Archivi tag: mondo

La bellezza del finire

A Joseph Roth

Ho conosciuto un uomo di traverso, per interposta carta, un uomo che parlava di morire perché stava morendo e tuttavia, prima di farlo, mi ha insegnato la bellezza della fine e, senza dirmi nulla, mi ha rivelato mondi ed il finire, mondi che lo abitavano finendo e lo hanno usato, facendolo finire, come finisce un mondo, nello stupore di una fine orrenda meravigliosamente da finire.


altri mondi d’addio

Hopper, approaching-a-city 1946

Mi sono accorto di scriverti le cose

il che per me significa soltanto

non capisci

la fissità del sole

l’alternanza del giorno e della notte

il moto involontario

nella limitazione delle frasi

in cui fingiamo piccole intenzioni

che se leggessi tu rintracceresti

quando invento parole

dove caliamo il nostro tramontare

senza ridere in faccia

alla ripetizione della morte

che si ripeterà senza di noi

e avremo albe

nottate

stelle fonde

avremo vento che trasporta il mare

e nascite di cose costruiranno

altri mondi d’addio

con tuo sollievo

perché non sarò qui a ricostruire

quello che ti ho già detto

nel silenzio

d’ogni parola che sempre tace d’altro.


Lettera dal ritiro

a3

Lei non dovrebbe insistere: non tornerò nel mondo.
Ho avuto qualche anno di notorietà, quando sollecitavo le emozioni a nutrimento di una malattia di cui conservo tracce involontarie. Non ho chiesto di esistere.
O scrivere, inventare il mio disagio, posto a sostegno di un più vasto nulla. In fin dei conti non ho fatto niente. Questo niente mi ha fatto.
Oggi vivo in campagna _ ritirato.
Schivo giorni, serro le mie notti quando gli uccelli che tornano la sera trovano il suolo accanto a dove resto e insieme ripassiamo cognizioni, suoni di un’altra lingua e le falene, confuse con il manto della sera, le farfalle scure che dalla sera nascono, le rondini che perdono la strada, e le creature infime di terra, le rane al fosso, i pesci che cadono dal monte con la pioggia, cercano le lanterne del giardino dove spengo me stesso.
Offro deviazioni. Leggo libri, ma la voce rimane in questo corpo.
A volte penso sentano il pensiero. Credo che morirò senza parlare.


scritture

jan_vermeer_001_signora_che_scrive_una_lettera_1665

Quindi si dispiaceva questa sera

di una pagina bianca.

Tu cominciavi a scrivere

scritture.

Io ti scrivevo il fianco.


La stiva, ovvero una casa di libri

Christen_Dalsgaard_-_A_fisherman's_bedroom_-_Google_Art_Project

Ora, la stiva è un luogo galleggiante dove la notte abita tranne poche fessure.

Molto simile a un ventre, potrebbe essere quello di tua madre, se non fosse che lo conosci benissimo avendoci abitato, mentre questa è simile all’ignoto. Per questo induce desideri, inquietudini, paure. Cosa, ad esempio, dietro quelle casse? O peggio, dentro. O all’angolo del buio più lontano, quello dietro quell’altro. Dietro. Meglio tornare in-dietro.

Aprirne una. Potrebbe contenere… potrebbe…

E allora apri un libro a caso (cioè, togli il cellophane al mondo) e scopri che una tal signora “aveva un culo di vetro sul quale si poteva leggere il medioevo” (H. Miller, “Tropico del cancro”).

Sì, lo farei volentieri, per svariate ragioni. Ma il futuro non era contemplato? Sembra di no. Per quello, occorre rivolgersi altrove.

E scopri che ti è arrivata una lettera, da un certo Baranowicz che abita in cima al mondo. Scrive di una donna. Mi scrive. Io non la conosco.

“Si chiama Alja e sta zitta quasi tutto il giorno. Lascio che abiti qui, le do un letto e così vive accanto a me. Posso darle anche dei soldi se vuoi che venga da te. Ma posso anche tenerla qui. È lo stesso per me! Scrivimi a Irkutsk fermo posta. Ogni mese Isaak Gorin, il venditore di grammofoni, ritira la mia posta.

Ho anche acquistato da lui un grammofono, e alla donna che sostiene di essere tua moglie piace ascoltarlo. A volte piange persino. Forse piange per te, almeno io penso – e allora può essere che anche a me vengano le lacrime.” (J. Roth, “Fuga senza fine”).

Questo succedeva mentre a Vienna si suonavano mazurke anche dentro le cripte (J. Roth, “La cripta dei cappuccini”) e qualcun altro emigrava in America, lasciandosi dietro un figlio inabile, per poi vedersi morire la moglie e l’anima e non riconoscere più nemmeno uno straccio di mondo, che ormai era rimasto insieme al figlio inabile.

