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Dell’insignificanza di significare

Ginevra non è nata in Cornovaglia, ma questo non ha alcuna importanza.
Riflettevo talvolta: nascere dove? Un pensiero stupido. Il punto è: nascere come?
O addirittura: come nascere? Ma si potrebbe aggiungere: nascere?
Bisognerebbe infatti domandarsi: cosa nasce? Quanto al “chi” è questione che afferisce agli anni. Spesso passano invano.
Dunque, si potrebbe non nascere pur essendo nati. “Cosa” nasciamo tutti. Quanto al “chi” è questione diversa. Inoltre, disseminata di molte sfumature.
Si può nascere molti e, senza dubbio, molti divenire. Dunque sfuggente chi sono stato o sono. Il chi sarò è un enigma.
Ma Ginevra non è nata in Cornovaglia. Neppure io. Come si spiega il fatto che l’ho amata?
Ah, certe volte la notte pone dubbi.
Scorrevano frattanto formazioni: inaudite stelle.
Nascere seme. E ripetutamente sorvolare terre adatte, inconsuete forme, a volte la pazzia. Nascere allora pazzo. Chi dice che non sia?
Sua sorella lo era ( di Ginevra, dico): Ofelia.
Pazzia come rifugio. Generalmente dal dolore. Non è che Ginevra se la passasse meglio.
Adesso non cominciamo con le solite storie, tipo nascere vento. Queste sono astrazioni da poeti. Io parlo di una cosa ben visibile: nascere cosa. Il punto è l’anima. Essa è indispensabile per nascere. Dunque, di nuovo: poeti.
Dicono di saperne qualche cosa: l’anima li fa scrivere. Sembra pertanto che per nascere bisogna essere scrittura.
Ah, miserevole il mio analfabetismo a_nimico. Chissà chi sta scrivendo.
D’altra parte lo sanno tutti: io sono nato cosa. E comunque non in Cornovaglia. Neppure in Messico, Afghanistan, Palmira. Ecco, forse lì mi sarebbe piaciuto: rivestirsi d’antico. Tradotto in termini cosali: sono morto. Siamo allora sicuri poi convenga nascere?
Diceva qualcuno: “essere per la morte”: questo delimita l’essere, gli conferisce concretezza. Giustissimo, Ma non mi sembra un programma appetibile. Tuttavia inevitabile.
Dunque capisco gli evitamenti, le fughe, l’ostinato dissimularsi in altre forme. Un fiore, una carota, un fatto ambiguo. Spesso un governo, o esponenti più o meno indecifrati. Spesso un movimento politico; sì, perché no; o un’epoca di scomparsa umanità.
Non serve: siamo fatti tutti della stessa sostanza originaria: solo la forma cambia. Il che vuol dire che muoiono anche le carote. Lo so, è poco poetico, ma è un fatto.
Nascono i fatti? Continuamente. Ma per favore, non restiamo ai vagiti, cerchiamo di capire: quello che manca è il significato. Dei fatti si può parlare all’infinito, ma che significano? Tuttavia, è impossibile negare, che certe persone (cose?) non significano niente. Un’epoca no; un’epoca significa sempre qualche cosa. A volte è meglio non dirlo in giro.
Occorrerebbe allora, nel lungo processo di trasformazione delle cose che sempre tali restano, nascere significato. Sì, mi sembra l’unica forma di garanzia. Difficilmente nasce un significato. Se avviene, è certo che non muore.
Ah, questa mia insignificanza di significare! Anche questo è morire. Dunque, esisto.


Ottobre

rembrandt disegno

Io sono nato quando si riposa

il tempo nella terra e torna sera.


anime

r01

Comunque si accostava
come una conseguenza inevitabile.
Noi restavamo immobili
in assenza di vento
mentre la notte si aggirava in alto
con la solita faccia della luna.
Tu mi apparivi argentea
e il tuo respiro
come un vapore inedito.
All’alba: prima pioggia.
Incerto ti chiedevo:
nasceremo?
E il tuo sognare insolito:
forse una prima mossa.


mediterraneo

onde

(immagine del web)

Me lo porto di taglio di prospetto
o in una cucitura della vela
come fosse un andare
dove l’acqua si perde in forma d’acqua
e la terra vacilla
tra fratture di semi e oscillazioni
diverse le stagioni:
non restare.
Me lo porto a bisaccia quando il vento
muove le mie prigioni ed i torrenti
spargono
polvere di montagna
frasi oscure
e gli attimi recisi dalla vita
perduta
la mia maledizione di sognare:
rimestare.
Me lo porto di sera quando piove
per ripararmi dalle angolature
di gronde dei palazzi e scarse stelle
io mi porto la pelle
che sono nato dove c’era sabbia
e la malinconia fitta di sera
porto una cosa che non sa parlare:
ricordare.
E te lo porto quando mi distendo
a bagnarti il cuscino
fraintendo
le tue lacrime azzurre ad ascoltare
vento di me che piego e mi ritraggo
onda
che dipingo e trattengo
nella mia vocazione:
ritornare.


giorgio manganelli

riflessi

(foto ed elaborazione di luciana riommi)

 

Io mi divido
in giacca e calzoni e cintura
e ancora mi disgiungo
in cravatta e camicia
e mi scindo in cranio, in polmoni,
in visceri e pube,
e mi distinguo
in ogni cellula
che senz’amore s’accosta
ad altra cellula.
Così, casualmente, sussisto:
poi chiedo in prestito
la forza che congiunge
l’uno all’altro i miei volti possibili
all’improvviso sacramento
d’una chitarra,
al riso dell’amico,
allo squillo consueto del telefono,
nell’attesa distratta
d’una voce che perdoni la mia spalla,
la mia gamba, la mia dolce cravatta:
nell’oziosa attesa
del sacramento della nascita.

Giorgio Manganelli, per me uno dei maggiori scrittori del novecento, dotato di sguardo acutissimo e ironia inevitabilmente sovrumana dato che non amava frequentare l’umano tranne che nelle forme della scrittura, dove riduceva l’uomo non all’essenziale ma all’inessenziale, perché per lui non esisteva nulla di essenziale.

 


23 ottobre

Caravaggio_-_David_con_la_testa_di_Golia

siamo perduti
se non sciolgo le mani e non confesso
l’ insostenibile frattura
forme di labirinto
e maschere
al santuario basso
dove persino dio non mette piede
e cercavo almeno di nascondermi
al transito a scomparsa
che percepivo a fiuto
dalla stanza segreta di mia madre
nelle grida
il clamore
il tintinnio dei ferri
mentre tentavo almeno di spiegare
il mio scompenso
l’indignazione
il furto
di questa mia distanza
da un futuro legato al suo passato
prima che ancora
e nell’indignazione
io mi giravo ad angolo
e mi coltivo
e stanco
mi dimeno.


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