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Freud in vita e in morte

La sera dell’operazione Anna scrisse a Marie Bonaparte. La sua ultima frase esprimeva i sentimenti di tutti noi:

“Abbiamo passato dei giorni veramente sgradevoli finché non è stato chiaro che la cosa andava fatta, che doveva farla Pichler, e che egli sarebbe arrivato con la rapidità necessaria. Si è comportato in modo eccezionale.
Sono veramente felice che sia già oggi e non più ieri”.

Il 27 settembre 1938 Freud si trasferì in quella che sarebbe stata la sua abitazione definitiva, al numero 20 di Maresfield Gardens. Intanto erano arrivati da Vienna i mobili e a sua collezione. Anna e Paula Fichtl sistemarono le cose in modo che tutti i suoi oggetti d’arte preferiti occupassero nella nuova stanza la stessa posizione che avevano nel vecchio ambiente di Vienna, Fu proprio in questa stanza che Freud morì, ed essa è stata conservata virtualmente inalterata.

Max Shur, Freud in vita e in morte, Boringhieri, Torino, 1972.


generazione

“Generazione” di Giovanni Baldaccini

in formato e-book e cartaceo di prossima pubblicazione

 

Un lungo viaggio che parte da un ritorno alla ricerca di un’identità sempre sfuggente.

E noi

che siamo stati una lavanda

saremo nuvole alte

e vento

e cielo ricadente nella pioggia.

Quindi saremo una disposizione

ma non sempre un ricordo.

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omaggio a un libro

Nel 1527, durante il Sacco di Roma, moriva Calvo Marco Fabio, medico e umanista, amico e collaboratore di Raffaello,con il quale si impegnò nella ricostruzione possibile dell’antica Roma, calandosi in grotte e monumenti sepolti, scavandone di nuovi e , in base a tali studi, ipotizzando la possibile forma dell’Urbe, dei suoi monumenti e della sue Insulae in epoche diverse. A lui dobbiamo questo libro, salvo per miracolo dalla furia dell’ignoranza e a lui dedico un pensiero riconoscente per aver tentato di ricostruire Roma, dimidium animae meae, quando l’archeologia non era neppure u sogno.

titolo

calvo

roma-1

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quando cade la luna

Salmista 5128

io sono un libro
o almeno credevo di esserlo
un percorso di fibre tra le mani
anima a volte
una certezza strana
quando sentivo d’essere sfogliato
cedimenti
all’essere curioso che mi amava
avvicinnando gli occhi a una candela
tanti anni fa
sostavo
quando cade la luna.


quando cade la luna

DSCN5087.JPG

io sono un libro
o almeno credevo di esserlo
un percorso di occhi mente mani
anima a volte, come prosciugato
una certezza strana
quando sentivo d’essere sfogliato
tra lunghi sfioramenti
fruscii velati a lume di candela
tanti anni fa, quando la luce era una figura
accennata di notte
cedevo
all’essere curioso che mi amava
nel tempo che mi dava
tanti anni fa
sostavo
quando cade la luna.


3 d’union

3-d-union-baldaccini-pasterius-riommi-Copia

 

Pubblico questa pagina per ricordare un’occasione unica e, come tale, non ripetuta né – temo – ripetibile. Mi riferisco a 3 d’union. Fermenti 2013, libro scritto insieme alle altre parti della mia anima, incarnate da Anton Pasterius e Luciana Riommi.  L’anima è rimasta in quelle pagine; ogni tanto le sfoglio per ricordare di non dimenticare.

 

Introduzione: le parole e l’ascolto
Giovanni Baldaccini

Un giorno sorpresi Kafka in ufficio mentre consultava un catalogo della Biblioteca Reclame. “Mi ubriaco di titoli”, disse Kafka.
(Gustav Yanouck, Conversazioni con Kafka)

Tra polvere e costole di anni: questo mi viene in mente quando accosto vecchi libri sgualciti. Cosa ne faccio tranne che memoria; quali parole ancora, nel gioco devastante del tempo, tra letture finite mentre voi, muti, dallo scaffale suggerite dubbi.
Notte diffusa contro la finestra e luce trema presso di me, seduto nella casa di libri, mentre ricordo e immagino un destino diverso da consuetudine d’oblio. Pagine accatastate tra pareti di legno come mondi perduti, digeriti, sfumati, consegnati al passato o rimanenze dense di pensieri scaduti. Non sopporto sapervi dentro il buio quando lascio la stanza e mi allontano: voci d’altrove dalla vostra gola. Richiami. Per questo, ricomporrò letture, testi fatti di voi non voi, e le parole rivestiranno luoghi d’invenzione per un unico scopo: sognare ancora la vostra vecchia pelle e farne nuova. Con amici fidati, delusi come me per la mancanza che vi avvolge da anni nella letteratura che scompare.

Sipario

Il sapore di mia madre era farina. Bianca, come le mani, il tavolo, la luce, la mattina che invadeva la casa. E il volto.
Rossa, a volte. Quando il sangue riempiva la tinozza e la gallina rinunciava alla vita dibattendosi tra le dita forti con cui mia madre le serrava il corpo. Era fatta di bianco; a volte rossa. Gialla, come le spighe che il vento seduceva nel suo volo.
Nera di sera. Con la vita che vaga e la campana suona. Fino a qui, la casa per dormire. Perché dorme la vita quando è sera, e la sua voce è sogno.
Ne faceva diversi mia madre. Li raccontava quando l’alba scuote e il sole invade con il rosa i campi. Erano sogni di donna, di madre a volte. Sogni.
La ascoltavo intento. Era una voce che raccontava storie senza inizio né fine perché il sonno cancellava le parole. Al risveglio raccontavo i miei. Fatti di colori, suoni, sillabe sillabate dalle voci che la vita sussurra quando dorme. Allusioni che appartengono alla sera.
La volevo per me: la vita coi colori. Li raggrumavo sopra un legno duro, tra schizzi d’olio, di terra, di pennello. La ricopiavo; poi la reinventavo. L’amavo al punto da volerla mia.
Mia madre mi lavava, la sera nella tinozza fredda, per togliermi vernici accumulate. La notte la sognavo: colorata. Una madre arcobaleno di colori.
Poi non l’ho vista più. Se l’è presa la terra, l’ha ingoiata. Senza rancore l’ho sostituita. Terra, come manto di madre: per raccontare ancora.
Non so perché ricordo. C’era un maestro nella città grande dove il pennello componeva il mondo. Per farlo, scomponeva. Mai nello stesso modo: il mondo ha molte facce, mi diceva. Poi scomparve. Cominciò così.


unico irripetibile: Arno Schmidt

Arno- I profughi

 

L’errare delle nuvole.
Giardini canuti. Forzuti venti di strada.
Case. In fila.
(Ho i pollici gelati).

Parole trambustano
nel canneto del mio cervello; si levano pensieri in volo,
talvolta schiere intere epi dia scopio. (1)

Nel giardino: tutte le foglie corsero
selvaggiamente alla rinfusa; ramoscelli schivarono di scatto
l’invisibile; rami oscillarono e ringhiarono;
poi venne da me e mi gonfiò il petto,
veleggiò nel pastrano e mi ravvivò i capelli.
(La bruna spoglia
aderì in lento lutto al dorso delle mani;
la nuvola si schiaccò sul tetto e
ne sgorgò acqua sporca ovunque.
Associazioni mentali tra cespugli, scontrose, fuori strada).

 

(1) epidiascopio: proiettore ottico che dà immagini ingrandite di oggetti opachi (ad es: libri).

Tratto da “I profughi” ed. Quodlibet, 2016


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