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da lettere mai recapitate

+The Artist's Wife in a White Interior

Se ci fossimo scritti in altri tempi
altre occasioni, ovviamente
e circostanze da dimenticare
come le solite noiosissime cene
cui eravamo costretti
o se mi avessi scritto da una spiaggia
mentre da quella accanto ti scrivevo
del profumo dell’erica la sera
e tu del vento
se annottando
ti avessi scritto senza una candela
da una stanza nel ventre di Parigi
e tu da Anzio
ci saremmo poi incontrati sulla strada
che conduceva a Brindisi
prima del solito imbarco per la Grecia
ma su diverse navi
altrimenti come avremmo potuto
scriverci
tu la memoria, io malinconia,
le parole che vanno
quando il potere commisera il silenzio
ed i miei anni spesi a contrastare
i delitti di Delfi
dove non c’è parola che somigli
a uno scambio di idee
se lo avessimo fatto.


sopra un ponte di barche

seurat ponte dipinto

Mi sembrava di intravederti all’alba
ma la notte un invito
per l’immaginazione a immaginarti
sopra un ponte di barche
dai Dardanelli al seno
e dal mio viso
al tuo distante
e un ultimo richiamo
che mi diceva “non abito più qui”
quando si leva forte la marea
e ti sentivo appena sussurrare
“non penserai di rimanere illeso”
mentre dicevo “mi sembravi donna”
cioè un genere incerto d’altra specie
irresistibilmente
il mio condono.
Poi si faceva quello che succede
e notti
come ancora
tu mi chiedevi “passano?”
come gli uccelli gli anni
desolato
ti guardo
senza dire
ma sono nato a nord del tuo sorriso
dove il vento mi sposta
e non ho altro.


Baltico 2

nebbia a Porto Ercole

Dicono che nel Baltico

non ci siano orme

delle voci che transitano

o tracce

dei rumori sottili

dalla Finlandia in Russia

quando le stelle annegano.

Dicono si propaghi questa insonnia

e la mia inavvertita sparizione

o la scia di memoria

dell’ultima caduta

che non ho modo alcuno di ascoltare

se non cadendo

con la mia voce in mare

o altrove

come fanno le navi senza porto

e queste ondulazioni della luce

che non posso afferrare.


la luna

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(jamie heiden)

ci scriviamo di rado
quando la tentazione si fa forte
a riempimento del sentirci soli
noi non abbiamo un prato
dove radici cercano radici
e io non sono un ape né tu un fiore
ci scambiamo parole
per un sollievo breve
che a sera rileggiamo
ci scambiamo
quello che poi non siamo
che dirlo sarebbe troppo evanescente
io non ti vedo ma ti penso bianca
tu somigli alla luna
e una nuvola passa.

 


le poche cose che so di lei

le poche cose che so di lei
che poi non mi ricordo
come una nuvola adagiata
che ci sono caduto dentro
ma non mi ricordo
e vento non ce n’era
si restava appoggiati
e la sera una mancanza enorme
che di sera le nuvole scompaiono
ma io ci stavo dentro
e scomparivo.

 

 


Quando Parigi è vecchia

Andavamo spesso in quel caffè, simile ad un ritrovo di paese quando Parigi è vecchia e le campane, spesso una costrizione a ricordare.

Ci andavamo seduti, con la carrozza e i trampoli per fingere di camminare certe altezze. Sedevamo.

Si sbirciavano appunti, schizzi, sogni, tanto per darsi un tono d’altra specie, uno di quelli che non hanno gambe e si cammina solo nella carta.

Poi ne arriva una, bella come una storia lungo le sue gambe e la luna a metà come settembre, che non è estate ma neppure inverno.

Jean Pier, da solito pacchiano polifonico, fischia ripetutamente. Quella s’accosta e biscottini, caffè, molte parole che ti sembra che piova dalla bocca mentre è altrove.

Quindi l’invola, mano sui fianchi e altro. Perplessamente s’accostava notte. Le nuvole? Opzioni a scomparsa.

Ne approfittavo per rimproverarti, come spesso mi capita; involontariamente, s’intende.

D’altronde sparire è cosa seria. Occorre preparazione, avvertimento, se non altro tempo per qualche petizione al Padreterno. Certo, si sa, tutto tempo sprecato, ma almeno ci si prova.

Meno male che ho riempito la testa di libri. Anche questa potrebbe essere una variabile. I libri potrebbero infatti servire a colmare il vuoto assicurando una caduta morbida o a riempire l’incolmabile inutile del tempo. Detto per inciso, entrambe operazioni impossibili.

Forse è per questo che mi sentivo simile a Franz Tunda, quello di Roth (specifico: Joseph) che nella capitale del mondo risultava del tutto superfluo. Si si: mi sembra adatto.

Intanto s’appiattiva la circostante sempre melliflua sponda di città.

Notte come la notte verso notte. Senza cambio di vento.

Ogni tanto si univa a noi un russo (i russi sono degli asiatici francesi) pieno di tracotanza e nostalgie.

Sedeva deciso tra me e Jean Pier, trangugiando liquori e sigari, e intavolava conversazioni accese; tema: letteratura e poesia.

Non molto propenso al compromesso, asseriva la grandezza degli scrittori e poeti russi sovra qualsiasi altro sciagurato che avesse tentato di misurarsi (forse, non senza grandi torti). Jean Pier, imbevuto com’era di Parigi, opponeva Apollinaire e il suo Ponte.

Per la pittura non c’era alternativa: Chagall! Ovviamente Jean Pier sosteneva la causa degli Impressionisti. E Turner?

Ricordo anche, in giornate svagate, le discussioni su Stravinskij e Ravel. Sulle donne però andavamo d’accordo: come liuti slanciati.

Tu dirompevi da pupille enormi, fonde come qualcosa che non c’è. E mani che sanno della vita. Non potevo restare.

Zero diviso zero uguale zero. E tuttavia, un risultato lo dà.

Be’, non dovevi farlo. Bisognerebbe discuterne, almeno. Magari qualche lettera, sai quelle cose che vanno imbucate nella cassetta al portone e aspettano. O anche una notifica, una sera speciale. Ma così…

Lo so, quando la morte arriva non fa segni; quelli li vedi dopo.

A volte ininterrotta: la notte.

Ci tornavo ogni giorno a quel caffè. Anche Jean Pier (la bella l’aveva mollato a primavera, quando le ali delle rondini spiazzano l’aria e i nostri lineamenti).

Che guardavamo pigri, ridendo sotto i baffi, come per dire: illuso, ognuno riferendosi alle illusioni dell’altro, spettralmente ignaro delle proprie.

Si discorreva a lungo del non essere vago della vita, tanto per darsi un tono alla Jean Paul. Qualche volta era come se aspettassimo il passaggio di un reggimento, per dimostrare la ciclicità del tempo, di modo che uno di noi potesse andare ad arruolarsi come quel personaggio di Céline che si ritrova senza volontà a fronteggiare la morte, lasciando l’amico al bar e al sicuro. Nietzsche sarebbe stato contento. Anche Vico. Eraclito no: per lui tutto fluisce e non ritorna. Credo abbia ragione. Tuttavia, noi tornavamo. Fino a quando si può.

Finiva sempre con un sorso di anisetta: come una goccia verso l’incontrario.

Si, ci tornavamo spesso, mentre la sera declinava assorta come fanno le cose un po’ distratte che stanno attente che non sembri vero. E le falene senza alcuna luce.

Dunque, dicevo: sera dopo sera.

Transitavano orbite cadenti. Sembrano inermi. Vengono qui a morire, una volta nell’anno. Quando tornano sono già cadute. Mi piacerebbe afferrarne una, di voi, cadenti stelle, troppo deluse per volare ancora. E rilanciare, forse troppo lontano.


anno dopo anno

Io non ho un’albicocca da donarti

Né uno specchio di sera.

Non ho un ventaglio magico

Un’aiuola

Né una pretesa con cui dialogare.

Ho soltanto una lavagna

Che uso come fosse una stanchezza

Dove si scrive e si cancella il mondo

E una forma d’attesa di tornare

Come il solstizio anno dopo anno

E una piuma

Che somiglia a un inverno

Dove mi scriverai

E pallida

La luna

Si riflette.

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riflessi

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Poi si faceva incredula
una sera o una notte
una ragazza
pallida
come la luna che la rivestiva
in un incontro quasi inavvertito
sfuggente
come una delusione
e le stelle nell’acqua.
.


la passeggiata

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(fausto pirandello)

 

Ci siamo accompagnati un pomeriggio
o forse più a lungo
ma non ho un metro a misurare il tempo
o la vertigine profonda delle gambe
– avevi delle scarpe bellissime –
(anche le caviglie)
le vetrine
le arcate di un ponte
le gocce che mi sembra
componessero il fiume
senza contare tutta quella pioggia
che rimbalzava sopra i nostri ombrelli
fino a quando le stelle.
Questo mi fa pensare
che non doveva essere un pomeriggio
e neppure una mattina.
Siamo usciti di sera?
Ma dove siamo andati, siamo stati
dove
– e adesso mi dovresti rispondere –
ma come faccio a sentirti se non piove
e non vedo le luci
il ponte
il fiume
e come faccio poi a risponderti io
se non sento le gambe
e la vertigine dove mi disperdevo
– infatti non ti dicevo niente neanche allora –
e forse è per questo che non ci parliamo.


verso l’ora di luna 2

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Buttami nel fieno
se estate
e ripassami la forma con il latte
mentre volo il calore
e l’aria è un’altra storia
d’api
e di ricordi a vento
sfogliami
senza prestare ascolto
alle pagine lise
che la colla non tiene a lungo gli anni
sfaldami
e l’inverno la neve
scaldami
che non ho più lo slancio e quando volo
non ne faccio di strada
e mi fermo sopra i pini a riposare
verso l’ora di luna
ma non è chiaro
se mi tocco la faccia
o gli alberi
e mi farebbe comodo una mano
e i lineamenti.


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