roma, altro clima, altra luce. Prova a pensare a dove ci troviamo – si trova – solo. Io non resisterei. Ricordo il primo impatto; e tu?
Non ti tedierò oltre, Marcello unico amico. Tuttavia considera: è un poeta, non un politico coi calli come noi. Se vorrai aiutarlo mi darà conforto.
Non so perché ci tengo; forse qualche lettura… forse invecchio.

… ti prego dunque, in nome degli dei: non andare oltre.
Pensa piuttosto a radunare qualche contadino, ragazzotti di scarsa intelligenza da ammassare nelle torri sui confini. Coi barbari accampati alla palude, cosa vuoi che mi importi di un poeta. Qui ne va della pelle, amico mio! Inutile sperare nei rinforzi. Come ben sai, Roma ci ignora. Mi adeguo.

L’ho visto da lontano.
Galleggiavo portato da corrente lungo la riva e i sassi sul fondale. Pochi pesci nell’acqua; molto ghiaccio.
Tra le buche in cui il mare si insinuava, lanciavo sassolini coi pensieri. Quindi, coi remi in secca, le braccia aperte, le mani strette ai bordi, davo scosse ondeggianti alla mia barca, prova indiscussa di idee di suicidio. Casualmente, è entrato nella vista.
S’era alzato la toga; camminava nel gelo del mattino, piedi nell’acqua senza più il mantello. L’aveva in vita quando l’ho raggiunto. Non so se ho fatto bene. Era scosso.
Pochi ringraziamenti lungo la via che riconduce a casa. Una baracca, un letto, un tavolino. Libri in terra, come dimenticanza.
M’ha dato quattro righe a ringraziare. Non esclude futuri tentativi.
Neppure io.

Oh senti, carissimo: invecchi! Dove hai lasciato le battaglie nella Gallia, le urla, i morti, i corpi a scatafascio, il sangue a spruzzi… ne sei intriso! Tutto dimenticato? Dovresti essere avvezzo a qualche morte. Una di più non cambia certo il conto.
Questa mattina è venuto un messaggero con notizie svogliate dal confine. Hanno attaccato e qualche torre cade. In nome degli dei, ci vuoi pensare? In fin dei conti sei tu lo stratega! Una volta Comandante della “Decima” o mi sbaglio? E poi console… dunque cadaveri lungo la via della carriera ne hai lasciati! Fratello, qui ci impalano! Che vuoi che me ne freghi di un porta!

Chiarissimo Marcello,
non ho scordato nulla. Dunque, una domanda: perché esistere? Ci impalano, dici; non sarà grave danno. D’altronde, nelle tue notti con fanciulli e donne rimediate da bordelli casuali, tu non sei uso ad altro. Questa volta sarà esperienza opposta.
Nulla ho scordato, Marcello: non potrei. Troppo danno. E quando la civetta sparge grida e la notte s’accosta alla mia casa, ricordo ma non vorrei un brandello di memoria.
Rinnovo la domanda: perché esistere? continuare a scannare o esserlo; non fa molta differenza. Siamo annegati nel vuoto del potere, Marcello caro; la pietà non è neppure un’opzione. Nel Nulla che ci assedia, quei barbari che tanto ti preoccupano ne fanno parte: non sono altro che la forma che nella circostanza il Nulla assume. Non scamperai dal Nulla, amico mio. Poni mente: da esso proveniamo e torneremo. Cambia solo il modo. Vuoi sceglierne uno? Bene; questo ci è dato: decideremo come scomparire.
Vieni a cena da me questa sera. Penseremo, come tu dici, prima di ubriacarci e di dormire.

P.S.: Leggi qualche poesia ogni tanto. Ti farà bene, per quello che vale.
 
 


la collezione

 
 

Devi avere pazienza e perdonare
la convergenza verso un solo punto
dove la vita perde di spessore
latita
la pioggia nel deserto
senza poter migrare.
Generalmente sai che m’accontento
di rileggere storie
di donne o Pirandello
e strascicate brevi congiunzioni
verso universi non classificati
per sospendere ore
a volte raggelare
altre un respiro.
Tuttavia in certi casi la mancanza
bussa
e per quanto mi neghi
conosce l’indirizzo dove vivo
tra cose propedeutiche a partire
cui non dedico tempo
visto che non ne ho
né lettere
per la mia collezione
che puntualmente getto
non le buste
per ricordare almeno gli indirizzi
che a nessuno interessa
rileggere domani i miei maneggi
fughe divagazioni svasature
né a me stesso
se non a volte fasci di falene
a pioggia dalle stelle.
Per questo
qualche volta m’avvio
dove non mi conosce
e cerco compratori ossessionati
collezionisti
di cose da scordare
cui consegno i registri
e m’allontano.

 
 


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