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sull’inutilità di una riflessione trasandata

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Probabilmente mi sono perso il tempo
dato che non riesco a immaginarlo
ed il pianeta
non ha nessuna presa
sulla mia tentazione di meravigliarmi
quando nessuno si meraviglia
ma gli uccelli volano lo stesso
il vento fugge
e l’acqua quando cade fa rumore
come le mie scarpe
che non compro da anni
ma il tempo non si può meravigliare
se mi siedo.

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Ma c’è ancora qualcuno

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C’è ancora qualcuno che viene a leggere le mie cose

senza alcuna ragione

mentre l’onda s’abbassa e s’allontana

un moto indietro che mi chiude il petto

scarso

come il respiro.

 

Me ne accorgo la mattina

e non posso fare a meno di pensare

che forse sarà mia madre dall’eterno

o qualcosa di simile

dato che da queste parti

il silenzio intontisce fino a sera

quando ti piego sotto le lenzuola

ti carezzo i capelli

il sudore che inevitabilmente cola

sposto il mondo

e aspetto

che tu dorma nella mia mano

e un sogno ti soccorra.


le ombre lunghe

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E l’acqua fruscia

immobile

distesa

senza tremare se le sfioro il viso

e l’anima la terra.

Ci scriviamo la sera

la mia costernazione

che mi circonda

ovunque

senza stella.


il grande niente

matisse 6

Una sera magari ci vediamo
per un aperitivo
un ombrello
un fiore a secco
una fotografia senza pazienza
scambiandoci due idee
una per uno
una polvere
un’orma
fuggitiva
o avrei inseguito un lascito di odore
che ci avrebbe poi fatto rintracciare
il tuo sorriso e il mio
– ti avrei detto una volta –


verso ancora (nuova versione)

a

Aspettami sotto casa

verso domani o ancora

e se il cielo è di pioggia

indossa

qualche nuvola sparsa

e una frase comprata a un carrettino

ma le domande

tirale sottovento

altrimenti gli odori copriranno

tutto il gusto d’amaro.

Non assicuro niente:

tu rimani

e l’ombrello appoggiato contro il muro

legaci fazzoletti

e vento

che lo gonfi di sera

come una spedizione di frontiera.

Mandami qualche cosa da scordare

un biglietto forato

una conchiglia

un fiore.

Io non lo so se vengo:

capirai.


vele fenicie all’alba

renoir 6

Gadir mi ricordava un’incisione

che ci lega alla terra

in un confine labile

– sottile il firmamento sopra il mare –

e la linea di costa.

Vento indugiava come l’orizzonte

che per quanto ti accosti

non si avvicina mai

ma la notte un sollievo senza fondo

mentre aspettavo

un’altra fornitura di sfortuna

e una goccia di miele.

Trascorrere

se mi esistesse il tempo

ma questa confusione mi assottiglia

e spesso vedo

forme d’inesistenza

che considero tali nel reale

ma il mio medico stenta

e non avrò cioccolata a colazione

ma datteri di sera

almeno finché posso sorseggiare

ore a casaccio

e vago

senza troppo rimpianto

gli incerti del mestiere

se almeno fossi un mago.

Domani mi dirai di raccontare

ma come faccio, amore, se non t’amo

a parlarti di me, del mio dissenso

per quello che non vedo tra le stelle.

Aspetto

vele fenicie all’alba

nella speranza almeno di dormire.


la notte dei canti sbiaditi

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Quindi giungeva voce
ma non senso.
Tuttavia si insinuava, almeno a tratti
ma poteva anche essere il sinistro
suono dei catenacci
o la finestra
che non schermava il vento a sufficienza
prima che l’alba salvi il rimanente
e la notte il cuscino.
Poi, come sempre,
sbiaditure lievi.
Domani chiederò un caffè.
A volte mi sembrava più vicina
ma controvento è difficile:
ogni distanza è incerta
e non c’è via d’uscita senza mare
se la selva scompone
voci come frammenti.
Ma la sentivo
l’ombra
quando sfiora la pelle
e l’aria concede turbamenti.
Sentivo il valicare
mura canestri inabissata terra
quando la foga rotea ed i pensieri
più di un giro di stanza
dove frugo la crepe in cerca di messaggi.
Messaggi, dico, cerco; frugo stanza.
Ah notte, senza foce di luna:
una visione cieca da scordare.
Domani chiederò una sigaretta.
.


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