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una mattina qualunque verso sera

 

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La solitudine sì, quella era sempre la stessa
e si presentava la mattina con una folla di ricordi
per dirgli che era rimasto solo
perché tutte quelle persone, quelle cose, le stanze, le strade, i dialoghi e gli anni,
erano tutti morti, diceva, non c’era più nessuno,
non ci poteva parlare davvero, tranne che nei sogni
che gli presentava uno ad uno, la mattina, nei biscotti col latte,
e la sera, nei biscotti col latte, aveva paura di specchiarsi, di rivedersi, di mangiarsi
e l’elettrauto era morto, il professore era morto, gli amici erano morti
ed erano morti i fischi nella sera, quando venivano emessi per ritrovarsi,
santo dio era morto tutto, gli diceva, e tu cosa ci resti a fare, domandava,
che non hai neppure il ponte di una nave per aggrapparti al nulla
di questo immenso mare che ti allaga
la strada dove vivevi e le strade vicine, mentre vicino ti resta solo quello che non c’è
e la tua dannata solitudine, che ti sei fatto vecchio, poveretto,
e guarda che stai annegando, gli diceva, cercati una nave
che il tempo non galleggia e ti serve un passaggio, un ventre almeno
dove infilare tutta la galassia delle cose che hai lasciato per strada
– a proposito, perché le hai abbandonate? –
non ti sei portato dietro niente, tranne questi ricordi, pesantissimi perché non hanno corpo
e quel che non ha corpo poi ti pesa, nel tuo, che, guarda, mica ha più tanta forza,
non ce la fai a sorreggere la cupola di San Pietro che vedevi dalla finestra,
il quartiere dove hai abitato e tutte le cose che hai detto,
che vi siete detti, detti vi siete, un’infinità di cose,
che l’infinito non è fatto di stelle ma di anni e tutto quello che ci è successo dentro
ma dove vuoi che metta tutta questa roba che ti porto la mattina
e pensare che sono solo io, sola come conviene a chi sta solo,
e mi pesi moltissimo.


il disagio del disagio

Nota dell’autore

Offro in lettura un capitolo del mio “Il declino dell’Impero del Nulla”, specificando che il termine declino assume nella fattispecie valore positivo, nella misura in cui il nulla, per evolvere, non può che declinare.

 

PDF free download

 

 

il disagio del disagio

 


Alcune “chiuse” di I. Brodskij

Tratte da I. Brodskij, “E così via”, Adelphi, 2017

Vorrei che tu fossi qui, cara mia,
in questa parte di terra
mentre seduto in veranda
sorseggio una birra.
E’ sera, il sole cala;
i ragazzi urlano, stridono i gabbiani.
Che senso ha dimenticare
se poi alla fine si muore.
(I. Brodskij, Una canzone)

Raro,
forse il solo visitatore
di questi luoghi, ho il diritto, credo,
di descrivere senza abbellimenti
quanto osservato. Eccolo il nostro piccolo Valhalla,
la nostra tenuta molto trascurata nei domini
del tempo, con un pugno di anime censite,
con terreni dove forse non è dato
a una falce affilata imperversare troppo
e dove i fiocchi di neve turbinano lenti, perfetto
esempio del contegno da tenere nel vuoto.
(I. Brodskij, Postilla a previsioni meteorologiche)

Quando, solo su un deserto altipiano, stai
sotto l’immensa cupola dell’Asia nel cui azzurro
di rado un angelo o un pilota diluiscono l’appretto;
quando sussulti al pensiero della tua pochezza
ricorda: lo spazio, al quale, sembra, niente è necessario,
ha un bisogno estremo, tuttavia,
di uno sguardo da fuori, di un criterio del vuoto.
E solo tu puoi servire a questo scopo.
(I. Brodskij, Insegnamento)


alle volte mi chiedo di te

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Alle volte mi chiedo di te quando l’inverno
mi ricorda i tuoi passi, il bisbigliare
che mi compare accanto mentre il vento
circonda questa casa e queste ore
e passeggiando l’aria ti domando
se hai bisogno di nulla
o se il tuo nulla
ha bisogno di me per riposare.


il tempo della crisi

Ieri un amico, riferendosi ad alcune mie piccole difficoltà personali, mi chiedeva se era finita la crisi, domanda legittima ma cui non c’è risposta. La crisi, infatti, non è fenomeno passeggero, qualcosa che ci viene a trovare, saluta e se ne va: la crisi è fenomeno che riguarda l’esistenza.