E un giorno gli amici, vedendo del fumo uscire dall’appartamento, entrano e trovano fiamme: libri in fiamme. “Che fai?” gridano. “Brucio Dio!” E così ho rischiato di rimanere indietro, nel mondo vero che però è passato, o di finire in America, nel mondo nuovo che però è futuro, e quindi esiste per chi sta nel futuro, e per questo non esiste, a meno che ci arrivi la guerra, che appartiene al passato, ma ti ammazza, persino Dio. (J. Roth, “Giobbe”). Tutto questo mentre a Venezia gli angeli girano solo di notte e io non posso dormire (I. Brodskij, “Fondamenta degli incurabili”).

A Vienna comunque Mitzi non mi lasciava in pace, nonostante le avessi comprato cento statue di cera con cui giocare, lei e quell’idiota del figlio (che poi era anche mio, sembra). Così mi sono sparato (J. Roth, “La milleduesima notte”).

Sempre meglio che a Berlino, dove qualcosa ti dice di darle il cuore altrimenti viene a prenderselo da sola, e hai voglia a rispondere “un momentino…”. (A. Döblin, “Berlin Alexanderplatz”).

Quindi sali su un treno, e mica lo sai dove stai andando e qualcuno dice:” Và al diavolo”.

“Certo generale, o dovrei dire tenente? Scusatemi signora, ho buscato un avvelenamento da gas a furia di essere comandato di corvèe in cucina, e da allora la mia vista non è stata più la stessa. Avanti verso Berlino! Ma sì, certo siamo su Berlino, sono su di te, Berlino. Ho il tuo numero. Niente migliaia, niente centinaia e nemmeno un indegno zero di soldato semplice (molto semplice), Joe Gilligan in ritardo per le patate, in ritardo per il servizio, in ritardo per il rancio anche quando il rancio è in ritardo. La statua della libertà non mi ha mai visto e se mi vorrà guardare dovrà chinarsi su di me”.(W. Faulkner, “La paga del soldato”).

E ad Alexanderplatz non c’era più nessuno.

In un’altra cassa mi trovavo a Zlotogrod e facevo il verificatore. Tutti i pesi erano falsi. Non me ne fregava niente: io volevo stare con Eufemia.

Eufemia stava con me, nell’osteria della frontiera, per il tempo che poteva. Ma tornava l’inverno, e con l’inverno passava il colera, ma tornava l’uomo cui apparteneva. C’era poco da verificare: gli apparteneva, almeno d’inverno. A Zlotogrod l’inverno è lunghissimo.

E allora una notte il gendarme Piotrak mi carica su un carro. Su un carro mi carica e mi scarica davanti all’ospedale, per sentirsi dire dal medico:”Costui è morto. Perché ce lo porta qua?” (J. Roth, “Il peso falso”).

Capisci? Da una cassa all’ospedale. E nemmeno ci dovevo andare!

E allora è meglio andare in un’altra cassa, dove ci trovi dei mattoni e ti puoi costruire una stanza. E tutti ti scambiano per un rabbi, un santo cui chiedere consigli, nemmeno avessi un culo di vetro, mentre sono soltanto un peccatore, un avventuriero, uno di quelli che corrono sulla corda per non trovarsela al collo. E dopo i fatti di Eufemia, credo sia meglio che le donne siano loro a morire. Io mi costruisco una stanza, senza porte, senza finestre, soltanto uno spioncino, per tenerci dentro i miei peccati e i miei istinti irrefrenabili. Li freno io, li freno! Coi mattoni. E non venitemi a dire cosa dovete fare: fatelo da voi! (I. Singer, “Il mago di Lublino”).

Ma non chiedetemi neppure di ascoltare la radio se non ne avete una (stava in un’altra cassa). Non me lo chiedete, altrimenti mi devo inventare di averne una mentre non ce l’ho, e vi devo dare le notizie che sperate di sentire, mentre questi ci ammazzano uno a uno e ci fanno lavorare come se non fossimo morti. E vi devo dire che arrivano gli Americani, ma non ne ho la minima idea.

Poi gli Americani arrivano davvero, ma quelli intanto (quegli altri), si sono convinti che una radio ce l’ho davvero, nonostante il divieto di averne, e mi ammazzano. Così quando quelli arrivano, voi avete avuto la conferma di una notizia che non avevo ma che vi ho dato. E ci sono morto. (I. Singer, “Jacob il bugiardo”).

Quando sono morto le ho chiuse; ho chiuso tutte le casse. Ho cercato di uscire dalla stiva ma non ci sono riuscito, perché ho capito che non sono io a stare nella stiva, ma la stiva è dentro di me. E c’è stata per cento anni, in solitudine, solo che non c’erano alberi e i cent’anni non finivano mai.

Allora mi sono accorto di trovarmi in un cesso pubblico, a sorvegliare le pisciate degli altri, dopo anni di strada a suonare un organetto, sai, quei vecchi attrezzi pieni di vecchie canzoni, e avevo una gamba sola per via della guerra. Per questo avevo un organetto.

Stavo in un cesso pubblico a fare il guardiano, sperando in qualche mancia. Avevo un pappagallo sulle spalle e a un certo punto il pappagallo si è messo a volare, lì, nel cesso, e le sue ali frusciavano come credo possa frusciare solo la morte, ma non le sentivo. Non sentivo le ali del mio pappagallo: non lo sentivo volare. Neppure quando si posò sulla mia spalla.

Quando mi sono trovato davanti a Dio, mi ha chiesto cosa volessi. “Voglio andare all’inferno” ho risposto (J. Roth, “La ribellione”). Lui mi ha guardato stupito, ma poi mi sono accorto che Dio vive a Parigi, anche se non lo sa, e un battello gridava dalla Senna, un altro rispondeva e tutti seguivamo il corso della corrente “e che non se ne parli più” (L.-F. Céline, “Viaggio al termine della notte”).


dialogo senza un tu

Johannes_Vermeer_-_The_Geographer_-_WGA24687

Dialogo senza un Tu

S’alza luce e la notte

lascia la condizione dell’umano ad altri impenetrabili

che se vorrai saranno i tuoi pensieri da un istante ad un altro di quest’ora.

Dunque potremmo, se riterrai opportuno, continuare senz’altro a argomentare

con massima coscienza d’incoscienza il dubbio che mi fruga dalla nascita

e che spesso ti annoia

ma non puoi farmi colpa se non vedo

di cosa è fatto Dio.

Altri pensieri e gonne sorvolanti spesso portano spazio alla mia testa

e la notte mi chiedo se non fosse un seno che soccorre

ma ritengo perduta ogni disposizione ad alloggiare

presso le donne l’anima

e subitaneamente mi domando se mai fosse una casa

il latte che mi cola nella bocca o piuttosto lussuria.

Ma non è questo, credimi, che incalza, quanto l’idea di un essere mancante

cui non riesco a dare consistenza

e al mondo

ai suoi girovaghi

al mio stesso dissenso.

Tuttavia non indugio l’oltre tempo se tempo assomma tempo ed ogni istante

mi suggerisce la contraddizione di un’eterna distanza

di cui siamo presenza e condizione

_ dico, capisci, dico _

che mi occorre distanza dal lusso atemporale del silenzio.

Dunque dammi del tè che senza corpo persino un’onda naufraga

e non avremmo ragione di trascorrere

sere

nei mesi

ed anni

per non parlare di tutta quella storia cui giustamente tieni e che io nego

non scorgendo nient’altro che un marasma dove non vedo senso e insegnamento

che per apprendere occorre una coscienza non identificabile

non la follia di tecnocrati devoti al loro istinto

cui si ricorre, temo, per avere

_ e inevitabilmente dominare _ spazi antichi di mondo in altre forme

che della forma hanno l’apparenza di una favola vecchia in uno schermo.

Ah, sale il giorno e scema il mio frammento nel lucido indistinto dell’uguale

e

l’ora

il vento

perdo

il mio digiuno.


connessioni

seurat 6

Quest’acqua non è più fresca

ma non fa differenza

se la bevo

come sabbia sommersa.

Poi, quando sono a pezzi,

mi connetto

a ciocche di capelli

che tiro

per vederle lacrimare

per connettermi a lacrime.

Questo mi permette

offuscandolo

uno sguardo sul mondo.


senza un filo di vento

Interior-1869-Edgar-Degas

Da parte sua

l’alterno si giovava della notte

per spandersi

da un emisfero all’altro

mentre

mi domandavo come sopportare

una luna passante

e i suoi diademi sparsi

che se un problema cade sulla terra

non è come il caffè

e per quanto lo zucchero

non tutto si può bere

in questo nostro affanno

senza una stella verde nei tuoi occhi

mentre ripenso a storie di meandri

che il tempo è un’astrazione

e un tentativo

come se le farfalle della sera

si specchiassero ai vetri

non sapendo che fare

di questa notte corta

senza un filo di vento.


all’alba che risale

rothko-bluegreenandbrown1951

Tu hai ragione

ci fossimo trasferiti saremmo morti

con tutte quelle radio nel cortile

il cemento sui lati

che uccide il volo dei tuoi occhi e il vento

non si può mai adagiare

spinto da una parete verso l’altra

che persino gli uccelli fanno sosta

ogni giro di mondo

hai ragione

saremmo morti senz’altro

ed avremmo perduto

la vacuità l’istante il tuo non senso

che ci faceva chiedere

se mai significasse qualche cosa

l’aspetto immenso dell’immaginario

se le balene al largo

scendono come neve dalle stelle

e la sera la luna

che non avremmo avuto

la rugiada

all’alba che risale

come quando sostavo sotto casa

e piegavo la notte

per sentirti svegliare.


anima terza

renoir-6

Anima terza in frastornata sera
le tue sorelle frugano giardini
e solstizi d’inverno
nella caducità delle stagioni
fendono
nuvole basse a terra e i miei diversi
anni di permanenza
sole
nel tempo del mattino
e il mondo tace.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: