Archivi tag: narrativa

storie di mare e deserto – raccolta – free download

Per compagnia d’estate, se qualcuno vorrà tenermi un po’ con sé e, magari, riportarmi a riva.

 

cover

 

PDF free download

Storie di mare e deserto

 


lettera a un’assonanza

spiritodiunalettera001[1]

    (P. Klee, Spirito di una lettera)

 
 

Amico Friz (si diceva così per indicare cose ambivalenti),
ti scrivo da una macchia della luna dove ho trovato alloggio senza luce per risparmio degli occhi e di bolletta, ultimamente sempre un po’ più cara. Tu che non hai denaro e non esisti non capisci di cose di mercato, ma credimi è sempre più difficile guadagnarsi del pane e ripagare l’affitto a scarsi sorsi d’aria del respiro.
Sono arrivato qui volo di notte e oceani traversati fronte altrove. Zoppico (un allunaggio asmatico) ma lascio lamentele sulla terra: qui mi accovaccio e basta.
Non ho branchie di pesce (non c’è acqua) né polmoni (l’ossigeno qui manca). Mi sembra giusto dunque non pagare l’affitto di cui sopra. Un po’ imbrunito, è vero, ma il biancore diffuso che si spande dai raggi trasversali dell’ignoto serve a confondere certe macchioline che sulla pelle spuntano e la sera davvero me ne frego: non si vede.
Sole a brandelli sgocciolo avemarie inventate (mai messo piede in chiesa, come sai), ma qualche volta è utile dipanare l’affanno con sovrapposizioni d’infinito.
Conosci il mio scarso gradimento di sistemi massificanti di pensiero, ma dal mondo non si esce ed esso stesso è sistema, almeno nell’ordinamento della mente che lo rappresenta. Certo, è sempre possibile dichiarare la morte del Massimo Sistema o sfuggire agli Immutabili di cui ci circondiamo dall’inizio e rifiutare dunque appartenenze alla chiesa, alla politica, alla società di turno, all’amore persino. Anche l’economia è evitabile, come sanno gli eremiti di ogni tempo e, per continuare, è consentito passare dall’armonia alla disarmonia ed inventare dissonanze musicali, o schemi architettonici diversi, o forme mai provate di pittura, persino scrivere in modi alterni agli alfabeti più consolidati. Bene, mio caro, sempre sistemi sono: non possiamo fare a meno di edificarne e aderire, perché l’uomo è un sistema di mente e corpo, come la biosfera di cui è parte. Vedi allora che il mio destino è dato, persino nella fuga: anche la morte è parte dell’uguale. Nulla di diverso dunque da una contraddizione nell’estremo: nel mio schema, io non ammetto schemi d’assoluto.
Non sono decisioni quotidiane quelle che riferisco e cambiarsi la testa non è cosa da ripetere spesso (a meno di clamorosi abbagli propri di chi massacra l’anima senza sfasciare il corpo).
Dunque rotto, uso proposizioni d’incoscienza (il resto è perso) per ricordarmi della mia pazzia, unico bene gratis e certamente fuori dagli schemi (tranne quelli pazzeschi). Commiserare forse chi rimane al passo, laggiù, senza alberi intorno per dare corda a mani insaponate. Non me ne curo tranne che rimorso, ma la macchia protegge.
Qualche volta svolazzo rade stelle per compagnia di sera, ma l’anima asciugata spesso cade. Allora spicco rincorse e balzi: non so stare recluso.
Qui è sempre notte Friz, vecchia stagione: ho scelto il lato d’ombra e nella macchia: meno che mai la luce. Utile oscuramento: non mi vedo. Neppure il resto di quello che non sono. Simile a un no mi nego: prima o poi finirà.
Eppure una speranza resta e l’augurio mai confessato è che un’idea da lontano sosti nel mio occhio di luna. Tu mi dirai “sciocchezze!” ed hai ragione, ma non importa: alla fine, ogni buon dio scompare.
Di passaggio, forse un pensiero, a volte.

 
 


senza dove né quando

 
Ennesima imprecisata ora di un qualsiasi sistema di misurazione. Comunque inutile

Provare a immaginare: l’universo intero.
Ed osservarlo ovunque con uno stesso sguardo; per di più lungo tutta la scala temporale in cui si estende da quando un lampo ha definito sistemi di percorsi luminosi.
Orizzontarsi? Saranno eoni che non ci riesco. Persa dunque ogni traccia. Per cui, sbadigliare e chiudere la finestra.

Più tardi più tardi (si fa per dire)

Sporgersi sul terrario.
Estremamente gracili…: formiche.
(Da voce contraddittoria): non direi.
Intendi?
Non lo sono affatto.
Ah già… tu basta che contraddici… (tuttavia a volte ha ragione).

Decisione

Quando decido è notte.
Facilmente ottenibile: basta oscurare un po’.
Quindi guizzare fantasticamente avvinto a un temporale. Divertente: scendere con la pioggia. E arcobaleni d’astri.
Planare allora fino alla scrivania (l’ho messa io, sì…Dove…? Dove mi pare!) e sotterrare in infidi cassetti arcaiche conclusioni laterali. (mai nello stesso posto: io sono alineare).
Più tardi. Aristotele era un cretino. Monoculare, direi. Estremamente chiuso, pieno di pregiudizi, pomposo, pretenzioso, irragionevolmente colmo di ragione. Una formica cieca!
Altri più divertenti. Quando pensano c’è da stupire. Prendiamo Platone, ad esempio: geniale! Lui (incapace di ragionamenti lineari senza ricorrere al soccorso del dialogo) ha tuttavia intuito la mia natura oscura.
(Da voce contraddittoria): perché continui a confondermi? Io non sono te! Nella grotta ci sto io, se non ti dispiace. Stanne fuori!
Oh come sei noioso… davvero credi che esisteresti senza… Bé, lasciamo perdere: non capirai mai.
Dicevo: la mia natura oscura… Tuttavia un idiota! Ha avuto l’ardire di sostenere che io fossi buia caverna; il resto: parvenza. Dico, scherziamo…? E la mia infinita luminosità? Meglio Bergson. Avete letto? Quando parla di me fa poesia. C’è una certa soddisfazione…!
Però questi poesti…: estremamente noiosi! Sdolcignaccoli o cosmicamente persi nel fondo più discosto.
Quindi: chiudere il libro.

Oltre

Solita spedizione punitiva. Moltissime ogni settimana: metodicamente.
Estremamente ordinate. Con precisione militare, direi. Colonna per colonna, in silenzio e inquadrate.
Scendono. Dalla collina oltre il fiume (l’ho messa lì appositamente a fini variativi). Ora guadano… Ingegnose! Usano foglie d’acero, notoriamente robuste e inaffondabili. Carine!
L’ultima volta un disastro! Le foglie non ressero e…
Questa volta però va meglio. Sarà interessante quando arriveranno al campo, più o meno in tempo x (che lo calcolo a fare? Tutto è astrazione estrema).
Torno dopo.

Fantasie

Ne hanno da vendere!
Mi hanno attribuito di tutto! Borioso, instabile, collerico, vendicativo, clemente, pacifico, generoso… Alla fine la confusione è estrema: non ci capisco più nulla!
(Da voce contraddittoria): eh eh…!
Hai poco da ridere tu! Riguarda anche te…
(Sfogliando). Figurarsi poi… i padri della chiesa… gente con la coda in testa: miticamente arcaici. Hanno costruito architetture indicibili, fortunatamente instabili (come tutto quello che fanno). Ma chi ci ha pensato mai… ma chi vi pensa!
Alcuni persino offensivi. Vi sembra che potrei farmi impalare o giù di lì!? Come vi viene in mente? Cose da pazzi!
Sono pazzo?

Oltre oltre di là a destra… difficilissimo dire

Pazzia. In sintesi: sistema di riferimento collaterale, generalmente non accettato tranne che da chi lo adotta senza rendersene conto.
Rendersi conto: una fatica impossibile. Meglio, dunque, scivolare, lasciarsi andare, dimenticare.
Dimenticare. Possibilmente neppure ricordare. Dunque, non aver bisogno di cancellare. Sì, sarebbe meglio.
Lasciatemi stare.

Più in là più in là

Magnifico massacro!
Dannatamente feroci… degne di quando mi gira male (mi gira male?)
Nell’apparente caos: l’ordine stabilito dalla morte. Nulla da dire. Infatti: nulla.
(Da voce contraddittoria): la vuoi finire di attribuirti tutto? Questa è opera mia!
E tu la vuoi finire di crederti indipendente?!
Oh bé… non si può più nemmeno parlare… (Tace oscurato).

Cose di cose

Abusivamente distorto, consulto volumi nereggianti come d’inchiostro sperso. Spilluzzicare intorno.
Ad esempio (tra un biscottino e l’altro) si afferma che per rendersi conto di sé, l’essere (cosa si intenda poi col termine rimane da chiarire) debba necessariamente rendersi come nulla, cioè, praticamente, operare disgustose incarnazioni (tipo genere umano e giù di lì). Dunque, consegnarsi alla morte e, finalisticamente, essere per morire.
Ora (sorseggiando un buon tè) se per essere si intende io, cioè me stesso, intendo il sé soggetto, occorrerebbe per lo meno osservare che la questione non è tanto rinforzare l’essere della coscienza, ma la coscienza dell’essere (sottile, eh…? No, non l’ho detto io: tal Ricoeur) e che a quel certo soggetto il fatto di morire risulta piuttosto sgradevole. Vallo a convincere che lì sta il suo fine ultimo! (e comunque, non vi sembra un tantino esagerato? che tocca fare per far quadrare la metafisica!)
Molto neglio quel tale che sosteneva che la cosa in sé è del tutto inconoscibile. Certo che sono inconoscibile! Non vi azzardatre ad accostarvi, annusare, palpeggiare, saggiare e, comunque, tentare!
A proposito, tu che ne dici?
(Da voce contraddittoria): davvero ti interessa?
No!

Languori

Decisamente non dovrei leggerne.
Malinconici, nostalgici, languidamente morti (poeti). Dice che nutre l’anima. A me personalmente provoca orticaria. E tuttavia, come per male oscuro: provare anch’io.

Siamo venuti qui tu per patire
io
per annotare questa tua tristezza
con angoscia assiepata
nella ripetizione dei tuoi giorni
nati di notte e scuri
mentre sfiamma
questa candela che mantengo viva
poca luce nell’aria
che ti consegno con le mani piene
e notte dopo notte notte ancora
sostengo
la fatica di stare
fino a quando nell’alba
striature d’arancio verde ocra
nel tuo sorriso
mentre ti scrivo l’anima
cadente
da un firmamento rotto.
Per questo
lascerò un colpo d’ala per gli amici
che stanno
dove la vita scorre senza dire.

Non avrei dovuto farlo. Adesso sto male.

Considerare alquanto: delirando. (Qui non manca occasione)

Stanco di queste mura inseguo lucciole. forme di desideri indandescenti; ricordi, più che altro fasulli e costruiti ad arte per lenire. Tu mi tormenti sadica, senza essere stata. Per questo più desiderabile e convessa, mentre ricerco algebre lineari per smentita d’ogni mio turbamento. Ma la camicia ferrea che indosso impedisce la corsa: cado. Né braccia ad afferrare. Dunque, solo di lingua.
Esempio:

Nella corsa del fiato
di non risolto fondo di respiro
notte distende trasvolato andare
tra dialoganti attimi
d’aria veloce dove ti rincorro
nei folgoranti annunci delle stelle.
Infinitesimale lumescenza
lucciola fioca di notturno amore
proponi inseguimenti
e desiderio
volo la scia fuggiasca
verso il liuto cadente
del tuo lume fugace.

(Mi hanno tolto la penna).

Ancora più in là, ma non saprei

Privo di voglia e sogni: non so dormire.
Io non ho mai dormito e ricordare è il prezzo.
Senza scampo da veglia. Almeno nella notte che non vuole, qualcosa sfugge e stelle danno luce senza luce. Lontante; solo apparentemente: almeno sembra. Ho bisogno di una distanza estrema.
(Da voce contraddittoria): non ti libererai di me.
Oh tu… tu.
Nell’infinito nero: svicolare. Ma non so perdermi. La mia presenza asfissia. Potessi almeno…
(Da voce contraddittoria): vuoi che ti uccida?
E tu, vuoi suicidarti?

(Con pensiero improvviso): dunque perché no…

Nella notte di notte

Fulgidamente notte.
Diffusa, d’inconfondibile immenso tremolare, penetri come faro le mie vene d’oceaniche strade senza senso. Nel tuo tremore, tremo. E diffusione lattea di luce.
Spandersi. E mi dileguo, come se fossi d’anatra le ali quando il vento raccoglie l’anima spersa altrove.
Le formiche mi annoiano.
Senza di te: perduto. Io non ho casa, luogo, focolare: il tutto è nulla. Vorrei raccogliere le briciole che sono in un unico punto. Puntiformarmi, dunque. E nel punto, essere altro da solitudine perenne. Senza riscontro, difficile trovare soluzioni. O concludere.
Se la pazzia non fosse solitudine, io avrei compagnia: una folla di morti. Anche tu, demone senza sole, avresti casa e amici: tutto il male del mondo.
(Da voce contraddittoriao): l’hai sempre con me, eh…!? Ed io allora chi sono… non ti basto…?
Tu tu tu… non sei che una scissione!

Notte diversa notte notte ancora: scivolerò. Nel tuo silenzio d’eco delle stelle, annegherò la folla dei miei nomi. Nessuno: sarò come tu sei.
Ardere ancora: inutilmente vano. Quando sarà, leggimi: qualcuno scriverà che sono morto.

Oltre nelle ore (imprecisato)

………………………………………………..

 
 


ostaggi

 
Desiderare altrimenti (226x320)

 
 

Dodicesimo anno, sei giorni, ventidue ore, venti minuti…
Vagabondando un po’= dilazionare.
Masìmasì: chi me lo fa fare a espormi?
Per cui, arrivederci.
Facilissimo sottrarsi: basta stravolgere.
Cambiare; perciò riscrivere, all’occorrenza falsando. Punto: cosa?
Appunto, cosa?
Che nessun luogo è il luogo. Né storia. Né parole.
Bianca l’assenza del vagare. Come d’inchiostro pagine mancanti. Inesistenti, pertanto. Di impossibile, cioè, lettura, impaginazione, resoconto. Senza capo né coda. Dunque: senza. Temo, però, qualunque sia la forma: inevitabile parlare di me.
Pertanto, schivare (mica riesce sempre…) definizioni stringenti. Astrarre, annebbiare, evaporare. Quindi accertarsi: che non restino tracce. E nell’abisso che non rappresenta calare antenne prive di sensori onde confondere il niente che mi cela. Nell’opera del nulla.
In pratica, in principio.
A mio
perfetto
agio:
nel ventre della vacca.
Glù = a garganella: ingrassare gratis.
Non ho ben capito cosa sia la pappa che mi propinano, comunque è buonissima. Rischi? Nessuno: assaggia prima lei.
Estremamente nutriente (provare per credere…). Senza complicazioni o inutilità (di sforzi sovrapposti). Ben equilibrata, gustosa. A me piace.
A lui no (il pazzo). Che insinua, nelle ore d’affitto, vasti dubbi. Con socchiuso occhio trasversale.
Appena sbieco (sta sempre di traverso). Vigliaccamente dietro. Sospetta (dice per mestiere…). Pazzo.
Noooo: non ci casco…! Mica facile (glù) fregare il sottoscritto…
Semplicissimo: basta mettergli addosso l’ambiente dove vivo. E non c’è più. Solo vacca. Dico: qui.
Né sa. Immagina neppure, lui che sospetta. Idiota! Anzi: pazzo.
Gli piacerebbe, ! A me no.
Dice: esca di lì, la liberi… sarebbe importante anche per lei…
Non ha capito che l’ostaggio sono io. È lei che mi tiene prigioniero…
Vabbe’: metà per uno. Però mi piace. In fin dei conti è divertente.
Se uscisse – dice – farebbe esperienze… Devastanti – dico io – Per cui: …
Sempre la solita storia. A volte però non rispondo. Lo lascio lì a cuocersi nel brodo del suo silenzio assurdo (se non collaboro non parla nemmeno lui). Mi addormento benissimo; tutto sommato se non rompe può anche essere una presenza rassicurante. Brutta cosa l’abitudine, ma io mi abituo a tutto. D’altra parte, nella mia condizione…
Quando non c’è divago. Divago spesso. Mi sembra un’ottima occupazione, assolutamente non impegnativa. Proprio quello che voglio; detesto gli impegni. Qui faccio come mi pare. Certo, c’è qualche costo, ma la scelta è compiuta (per questo mi ci sono piazzato).
Il sonno è un ottimo alleato; evito complicazioni e sto tranquillo. Sogni? Non sogno mai (non posso permettermelo). Solo a occhi aperti.
Non temo irruzioni quando dormo. Non osano entrare; sanno che reagirei in modo definitivo. Stupidi! Dicono che la vogliono salvare. Da che, poi…!? Lei sta benissimo. Come me: stiamo benissimo, noi.
Tuttavia, a volte: strani dubbi, contorsioni, evanescenze.. Siamo uno o due? Se siamo due, come faccio a essere io…? Sarà mica tutto lei…! Se fosse, la paga!
Queste disquisizioni mi provocano acuti mal di testa. Quindi evitare.
Ed evitando perfino di evitare, dunque niente, fingere comprensione e indifferenza. In pratica: girarsi dall’altra parte.
(Sbadigliando): Pronto… che ore sono…? Ah bene: buonanotte. […]

