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ultima forma di sonno

Con l’occasione, auguri!

cezanne

Amico mio
non soffia un alito
ed ogni tanto mi cade la ventosa
con i vetri
la porta
il firmamento
ed incredibilmente
mi capita di uscire senza scarpe
o forse dovrei dire senza strada
se ci fosse la luna.
Non mi sembro malato ma sto male
e temo, caro, temo,
un calvario di vento
astri a ventaglio verso l’infinito
fondo come un addio
e ho freddo
come non capitava
dal corpo di mia madre
dove dormivo
dormo
dormiremo.
Sera:
ogni sonno è un mistero.


Madre

Caravaggio_Morte_della_Vergine

 

quando passano i giorni e tu ti adegui
a un lento scavalcare questa vita
senza attesa
io mi ricordo Madre di morire
e ti tengo le mani


alfonso gatto:pensando a mia madre

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Verrai quassù, ti porterò per mano
per una dolce tregua, in un inverno
che non conosci, ti dirò: « Milano
s’illumina di sera, nell’interno
delle sue case ha il vigile tepore
dove si parla piano ». Tu sorridi
da sempre in questo timido favore
d’avere intorno il tremolío dei nidi


percorrendo la madre

Percorrendo la madre.

Distesa. Vestita di respiro. Fumi di terra salgono nell’aria. Stelle a tratti.

Soffusa. Di vaghe luci sopra le colline: vaste forme di rami verso il mare.

Persa da sempre. Dispersa. Senza memoria di figli spaventati da indifferenza radicata e fonda. Nei tuoi acquitrini vaga, spessa come la notte: febbre fatta di ali.

Dentro di te, nascoste da terriccio, donne orientali sibilano cose da un’altra vita. Se guardo sotto ti intravedo intera, imbiancata dai raggi della luna, velo di velo sfusa sfumatura, come una perdizione per la vista. E l’anima distratta: stelle a sfascio.

Spande fuochi la notte. Bruci, divampi, incendi la campagna. Lontano, canti remoti da tempi tramontati vaneggiano speranze inattuali. Tra ombre, nella danza di notte senza corpo.

Attonita la pieve. Quattro pareti strette di proposte: impossibile dire. Voci, con dedica di note a fronte altare.

Cristo si gira verso un muro a calce, come a nascondere un moto di stupore. Quindi scende: dalla croce e dal colle. Giù, verso te, con sguardo teso come un desiderio. Intorno ai fuochi, insieme a dèi lontani, danza anche lui per ebbrezza di notte, spessore continuato del passato, ricongiungersi con la propria antichità.

Fuochi di notte. Di vino, paglia, frastornata testa. Con la fiamma che arde la campagna. Che trattengo, dentro di te che non mi fai partire. E inabissato salgo sera e tempo.


sera rossa

 

 

Tu non voglia sfinire la notte
o questa luna ancora traversante
la mia riservatezza
non voglia
rovistare il sienzio
se la cicala cade
tu non voglia
guardare le tue spalle
né arabescare oltre il temporale
in questa sera rossa
dove la coltre sgretola ogni storia
sempre dismessa fonte e rinnovata
attesa
e tu non voglia
dare un nome alla pioggia
che la connotazione è un’arte stanca
ma vieni a questa sera e m’allontano
nell’infinito
che non s’addensa
mai.


aria 2

 

e ti darò la madre

dalle pieghe del fondo

il seno

la sua voce

il corpo grande

le braccia intorno al tuo

la convergenza

nel mormorio del vento alla finestra

dormi

nella casa silenzio

appena reclinata

sul versante del mondo

che scivola lontano

l’acqua

le stelle

il sonno

la mia mano.


Thomas Bernhard: Nel giardino della madre

Nel giardino della madre
Il mio rastrello ammucchia gli astri
caduti mentre ero via.
Calda è la notte, e le mie membra
sprigionano l’origine verde,
fiori e foglie,
il grido del merlo e il battito del telaio.
Nel giardino della madre
schiaccio a piedi nudi le teste dei serpenti
che fanno capolino dal cancello arrugginito
con lingue di fuoco.


anima 4

mia madre è una collina silenziosa

colma di fondo nebbia

e la sera

nel suo anemone chiuso


ultime donne

Ci riversiamo al seno
delle ultime donne
le torme di capelli
il mio frastuono
sbiadito
come l’idea di dio quando ti serve
e sulla sponda
frugo
la testa tra le mani
ma non so
antica madre
che su quel seno stai.


l’accesso

 
 
Intanto s’accostava senza alcuna pretesa
dilavante la luna.
Rami torti traevano lamenti
per vento sparso ancora in quota alta
e canne ripieganti
lungo l’orlo del lago
si chiedevano come
salire questa nebbia spaesata
prima
di un cedimento estremo d’orizzonte.
S’intuivano ancora
voli d’ali
al margine di stelle
dove la notte indugia sul confine
per luce a tratti e nuda scarsità
ignara di un amplesso
bruscamente interrotto.
Perplesso
io mi chiedevo dove
l’accesso al tempo
mentre mi districavo dalla madre
nell’abisso del mondo.

 
 


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