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come un sasso negli anni

lalla 11

(foto di luciana riommi)

Una volta ci eravamo abitati
quando ero nato e mi nascevi dentro
come fanno le immagini all’inizio,
una piccola strada,
che non ritrovo salvo che pensando
a questo nostro grande smarrimento
e non ti cerco più, né la mia forma
di un ricordo di allora
coi pantaloni corti e gli occhi grandi
come pensavo avesse la madonna
che vedevo sui muri
– tu senza santi, vicoli ed altari –
io come uno che si guarda addosso
come un sasso negli anni.


Dove passano i giorni

 

Ora quest’uomo è sceso per la strada
ma non c’era bisogno di sollievo.
Distante l’orizzonte più vicino
aria di sole stava in mezzo ai campi
mentre tutto aspettava e qualche corvo
saliva e discendeva gli steccati
spighe
come funi di vento
mentre la luce frastagliava il mondo
frastagliava la luce fino al mondo
a terra con i fiori.
Mi chiedevi se mi fossi ricordato
dove passano i giorni
di salutare le pareti bianche, il letto, il tuo cuscino
le memorie rinchiuse nelle cose, le foto, le tue rughe, il passo lento
di cui certo non avresti più bisogno
e le calligrafie dei tempi vecchi
quando tutto tremava con la mano, mi tremava la mano e le carezze
quando la notte
invano.
La terra poi girava mezza luna quando una faccia del pianeta dorme
e l’altra
mostra un volto accaldato
che detergeva il tempo fino a sera, la sera dopo e un’altra,
fino a sera.
C’era aria di soli trascurati, di memorie isolate
molti significati andati a male
quando restano i fatti
c’era aria di tempi accumulati di cui mancava ogni trascrizione
distante il suo lontano, la mia mano.
Gli sembrò di scivolare dal pianeta
ma non c’era una voce.


Riparazioni (revisited)

Dalì

L’altro giorno una signora andata, di quelle che non t’aspetti, piccola a fiori diluita all’osso, m’ha portato una sveglia senza ore. Le ho chiesto cosa volesse farne: m’ha risposto di lasciarla dormire. Io l’ho messa in custodia. Dorme da sempre: non si può fare altro del passato.

Colleziono distanze: una fatica enorme.

Prima di riparare, spesso interrogo cose. Esempio di interrogazione: cosa vorresti diventare? Nessuna che confermi la natura dell’essere accertato in cui si trova. Sospetto smanie.

Ho un martello, una sega, un’occasione che tengo con la testa sotto il banco. Quando mi chino ci guardiamo appena: ci frequentiamo poco. A volte ci mostriamo i documenti, tanto per confermare.

Quando mi annoio faccio passeggiate. Se inciampo, riparo piedi e sassi. Se perdo tracce, le ritrovo in bottega, come se sapessero da sole dove andare. Ci spieghiamo per bene: che non accada più. Succede sempre.

Quando suona il telefono riattacco.

Taglio fotografie. Da una ne costruisco molte. È semplicissimo, basta indagare e ritagliare figure intere, strade, paesaggi, sfondi, ruote carretti case facce abiti d’occasione vicoletti cose di cose: cose. Non finiscono mai, tanto che devo proprio darci un taglio. Poi qualcuno protesta: m’hai rotto il mondo! Sì, ma ne ho fatto uno che non t’aspettavi.

Spesso mi tocca prenderli per mano. Significa che in quei ritagli ci sono anch’io. Qualche volta mi viene da pensare: sono un ritaglio. Taglio.

Gli amori me li tengo sotto il letto. Rassicurano, con diluito senso di mancanza.

Certe sere vengono farfalle. Salgono dalla riva. Chiedono ali grandi. Regalo loro l’immaginazione: possono andare ovunque. Quando frusciano, hanno un suono diverso. che rompo per rifare. Un silenzio a schema muto.

Quando le stelle striscio. Sono diversi i cieli, a seconda dell’inclinazione. Dunque, inclino. A furia di inclinare vado curvo: mi riparo di sera.

A volte cade. Restano frammenti.

Travasava da emisferi lontani:

astri, la notte.

