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il posto delle piaghe lucenti

Conversione-San-Paolo-Caravaggio-analisi-Santa-Maria-del-Popolo

sollevami le ali sulla schiena
e guardami il dolore
che si ricordi di formare figli
che mi portino luce
che Cristo s’è fermato in questa casa
e non posso dormire


ingeborg bachmann

dsc05325[1]

(P. Mondrian)

stelle di marzo

Ancora la semina è lontana. Si vedono

terreni inzuppati di pioggia e stelle di marzo.

Nella formula di pensieri infecondi

si configura l’universo seguendo l’esempio

della luce, che non sfiora la neve.

Sotto la neve ci sarà anche polvere

e, non disfatto, il futuro nutrimento

della polvere. Oh il vento che si leva!

Altri aratri dirompono l’oscurità.

Le giornate tendono a farsi più lunghe.

Nelle lunghe giornate, non richiesti,

veniamo seminati entro quei solchi storti

e diritti, e si eclissano stelle. Nei campi

prosperiamo o ci corrompiamo a caso,

docili alla pioggia, e infine anche alla luce.

Enigma (1967)


Brodskij: (da “Poesie Italiane/Elegie romane”)

Brancusi3c[1]

(Brancusi)

Chinati, ti devo sussurrare all’orecchio qualcosa:
per tutto io sono grato, per un osso
di pollo come per lo stridio delle forbici che già un vuoto
ritagliano per me, perché quel vuoto è Tuo.
Non importa se è nero. E non importa
se in esso non c’è mano, e non c’è viso, né il suo ovale.
La cosa quanto più è invisibile, tanto più è certo
che sulla terra è esistita una volta,
e quindi tanto più essa è dovunque.
Sei stato il primo a cui è accaduto, vero?
E può tenersi a un chiodo solamente
ciò che in due parti uguali non si può dividere.
Io sono stato a Roma. Inondato di luce. Come
può soltanto sognare un frammento! Una dracma
d’oro è rimasta sopra la mia retina.
Basta per tutta la lunghezza della tenebra.

 

 

 


portami

 

(Gabriel Pacheco)

(Gabriel Pacheco)


 

Portami
senza muovere l’acqua
dove finisce
e legami alle gocce della luce
che non mi sposti il vento
dove si sveglia il mondo
se un riflesso
come quando si scrive e lanci un foglio
mi rimbalza negli occhi
che mi gira la testa
e mi sento un bisogno di dormire

 
 


stella

 

(Gabriel Pacheco)

(Gabriel Pacheco)

 

Mi fa male la stella
la luce
le stagioni.
Ho male al precipizio che non dorme
e all’angolo del tempo
e per quanto mi sforzi
non trovo più la chiave
per caricare dio
o per lo meno un demone malato
un deserto
un teatrp
una parvenza
di quelle sparse dentro la credenza
o un buco
d’universo o di fogna
la sera
un infinito senso di distanza.


ricordare a una voce

 
 
Vento sognava asiatico
di sabbia
che poi lasciava spargere nel mare
o deserti d’altrove
che non si sa se stanno dove stanno
in un immenso forse.
Grigio come Parigi a colazione
rimestavo clessidre
vecchi orologi
lampi
che qualche volta vanno
dove s’incrocia l’aria
magari a casa tua dalla finestra
luce
mentre tuona di sera.
E le righe di pioggia viso a viso
ti bagnano le mani a primavera
seduti nell’inverno a un tavolino
a discorrere d’anime segrete
confini
chiusi tra le pareti di musei
come una voce spersa
in un ricordo ignoto
che immaginavo a volte sul tuo viso.

 
 


attimo

 
 
Non te la prendere se divampo il buio
e mi vesto di polvere
scompaginando questa vasta quiete
involontaria
come il mio venire.
Non ci sarà rumore
almeno fino a quando
il tempo si propaghi
e spazio
si frapponga tra noi
per consentire suono
e dimensione di diversità
dal mio silenzio al tuo.
Non sentirai dolore se mi spando
improvvisando ipotesi e smentite
forse
domani
mai
ti guarderai
minuscola frazione come me
che navigando accosto
e m’allontano
fino a dove la luce.

 
 


lettera a un’assonanza

spiritodiunalettera001[1]

    (P. Klee, Spirito di una lettera)

 
 

Amico Friz (si diceva così per indicare cose ambivalenti),
ti scrivo da una macchia della luna dove ho trovato alloggio senza luce per risparmio degli occhi e di bolletta, ultimamente sempre un po’ più cara. Tu che non hai denaro e non esisti non capisci di cose di mercato, ma credimi è sempre più difficile guadagnarsi del pane e ripagare l’affitto a scarsi sorsi d’aria del respiro.
Sono arrivato qui volo di notte e oceani traversati fronte altrove. Zoppico (un allunaggio asmatico) ma lascio lamentele sulla terra: qui mi accovaccio e basta.
Non ho branchie di pesce (non c’è acqua) né polmoni (l’ossigeno qui manca). Mi sembra giusto dunque non pagare l’affitto di cui sopra. Un po’ imbrunito, è vero, ma il biancore diffuso che si spande dai raggi trasversali dell’ignoto serve a confondere certe macchioline che sulla pelle spuntano e la sera davvero me ne frego: non si vede.
Sole a brandelli sgocciolo avemarie inventate (mai messo piede in chiesa, come sai), ma qualche volta è utile dipanare l’affanno con sovrapposizioni d’infinito.
Conosci il mio scarso gradimento di sistemi massificanti di pensiero, ma dal mondo non si esce ed esso stesso è sistema, almeno nell’ordinamento della mente che lo rappresenta. Certo, è sempre possibile dichiarare la morte del Massimo Sistema o sfuggire agli Immutabili di cui ci circondiamo dall’inizio e rifiutare dunque appartenenze alla chiesa, alla politica, alla società di turno, all’amore persino. Anche l’economia è evitabile, come sanno gli eremiti di ogni tempo e, per continuare, è consentito passare dall’armonia alla disarmonia ed inventare dissonanze musicali, o schemi architettonici diversi, o forme mai provate di pittura, persino scrivere in modi alterni agli alfabeti più consolidati. Bene, mio caro, sempre sistemi sono: non possiamo fare a meno di edificarne e aderire, perché l’uomo è un sistema di mente e corpo, come la biosfera di cui è parte. Vedi allora che il mio destino è dato, persino nella fuga: anche la morte è parte dell’uguale. Nulla di diverso dunque da una contraddizione nell’estremo: nel mio schema, io non ammetto schemi d’assoluto.
Non sono decisioni quotidiane quelle che riferisco e cambiarsi la testa non è cosa da ripetere spesso (a meno di clamorosi abbagli propri di chi massacra l’anima senza sfasciare il corpo).
Dunque rotto, uso proposizioni d’incoscienza (il resto è perso) per ricordarmi della mia pazzia, unico bene gratis e certamente fuori dagli schemi (tranne quelli pazzeschi). Commiserare forse chi rimane al passo, laggiù, senza alberi intorno per dare corda a mani insaponate. Non me ne curo tranne che rimorso, ma la macchia protegge.
Qualche volta svolazzo rade stelle per compagnia di sera, ma l’anima asciugata spesso cade. Allora spicco rincorse e balzi: non so stare recluso.
Qui è sempre notte Friz, vecchia stagione: ho scelto il lato d’ombra e nella macchia: meno che mai la luce. Utile oscuramento: non mi vedo. Neppure il resto di quello che non sono. Simile a un no mi nego: prima o poi finirà.
Eppure una speranza resta e l’augurio mai confessato è che un’idea da lontano sosti nel mio occhio di luna. Tu mi dirai “sciocchezze!” ed hai ragione, ma non importa: alla fine, ogni buon dio scompare.
Di passaggio, forse un pensiero, a volte.

 
 


ad est

(foto ed elaborazione di luciana riommi)

(foto ed elaborazione di luciana riommi)


 
 

Io vado ad est
come se in Cornovaglia
più in là
oltre del mare
trapasso di bugie
declinazione
riempita vuoto d’anni del mio stare.
Poi mi darò il permesso di morire
presso di me annoiato
ancora ad est
dove l’astro si svolge
ed aria
luce
sfondo d’orizzontale nudità
ripiegando la notte
ma non solo
e l’ombra
del diverso declino
mi seguirà compatta di promessa
di un domani sfumato mentre ora
vago l’amore
ed incostante.

 
 


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