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l’oceano nella stanza

Ora dovrò necessariamente imparare

a navigare questa vecchia poltrona

e lasciare che i miei quadri galleggino

come le carte

e tutto ciò che in fondo non ha peso

ma non posso evitare di chiedermi

come potrà mai il tempo

entrarci per intero

e lasciarmi tranquillo

a imitare i versi degli uccelli

se continui a soffiarmi sui ricordi-


reflections

who could say the reason I think
reflections
not enough for music

 


sonno

Parlami

del brulichio velato

quando qualcosa cresce

forse dimmi

qualche volta l’amore

per non assottigliare queste pieghe

nella camicia bianca in cui nascondo

tutti i tempi che sono

parla

della tua voglia ancora

e le menzogne

ore

mentre la luna insegue

e la casa si accosta

come a volte la vita

e la tua voce

con aspetto di sonno.


Un rimedio: Forse un mattino di Eugenio Montale

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò  compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.


pensieri in tono blu

 

 

io non vorrei legarmi con un filo

ad un coriandolo lanciato contro vento

un uccello di scoglio

o un fico senza foglia

che finirà senz’altro

per essere mangiato da un pensiero

mentre si sente solo

come una nota priva di spartito

o un bicchiere di amaro

lasciato sopra un tavolo a appassire

come un’esca

per disperati

folli

senza giorno

o coperte di stelle della sera.


spiccioli di narrativa

 

 

 

 

mi piacerebbe sorseggiare ancora

questa luna traversa

la tua malinconia

finché mi suoni

e spargerti

sulla tavola bianca

di una cena al bivacco

se il vento non m’inclina

e ricordare un lume

dove stavano accanto alle serate

i nostri fatti d’anima

chiusi nelle pareti dell’addio

al mondo che frantuma

e all’indecenza

dove fatico a scorgerti

nel mio interno diffuso

per propagarti ancora

nelle spighe

nell’uva

nel destino

ma la testa declina

e il turbamento non ha più un appoggio

di sosta

che inseguo

come t’inseguo a volte

nella speranza di un appuntamento

e spiccioli di narrativa


ai confini di Grecia

a Michela

Dicono di me: arrivederci.
L’ora corre veloce ed io dileguo: occultarsi al sicuro, fino a che torni la sobrietà profonda della notte. Tra l’altro, la mia declinazione è inconsistenza.
Parametri a scomparsa. Uno per uno: provare a orizzontarsi. Quindi di conto: ah, non ritornano mai! Il tempo è una catena d’orologio: scorrere maglie. E il rosario.
Divincolarsi.

Mi scrivo.
Gentile amico, ecc. ecc. amenità sciocchezze parapiglia. Generalmente smentite; poi bla bla, sì come no; però, assolutamente contrario. E comunque, non ti ci abituare!
Tralascio la risposta.

Vagolavano intanto l’assoluto poche stelle al risparmio. Romantica la notte s’assopiva tra nuvole a casaccio. Vento assediava vele. Quando m’imbarco non ho soluzioni. Qualche volta un sestante.

Occorrerà
a noi dannati spersi
ricucire la terra
ed accerchiare il campo delle stelle
a riempire la sorte
lungo il moto incessante
del lunario animale
e chiudere le porte dell’eterno
perché ritorna
mentre per noi il sollievo è nel finire.
Occorrerà redimerci
dall’universo sparso
dove noi costruiamo storie magre
che qualcuno dimentica
quando la luna scende ombra di terra
sale
l’indefinito mistico
e noi malati cronici
parliamo malattie
e asserragliati
nel definito limite
occorrerà tracciare
nell’occhio del sestante
rotte diverse
per amore di donne e delle figlie
e le sorelle nubili
che non avranno prole da macello
che circonda la terra
e le approssimazioni delle stelle.

Quindi di sogno: alba.
Ti sarei grato se spegnessi la luce e mi lasciassi ancora.
Ti sarei grato se l’incrinato viola colmo di rosso rosa giallo appena s’addolcisse di ombra e palpebre.
Ancora ti sarei se tu non fossi altro da me diversa e unificati mi convergessi l’anima d’altrove dove tutto si sfoglia ed io consunto spargo cose d’intenso senza dire che dire fa fatica ed il silenzio sfugge questo orlo di mondo dove m’assiepo come se svenuto.
Ora riprendere fiato.

Ben presto stanco, cercavo soluzioni d’incompiuto, tanto per raggelare. Non mi trovavo male, ma qualcosa mancava. Forse un’ombra di sera: Padre.

Per evitare danni superiori.
M’imbronciavo di te: spazio d’ascolto. Quindi la notte Bach: come le stelle.
Mi sfogliavo lettura. Io non so stare senza farmi male, ma la tensione è vita. Tra pagine, tentare di disperdere: mondo e altro – leggi sciocchezze, convenzioni, comunicazioni vaghe, scarso amore. In breve: superficie.
C’era la storia, c’era la bufera, c’era quello che c’era quando c’era. Per questo:

prenotare carrozze.
Sai, quelle con parafanghi e la lanterna, sedili di velluto e all’occorrenza plaid. Il problema è i cavalli. Davvero il presente è impresentabile.
Vienna adagiata consultava ore. Lì il tempo è un fermaglio.
Piuttosto sul confuso, mi dirigevo al Prater. C’era una banda, forse d’altra sfera.
Mahler a passeggio consultava appunti d’ottoni ed altri fiati; nella testa violini. Qui la musica odora di formaggio con le patate al forno e l’anima disperde incomprensioni. Sulle panchine, mi sedevo adagio.
Si ballava dovunque. Altri, compunti, ascoltavano assorti sotto il palchetto e baffi. Audaci le signore. Grandi cappelli e ombra sulle ciglia.
Poco distante. S’era venduto il cavallo e strascicava la pistola in testa. Troppe notti, barone; troppe.
Poi ti incontravo come nei tuoi libri, per caso e per sventura. Naturalmente il peso è sempre falso e la pazienza ha un limite.
S’involavano intanto: ballerine. Come volteggi d’aria dentro l’aria e vento a sovvenzione. Estremamente bianche nell’azzurro; rosse, le scarpe, guizzi, ma la musica non ha colorazione se non astratti d’anima e le gambe: come suoni leggeri.
Appena indietro, S. Stefano diffondeva Mozart. Ammaliato: ancora un’altra notte.
Alla vela, ma non si arriva mai.

Inevitabile, se viaggi il tempo indietro. Dunque restare? Piuttosto mi sconvolgo le cervella e crocifisso mi dispongo al palo, una corda sul collo – tira tira! – le braccia e le gambe legate a due cavalli – tira! – in direzioni opposte.
Tra l’altro, gli angeli stanno male ed i violini ne cantano la fine. Chiedere a Berg.

Intanto alla stazione. Dove fugge, Maestro?
Vado a Torino.
A fare?
Cose di morte a cena.

Bisanzio sussurrava di mancanza. C’ero venuto tanto tempo fa, di traverso di fuga.
Musica ripetuta, fumo e sonno, molti dialetti e sguardi. Esotiche le donne, col rimbalzo. Certe volte stordisce. Come l’Asia di là, dietro la mano. Andare è un’altra cosa: troppe steppe. Quasi senza confine: ha sapore di nulla.
Incontravo un amico. Secondo lui Bisanzio scorre via, come il canto di un pendolo.
Mi trascinava a Venezia, dentro le fondamenta, Diceva: siamo incurabili; dobbiamo stare qui.
C’era un angelo in giro. Lo incontravamo di notte sui battelli; ci ignorava.

E teso vento sale s’aggroviglia. Sui binari non serve.

A Parigi formavo collezioni: bicchieri vuoti e brindisi sviati.
C’erano tele lungo la parete, colme di brevità, minuscole apparenze luminose, come fosse la vita.
In campagna coi corvi, qualche volta. Una distanza enorme.
La sera, la tua gonna forniva informazioni di vizi e di virtù. Io m’appendevo afasico, pieno di sconvenienze, come uccelli a vampate. Poi scomponevo le tue prospettive per sfuggire la noia. Una parvenza il mondo, troppo simile a me.
Poi qualcuno scriveva della guerra, la malattia, il catarro e le sirene dei battelli a richiamare. Rispondevano tutti; e non se ne parli più.

Amsterdam galleggiava nei riflessi. E cocci di bottiglia.
Tu giravi colori e il tuo turbante aveva un’avvenenza di scomparsa. Stavi, nei canali e nel gelo, piume d’oca, orizzontali smossi firmamenti. Flusso, dalle tue labbra ancora.
Ti seguivo nel plumbeo dell’acqua per salvare i colori. Lo sai, non sono ripetibili: quello che sfuma sfuma.
Ti ho disegnato ieri sul mio viso: deludente l’effetto. Se provo nella testa t’allontani.
Ti cercavo talvolta nelle frasi che mormoravo appena, forse dentro la perla.

C’è sempre un crocevia. Girare dove?

Come per noi, fratelli, dove siamo, se ancora la memoria.

C’era quello che c’era quando c’era. Siamo stati un barlume, un ordine disperso, un singhiozzo in un balzo, una consolazione all’ignoranza e l’agrodolce rimaneva in gola, come un urlo su tela.
Faceva freddo, lì.

Alle Termopili c’era la prima neve. E vento.
Tu pettinavi i miei capelli sciolti mormorando antiche cantilene. M’assopivo. Intorno, stava la Morte Grande.
Stava la morte intorno ed i capelli. C’erano cantilene, c’era nebbia, c’era quello che c’era quando c’era.
Ho bisogno di te Madre di Terra e la tua quiete.
Noi siamo tutti qui, nell’altro tempo, ai confini di Grecia.


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