Spume traevano soffi

= nebbia saliva apatica la valle

tra facce grigie

scosse da vento instabile e frammenti.

Lei soggiornava pallida

nell’arco addormentato delle braccia.

Occasionale

diluivo la luna

mentre i suoi capelli

formavano una sorgente di pensieri

umidi

come le sfere alte della notte.

Poi sospirava appena: forma d’alba.

Scuotersi.

Fuggiremo cuore mio…?

(c’era silenzio dietro le sue ciglia).

Celarsi

Quando mi lascio andare

m’incateno a qualcosa che non c’è.

(tratto da “Oltre il varco di notte”, La Recherche, e-book, 2016)


Orfeo ed Euridice

Forse è per via delle occhiaie

ma i tuoi piedi non calzano la primavera;

dunque, come potrei distoglierti?

 

Comunque l’altra sera al caffè

tra tutti quegli eccetera

la confusione si rivestiva di generi versatili

come ad esempio api

_ ma lo sentivi tutto quel ronzio? _

forse soltanto traffico.

 

Ma che facevi l’altro giorno sul tram

con quella gonna stretta… tentavi di distrarre il tempo?

Con tutto quello smog… chi vuoi che se ne accorga…

 

Non penserai _ per caso _ di essere l’unico…

guarda che il caso nasce folle

ma poi si trova un senso.

 

Ah non ne dubito!

Sono nato nei paraggi di un pianeta dove si muore.

Ah, certo! E’ un po’ così dovunque…


il tempo della crisi

Ieri un amico, riferendosi ad alcune mie piccole difficoltà personali, mi chiedeva se era finita la crisi, domanda legittima ma cui non c’è risposta. La crisi, infatti, non è fenomeno passeggero, qualcosa che ci viene a trovare, saluta e se ne va: la crisi è fenomeno che riguarda l’esistenza.

A mio avviso, non esiste esistenza senza crisi, dato che quest’ultima è uno status che riguarda la coscienza e, senza crisi, non esiste coscienza. La coscienza è per se stessa crisi, rompendo, come fa, lo status originario di indifferenziazione con l’inconscio. Esistere è rottura, è crisi, tanto che ci sarebbe da augurarsi che una crisi non passi mai.

Un’altra amica mi ricordava che il sonno della coscienza genera mostri (credo citando Shakespeare). Ecco, io spero di rimanere sveglio e che la mia crisi non mi lasci addormentare.

Crisi è, tuttavia, anche quando la coscienza si addormenta e i “mostri” prendono il sopravvento. Crisi è assenza, mancanza, effetti degenerativi di diverso genere. Questa non è la mia crisi, ma di questa parlo in un breve articolo, già pubblicato su la Rivista Fermenti, che qui propongo in formato PDF, leggibile o scaricabile,  per chiunque avrà la pazienza di leggerlo e, inevitabilmente, andare in crisi.

Auguri!

 

(articolo segnalato anche su la Rivista letteraria “Il Segnale”

Baldaccini-Il tempo della crisi

 

IL SEGNALE n. 932012

 


la cosa piccola

Edouard_Manet_-_Le_Chemin_de_fer_-_Google_Art_Project

Tu sei una cosa piccola

infinita

e come tutte le cose piccole del creato

sei un istante e un rimpianto

di un mio diverso dire

il mio disagio

di non sapere oltre la tua forma

che pure è solamente un’apparenza

che non posso raccogliere

perché sei troppo grande

quando io sono assenza

e mi cerchi le mani.


piccole variazioni senza vento

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(immagine di luciana riommi)

 

Quindi si passeggiava con le foglie

tra disimpegni grafici di strada

voci lunghe

dalle finestre alte

e sogni di selciato.

Tu diramavi pagine strappate

certamente sequoia in altra vita

quando la via è di sera

e il mio frugare

sembrava un volo sceso senza vento.

Tu mi dicevi “stupido!”

strisciante

come dentro una vena ti seguivo

nel verso del tuo corpo

ed approssimazioni _ si frusciava _

come se avessi ancora le tue gambe

una notte i tuoi fianchi

un improvviso

senso di variazione mi avvolgeva

d’oltremare la sera

ma lontana.


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