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sempre la stessa alba

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Chissà se questa sera mangeremo pesce

o sarà il solito pollo

_ non cambierebbe il vino

ma tanto non me lo danno.

E chissà

se le donne andranno a ballare

a muovere le strade

dopo le gonne e gli occhi.

Ma chissà se le stelle, se la notte,

se ombre renderanno

meno bianca la luna

e riuscirò ad addormentarmi

prima che s’alzi il vento

che fa muovere il mondo

ogni ripetizione quotidiana

che mi sembrano secoli

ma il pianeta non si sposta di un grado:

sempre la stessa alba.


ungaretti

lampione-notte

Quando

la notte è a svanire

poco prima di primavera

e di rado

qualcuno passa

Su Parigi s’addensa

un oscuro colore

di pianto

In un canto

di ponte

contemplo

l’illimitato silenzio

di una ragazza

tenue

Le nostre

malattie

si fondono

E come portati via

si rimane

Giuseppe Ungaretti

da “L’allegria” (1914-1919), in “Vita d’un uomo. Tutte le poesie”, “I Meridiani” A. Mondadori Editore, 2009


qualche volta la vita 2

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(Immagine di Luciana Riommi)

Avevamo la stessa malattia
che nessuno sapeva diagnosticare
mentre noi ci guardavamo sorridendo
come due morti insieme
conoscendo benissimo
questo diverso modo di viaggiare
e le correnti
i vuoti
l’impossibile capacità di sopportare
e a volte scendevamo dove duole
per ricordarci
quando eravamo uccelli.


in assenza di vento

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(foto di jamie heiden)

non mi sento gelato ma domani
questa stagione non dà garanzie
come aspettassi un treno
che non si sa se è in ritardo
arriva quando arriva
e per quanto tu non ne abbia voglia
sali
come l’ombra la sera
che scala le pareti e si nasconde
creando sfumature
i parchi
i giorni
e tutto intorno
ci puoi mettere quello che ti pare
anche una malattia senza contorni
ed una divisione generale
quando insegui le foglie
che nessuno può dire dove vanno
nel roteare
di quel moto di terra
che fa girare la mia testa e i santi
pur non essendo vento
non essendo.


altre città

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(jamie heiden)

parlami sottovoce
che la mattina gli alberi hanno freddo
e la nebbia
una fatica enorme
se esistesse la sera
le serrature con i chiavistelli
i cavalli
per acquisire una velocità
adatta alle farfalle
a ripulire polvere di strada
e magari la luna
in questa solitaria indifferenza
più facile girare la finestra
ed affacciarsi altrove
le tarme
il vicinato
o quello che rimane di tuo padre
che non è propriamente una persona
ma il tempo
che s’è perduto e osserva spaesato
dove tutto sorvola
e i liuti hanno la voce delle viole
che corrono nei campi vecchie arie
quelle che i morti scrivono la sera
a respirare un fiato
– m’è venuta la tosse all’ospedale –
e mi scoccio
mi chiudo da nessuno
ma portami un ricordo da scartare
o una breve stazione d’infinito
che s’è chiusa la porta
e non ho chiave.


figura

sonno

(foto ed elaborazione di luciana riommi)

Avrei bisogno di una tua figura
che la sorte si addensa sulle mura
di una città inventata
e non avevo fiumi a circondare
o bottoni a ricucire
un opaco sfuggente
che neppure le lucciole
o la vita.
Davvero non capisco
questo mancato riconoscimento
dello status apparente che mi spetta
ma il mondo è una mancanza
e il vuoto un labirinto irrevocabile
senza consigli estetici:
manda un viaggio.
Affitta quattro pagine a un giornale
mettici firmamenti con l’autentica
e l’annuncio di un trasferimento irrinunciabile
che avrei voglia di travestirmi da fauno
con le fossette le nuvole un giardino:
manda un meriggio.
Mettici una visione inestricabile
un increato inutile
un addio
ma non mandare domani l’infermiera:
non sarò nella stanza.
Leggimi quando torno.

 


a un sé disperso

 

 

 

 

cartierbressonA[1]

(H. Cartier-Bresson)

mi piacerebbe chiederle di noi

dei nostri camposanti

ed altri angoli

ma i documenti scadono

mentre per traversare

facciamo una fatica maledetta

se gli uccelli non spolverano il vento

e gli alberi la strada

mentre il sonno la sera

sconcerta i lineamenti

come la mia figura d’evasione

che non ha senso chiedere la grazia

se poi ci scappa il morto

e il morbillo ritorna a imperversare

ma il male cui mi affido

ha un contagio diverso

e lei s’illude

se confida negli attimi

che il caso non fa sconti

ed è finito il tempo

dei miracoli a breve

ma legga qualche volta, legga ancora

al lume della luna

che ai cipressi farà certo piacere

ascoltare la sera.


Punto zero (2)

bresson
C. Bresson

Svoltare insipido: dalla puzza e il biancore.

Distratto, il medico mi dice si rivesta.
Eseguo, con occhiata traversa agli strumenti.

Quindi avanzare rapido.
Vento da est scompagina la scena sotto scintille e sguardi:
sempre stelle, le solite.
Più in basso, come sporgenza, traballava la luna.
Certe volte, un cavallo a dondolare l’orizzonte.
Nell’argento che affonda, impalpabile mare di granelli cancella vista e passi.
Transitare?
Poi insorge: mulinello di correnti ascensionali. E montagne sbiadite a vista spersa.
C’è un oceano dietro, ma la bussola non segna punto zero.
Avanzare ancora?

Quindi in un bar per fare colazione. Un caffè; d’intorno tintinnii.
Un’occhiata a un giornale sul bancone, ma la concentrazione non è viva.
E mi sembrava di sentire il vento.

Dietro le spalle sabbia. Inutile voltarsi.
Le subitanee esplosioni seroastrali spazzano tracce. Misurare almeno.
Intanto, specchiarsi nell’insegna della luna (di solito, serve a passare il tempo).
Certe volte la pazzia conforta rendendo vane sciocchezze radicate.
Tranquillizzato, non so più dove sono. L’oasi morta è quattro giorni indietro;
tre giorni la città scomparsa; le rovine dal nulla.
Soffio e deserto.
Avanza.
Quando domani sorgerà asfissiante l’ustione che nullifica il cammino
non ci sarà più acqua per bagnare la bocca e il fazzoletto.
Per adesso: la notte.

Ripensando alla stanza d’ospedale: chissà cosa vuol dire “si riposi”.
(Quello mi vuole morto).

La navigante nuvola biancore non riusciva a schermare la calura.
Onde azzurrate: aria, riflessi, dune.
Anche nel mare il fondo è spessa sabbia.
Tuttavia faticoso; la resistenza dell’acqua è doppio intralcio
ma qui non c’è soccorso di creature disposte a trascinare uno che affoga.
Se provassi a nuotare?
S’accostava setosa vasta sera senza intralcio di linea d’orizzonte.
Stelle dall’alto invadono la volta proponendo anni luce:
nessuna direzione.

La fatica mi invade.

Una città. Inquieto cerco deviazioni. Non ho alcuna intenzione d’inoltrarmi.

Sfaccettati cristalli delle stelle spuntavano nel buio fratturato.
Raggi lunari fendevano leggeri la sera intabarrata di stupore.
Se li afferri: fantasmatiche architetture immaginali.
Chi dice siano inutili?

Fasci a ricordi lungo le spaziature della luna.
Divaricavo, come se fosse pagina la testa.
C’erano nuvole come a traversare.
C’erano: di vento.


l’inedito

Alberto Giacometti, Walking Man

Alberto Giacometti, Walking Man

 

Fulminanti e grottesche
creature in cielo d’ocra
spargono
forme d’avviso
a terra
lingua a pioggia
come l’anima al freddo.
Briciole
dietro l’assurdo
sperdutamente intenso
scorre
a lume di candela la bufera
dentro la casa futile
luna assente
sempre imprecise: stelle.
Fonti d’azzurro altrove:
tu declini
io m’assopisco inedito.

 
 


sestante

3977-1-Strumento-geometrico[1]

 

Occorrerà
a noi dannati sparsi
ricucire la terra
ed accerchiare il campo delle stelle
a riempire la sorte
lungo il moto incessante
del lunario animale
e chiudere le porte dell’eterno
perché ritorna
mentre per noi il sollievo è nel finire.
Occorrerà redimerci
dall’universo sparso
dove noi costruiamo storie magre
che qualcuno dimentica
quando la luna scende ombra di terra
sale
l’indefinito
e noi malati cronici
parliamo malattie
e asserragliati al limite
dell’anima alla morte
occorrerà tracciare
rotte diverse
a scoraggiare il Grande Indifferente
che circonda la terra
e le approssimazioni delle stelle.


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