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le ombre lunghe

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E l’acqua fruscia

immobile

distesa

senza tremare se le sfioro il viso

e l’anima la terra.

Ci scriviamo la sera

la mia costernazione

che mi circonda

ovunque

senza stella.


il grande niente

matisse 6

Una sera magari ci vediamo
per un aperitivo
un ombrello
un fiore a secco
una fotografia senza pazienza
scambiandoci due idee
una per uno
una polvere
un’orma
fuggitiva
o avrei inseguito un lascito di odore
che ci avrebbe poi fatto rintracciare
il tuo sorriso e il mio
– ti avrei detto una volta –


verso ancora (nuova versione)

a

Aspettami sotto casa

verso domani o ancora

e se il cielo è di pioggia

indossa

qualche nuvola sparsa

e una frase comprata a un carrettino

ma le domande

tirale sottovento

altrimenti gli odori copriranno

tutto il gusto d’amaro.

Non assicuro niente:

tu rimani

e l’ombrello appoggiato contro il muro

legaci fazzoletti

e vento

che lo gonfi di sera

come una spedizione di frontiera.

Mandami qualche cosa da scordare

un biglietto forato

una conchiglia

un fiore.

Io non lo so se vengo:

capirai.


vele fenicie all’alba

renoir 6

Gadir mi ricordava un’incisione

che ci lega alla terra

in un confine labile

– sottile il firmamento sopra il mare –

e la linea di costa.

Vento indugiava come l’orizzonte

che per quanto ti accosti

non si avvicina mai

ma la notte un sollievo senza fondo

mentre aspettavo

un’altra fornitura di sfortuna

e una goccia di miele.

Trascorrere

se mi esistesse il tempo

ma questa confusione mi assottiglia

e spesso vedo

forme d’inesistenza

che considero tali nel reale

ma il mio medico stenta

e non avrò cioccolata a colazione

ma datteri di sera

almeno finché posso sorseggiare

ore a casaccio

e vago

senza troppo rimpianto

gli incerti del mestiere

se almeno fossi un mago.

Domani mi dirai di raccontare

ma come faccio, amore, se non t’amo

a parlarti di me, del mio dissenso

per quello che non vedo tra le stelle.

Aspetto

vele fenicie all’alba

nella speranza almeno di dormire.


la notte dei canti sbiaditi

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Quindi giungeva voce
ma non senso.
Tuttavia si insinuava, almeno a tratti
ma poteva anche essere il sinistro
suono dei catenacci
o la finestra
che non schermava il vento a sufficienza
prima che l’alba salvi il rimanente
e la notte il cuscino.
Poi, come sempre,
sbiaditure lievi.
Domani chiederò un caffè.
A volte mi sembrava più vicina
ma controvento è difficile:
ogni distanza è incerta
e non c’è via d’uscita senza mare
se la selva scompone
voci come frammenti.
Ma la sentivo
l’ombra
quando sfiora la pelle
e l’aria concede turbamenti.
Sentivo il valicare
mura canestri inabissata terra
quando la foga rotea ed i pensieri
più di un giro di stanza
dove frugo la crepe in cerca di messaggi.
Messaggi, dico, cerco; frugo stanza.
Ah notte, senza foce di luna:
una visione cieca da scordare.
Domani chiederò una sigaretta.
.


Penelope

Dalì

Tesso la notte come le giornate

e tesso le mie tele senza ore

tesso vuoti d’amore


argine

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Arginami

che qualcosa si muove

e l’altra sera

(sai, quelle sere onde senza luna

e le stelle un abisso spaventato)

s’è vestita di un dubbio

e i miei ricordi

un vento

tanto che m’è venuto da pensare

che potresti fornirmi un ologramma

di quelli che si accendono se piove

ed un telecomando di parole

argine

se mi dici qualcosa

di te

del tuo sostare

un fiore

che somigli alla sera

pallido disattento senza eredi

e mi ricordi

l’Inesistente che non ha mai nome

e la pretesa

di porsi a fondamento della vita

(come se fosse facile morire)

o una strettoia breve per sgusciare

e se ti va la notte

di sfuggita.


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