 

[tratto da Desiderare altrimenti e altri racconti, Fermenti Editrice, 2011]
 


trasfusioni

[tratto da  La notte degli orologi  di Giovanni Baldaccini]

(Ara Coeli, foto di giovanni baldaccini)

(Ara Coeli, foto di Giovanni Baldaccini)

Con lampo sinistro trasversale: sbirciare fuori. Come vetro appannato: gli spazi tra le nubi. Opaco; non si vede oltre. Se respiro, ancora più appannato. Notte vaga tentoni, offusca strada. Nebbia leggera sfiora la finestra con striature d’ali iridescenti. Inciampare. Poco più in là: gufo volteggia basso con lugubre lamento ripetuto. Presagio di funeste avversità o scarsità di topi? Difficile risolvere. Per cui: nascondersi. Occupato. (Possibile che tutti i nascondigli della casa siano già pieni…?) Problema: dove vado? Soluzione: da nessuna parte. Praticamente nel nulla. Cioè, affacciarsi sul portone di casa. Imbarazzante. Forme volano l’aria con parvenza di nubi stropicciate. Tra l’altro: rinfusano volteggi. Strane facce pipistrellanti faceva l’aria fosca della sera scheggiando mura e il sonno delle case. Se le tocchi, svaniscono. Pioggia leggera sfuma il paesaggio addensandosi in pozze non conchiuse (significa traboccanti). Acqua dilaga selciato (se ci passi sdruccioli). Dalla mia postazione: quasi quasi esco. Magari dilago anch’io. Allagare, allora, puntiformi sistemi di riferimento e, in tal modo, variare forme ormai usurate. Divagare, anche. In briciole di gocce che scompongono sostanze non chiarite. H2O = convenzione. Chi potrebbe dirlo davvero…? Confondersi. In indifferenziate vacuità di forme sempre cangianti ove sparpagliare limiti angusti. Che finalmente spaziano, saziandosi di nulla. E luci fluttuanti delle stelle tra nubi dense e polvere di luna. Esther passava.
Esther passava. Raccoglieva foglie che la stagione radunava in basso. Radunava le foglie la stagione portate con il vento da lontano. In quelle foglie, il viso: giallo come l’andare delle cose. Un’onda che rientra e lascia nulla – pensava Esther. Schiuma di mare che la sabbia asciuga. Un corpo scarno, smagrito fino all’osso, sepolto dentro il vento e la memoria che non ricorda. E ignora: vaste forme. Vede soltanto dove a volte inciampa. Vede l’istante la memoria cieca che riesuma visioni inaridite. Che ferma, per l’istante in cui resta per poi dimenticare. Ancora.
Esther passava. Anch’io.


L’osservatore

(foto di luciana riommi)

(foto di luciana riommi)

Plasmatica la notte: nebulosamente.
Spremere stelle dall’avvolgente nero. Che resiste, occlude, confonde con bagliori involontari e densità di gas sovrapposti.
Penetrare dunque: reticenze. Spaziotempo contrario (sempre indietro, almeno dal punto di vista di chi osserva) e viaggiare incertezze svantaggiose a dispetto dell’intelletto chiaro. Non capirai, per quanto tu ti sforzi = solo approssimazioni. E tanto basti per rischiarare un vuoto sempre intero.

Come onda che gonfia vasto mare, sʼappressa alla mia casa e deglutisce quel minimo di me che ancora resta. La battaglia è perduta: trionfo del declino. Io, esponente perduto di un Impero del Nulla trionfante, navigo la mia fine allucinata senza pinne né branchie nella palude di un mare troppo nero.
Deborderò dalla mia nave stanca. Naufragare. E tuttavia (con sorriso sgusciato) sarà un addio pensante.

( da L’osservatore ovvero la mistica mortale di Eros, Fermenti Editrice, Nuovi Fermenti/Narrativa, 2013)


Viaggio al termine della notte di L.F. Céline

Azzardo un’interpretazione. Mi sono sempre chiesto come un essere abietto, quale Céline era, un collaborazionista, un simpatizzante nazi-fascista, e tralascio altre definizioni sgradevoli, abbia potuto scrivere un capolavoro, un’odissea sublime, come Viaggio al termine della notte. Un enigma all’apparenza insolubile.

Pure una soluzione c’era. Per trovarla, occorreva considerare il libro come tale, ma soprattutto come uno specchio dell’uomo che lo ha scritto. Dunque, una complessità, non un semplice libro. Per orizzontarsi in questa complessità occorre uno sforzo: non lasciarsi andare alle parole e a ciò che esprimono attraverso uno stile meraviglioso, ma ricordarsi sempre allo stesso tempo di chi le ha scritte. Il romanzo racconta la storia di un perfetto imbecille che, per compiere un atto apparentemente privo di qualsiasi senso, si ritrova immerso negli orrori della guerra. Questo imbecille è Céline stesso. Il giovane Céline: guascone, irriflessivo, con la tendenza a disperdersi nell’esteriorità del vino, delle donne, dell’assenza di ogni significato. Un essere totalmente esteriorizzato, privo di qualsiasi contatto con la propria interiorità. Che tuttavia c’era e gli ha dichiarato guerra. Da qui l’incredibile. Assistiamo infatti, nello svolgersi del romanzo, alla più impensabile delle trasformazioni: da perfetto idiota a santo. Come è possibile? Il personaggio di Céline, dunque Céline stesso, attraverso l’orrore impara a muoversi nel non senso, a prenderlo in considerazione. Si accorge che l’orrore c’è, esiste, e non è soltanto la guerra: è la vita. E in quell’orrore bisogna muoversi, vivere, imparare a sopravvivere. Quell’orrore va curato, e il medico che quell’imbecille era se ne prende infinitamente cura. Di sé si prende cura finalmente, dell’orrore che è, e in quel prendersi cura riscatta la frattura nella quale ha vissuto da sempre.

Un romanzo straordinario: una cura. Peccato che tutto ciò sia avvenuto a un livello non percepito, potrei dire soltanto immaginato. L’uomo Céline è rimasto quello che era: lontano dall’artista. Fu considerato una vergogna per la letteratura francese: non se ne vergognò mai. Il personaggio del romanzo avrebbe tutte le ragioni di non vergognarsi; Céline no.

Céline


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: