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I. Brodskij: riflessioni sulla poesia (in particolare americana)

La poesia, per definizione, è un’arte quanto mai individualistica. In ogni caso è semplicemente logico che in questo Paese sia giunta al suo estremo idiosincratico, nei modernisti come nei tradizionalisti. AI miei occhi, come per il mio orecchio, la poesia americana è un incessante, implacabile sermone sull’autonomia umana; è il canto dell’atomo, se vogliamo, che sfida la reazione a catena. Il suo tono generale è quello della resilienza e della saldezza, di un appello a guardare il peggio in faccia senza battere ciglio. Senza dubbio tiene gli occhi bene aperti, e non tanto per ammirare estatica o col raccoglimento di chi aspetta una rivelazione, quanto per la consapevolezza di un pericolo da sventare. Non è prodiga di consolazione (in questo si allontana da tanta poesia europea, e specialmente russa) è ricca di particolari e, qui, estremamente lucida; libera dalla nostalgia per una qualche Età dell’oro; carica di coraggio e di voglia di farcela.

Leggere poesia, se non altro, è un processo di formidabile osmosi linguistica. E’ anche una forma assai economica di accelerazione mentale. Entro uno spazio ridottissimo una buona poesia abbraccia un immenso territorio mentale e spesso, verso l’epilogo, offre al lettore un’epifania o una rivelazione.

Scivolare nell’oblio, per un poeta, non è poi questo gran dramma. A differenza della società, un buon poeta ha sempre il futuro per sé e le sue poesie, in un certo senso, sono un invito rivolto a noi perché lo assaggiamo. E il meno – forse il meglio – che si possa dire di noi è che noi siamo il futuro di Robert Frost, Marianne Moore, Wallace Stevens, Elisabeth Bishop: per citare solo qualche nome. Ogni generazione che vive sulla terra è il futuro o – più esattamente – una parte del futuro di quelli che se ne sono andati, ma in particolare dei poeti, perché quando leggiamo la loro opera ci rendiamo conto che essi ci conoscevano, che la poesia venuta prima di noi è essenzialmente il nostro patrimonio genetico.

(I. Brodskij. Dolore e ragione, Adelphi, 1998).


Paul Celan: Starsene lì

STARSENE LI’, all’ombra
della gran cicatrice nell’aria

Uno stare per nessuno e per nulla.
Sconosciuto,
solo
per te.

Con quanto lì trova spazio,
anche senza
lingua.


Dall’esilio

 

 

La lingua, e presumibilmente la letteratura, sono cose più antiche e inevitabili, più durevoli di qualsiasi forma di organizzazione sociale. Il disgusto, l’ironia o l’indifferenza che la letteratura spesso esprime nei confronti dello Stato sono in sostanza la reazione del permanente – meglio ancora dell’infinito – nei confronti del provvisorio, del finito,
Io non chiedo che si sostituisca lo Stato con una biblioteca – benché quest’idea abbia visitato più volte la mia mente -; ma per me non c’è dubbio che, se scegliessimo i nostri governanti sulla base della loro esperienza di lettori, e non sulla base dei loro programmi politici, ci sarebbe assai meno sofferenza sulla terra […] la letteratura si rivela un antidoto sicuro contro tutti i tentativi – già noti o ancora da inventare – di dare una soluzione totalitaria, di massa, ai problemi dell’esistenza umana. (I. Brodskij, Dall’esilio, Adelphi, Milano, 1988, pp. 44 e 52).

 


il bacio di Anne Sexton

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(Picasso, 1944)

La bocca fiorisce come un taglio.
Sono stata maltrattata tutto l’anno, notti
noiose, con nient’altro che ruvidi gomiti
e delicate scatole di Kleenex che dicono piagnona
piagnona, stupida!
Fino a oggi il mio corpo era inutile.
Ora si strappa da ogni parte.
Strappa via gli indumenti della vecchia Mary, nodo
dopo nodo
ecco: ora è colpito in pieno da questi fulmini elettrici.
Zac! Una resurrezione!
Un tempo c’era una barca, tutta legnosa
e disoccupata, senza il mare sotto di lei
e bisognosa di una verniciatura. Non era altro
che un mucchio di assi. Ma tu l’hai issata, l’hai armata.
È stata prescelta.
I miei nervi si sono accesi. Li sento come
strumenti musicali. Dove c’era silenzio
tamburi e archi suonano irrimediabilmente Sei
stato tu a farlo.
Puro genio all’opera. Tesoro, il compositore è entrato
nel fuoco.
(Anne Sexton – traduzione di Cristina Gamberi)

 

Secondo me, un testo di grandissima innovazione linguistica e capacità espressiva.


all’impossibile

 

 

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(foto ed elaborazione di luciana riommi)

Perché noi
– se siamo –
siamo quel che non può essere
una revoca costante
una smentita
e nell’affermazione che rinuncia
una distanza enorme
di accostamento al dubbio
oltre quello che appare e il non vedere
perché – se siamo –
siamo cecità
come cantava il Padre di ogni lingua
nella grande finzione


lettera sugli amanti

(Paul Klee, Lo spirito di una lettera)

(Paul Klee, Lo spirito di una lettera)

(da Ovidio a un amico esiliato)

Simplicio Luce ed ogni tuo sospiro,
nel freddo della sera
quando la brina ghiaccia e vento stride
lungo muri affamati di calore
la poesia è amante immateriale
che insegui
senza afferrare mai
né ritorno costante.
Rasenta l’infinito
e l’oltre della lingua
che inventa
nel cerchio senza ruote delle stelle
dove tu giri cieco
tra squarci allampanati della luna
lungo approdi di mare
e la assecondi
mentre lei si fa bella
stormisce
lancia sguardi uncinati
e tu agganciato
cedi alla meraviglia
mentre non sei che servo
e guitto
nel teatro scrittura
reciti la passione che lei induce
e ride sfugge ammicca
mentre ti torce l’anima sventrata
per cavarne parole.
Dunque
nessun merito, caro:
solo un pesce nell’amo
e verme quando abbocchi a lei che viene
e fascino azzurrato ti scompiglia
mentre l’anima beve
tutto quello che può dalla finestra
ambigua che ti mostra
senza certezza
che non sia rischio di precipitare
e annaspi
lungo vuoti di desiderio antico
e anfratti d’ombra
dove lei ti riduce e attende.
Resterai arso:
per questo scrivi
Simplicio amico mio
senza sete non c’è generazione
e quando l’alba invade
la luce senza voce delle stelle
prega che torni notte
perché la poesia Simplicio è densa
oscurità selvaggia senza nome.
Essa frequenta buio
e non gradisce
amenità forzate
né concede
favori astrali
ma danno
e torce
tutto quello che sei
per poi lasciarti andare
sgualcito come un vento di pianura
senza appiglio sicuro
come spesso trascina il mio mantello
in questa landa vaga dove siamo
per ordine d’Augusto e mia sventura.
Genera buchi, come ogni amante ignota
e ti incatena
dentro il puzzo del fondo
dove tu scalci e asfissi
e scrivi, Simplicio,
per non perdere il fiato
che lei ti toglie e dona per avere
la tua penna sbalzata
ed esistere ancora
nel grande nulla dove si dibatte
per squarciarne l’assenza
dove tu sbandi e sfumi
affondi
amico mio
nel ventre senza tempo del suo tempo
dove lei esiste
e tu, svagato, muori.
Non ti soccorrerà se non la crei:
non ha forma di scampo
né pietà
dato che l’universo
non è luogo accertato
ed inessente esiste senza dare
altro che i sogni che ci infili dentro.
Se vuoi pietà Simplicio Luce mia
rivolgiti a un amico che ti scrive.
Non so per quanto ancora.


finito/infinito

“La lingua, e presumibilmente la letteratura, sono cose più antiche e inevitabili, più durevoli di qualsiasi forma di organizzazione sociale. Il disgusto, l’ironia o l’indifferenza che la letteratura esprime spesso nei confronti dello Stato sono in sostanza la reazione del permanente – meglio ancora dell’infinito – nei confronti del provvisorio, del finito”

[Iosif Brodskij, Dall’esilio, p. 45]

Pensando a questa dialettica impossibile tra finito e infinito, mi viene in mente la condizione della nostra anima così disattesa e delusa e tuttavia irrinunciabile nel suo esprimersi ed esporsi anche oltre di noi:

“A te non è concessa altra guisa di esistere se non questo mio ricercarti e fuggirti, né altrimenti posso conoscere di essere se non grazie alle tue frodi, al tuo cruccio, e quello che mi ostino a supporre la tua ostinata presenza, il tuo esser lì, muta e avida di dialogo”

[Giorgio Manganelli, Amore, p. 62]


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