A mio avviso, non esiste esistenza senza crisi, dato che quest’ultima è uno status che riguarda la coscienza e, senza crisi, non esiste coscienza. La coscienza è per se stessa crisi, rompendo, come fa, lo status originario di indifferenziazione con l’inconscio. Esistere è rottura, è crisi, tanto che ci sarebbe da augurarsi che una crisi non passi mai.

Un’altra amica mi ricordava che il sonno della coscienza genera mostri (credo citando Shakespeare). Ecco, io spero di rimanere sveglio e che la mia crisi non mi lasci addormentare.

Crisi è, tuttavia, anche quando la coscienza si addormenta e i “mostri” prendono il sopravvento. Crisi è assenza, mancanza, effetti degenerativi di diverso genere. Questa non è la mia crisi, ma di questa parlo in un breve articolo, già pubblicato su la Rivista Fermenti, che qui propongo in formato PDF, leggibile o scaricabile,  per chiunque avrà la pazienza di leggerlo e, inevitabilmente, andare in crisi.

Auguri!

 

(articolo segnalato anche su la Rivista letteraria “Il Segnale”

Baldaccini-Il tempo della crisi

 

IL SEGNALE n. 932012

 


Andrea Zanzotto: Così siamo

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Dicevano, a Padova, “anch’io”
gli amici “l’ho conosciuto”.
E c’era il romorio d’un’acqua sporca
prossima, e d’una sporca fabbrica:
stupende nel silenzio.
Perché era notte. “Anch’io
l’ho conosciuto”.
Vitalmente ho pensato
a te che ora
non sei né soggetto né oggetto
né lingua usuale né gergo
né quiete né movimento
neppure il né che negava
e che per quanto s’affondino
gli occhi miei dentro la sua cruna
mai ti nega abbastanza

E così sia: ma io
credo con altrettanta
forza in tutto il mio nulla,
perciò non ti ho perduto
o, più ti perdo e più ti perdi,
più mi sei simile, più m’avvicini.


imbrunire

 

 

 

 

stammi nel senso fermo dello stare
sul braccio abbandonata
e sulle labbra
diversamente abile
noi siamo stati flusso
faro
notte
senza fiato la veste e le tue ciglia
un imbarazzo stabile
un fermaglio
la conchiglia
dove forzo la notte a sostenere
il tuo destino a caso sulla pelle
consolidante involucro
e la terra
che ti gira dintorno
come un cruccio velato d’imbrunire


ingeborg bachmann: nella penombra

(Rothko)

rothko

 

Ancora mettiamo entrambi le mani nel fuoco:
tu per il vino del lungo fermento notturno,
io per la mattinale acqua sorgiva, che non conosce i torchi.
il mantice attende il maestro, in cui confidiamo.

Non appena l’ansia lo scalda, il soffiatore giunge.
Va via prima di giorno, arriva prima del tuo richiamo:
è antico, come la penombra sopra le nostre ciglia rade.

Di nuovo egli fonde il piombo nella caldaia di lagrime:
per una coppa a te – occorre solennizzare il tempo perduto –
a me per il coccio pieno di fumo – che sarà versato nel fuoco.
Mi scontro così con te, facendo tintinnare le ombre.

Scoperto è chi esita, adesso,
chi ha scordato la formula magica.
Tu non puoi e non vuoi conoscerla,
bevi sfiorando l’orlo, dove è fresco:
come un tempo, tu bevi e resti sobrio,
le ciglia ti crescono ancora, tu ancora ti lasci guardare!

Io con amore all’attimo protesa sono già, invece:
il coccio mi cade nel fuoco, piombo mi ridiventa
qual’era. E dietro al proiettile sto,
monocola, risoluta, defilata,
e incontro al mattino lo invio.


la Cosa (tratto da)

(Henri Cartier Bresson)

(C.Bresson)

Rimirare stivali: su tavolo a fronte naso. Scintille, stelle e raggelanti lampi di vernice. Strusciare anche: per provocare guizzi.

Inanellare anelli. Il capitano Folk si sentiva soddisfatto, mentre lampi grigiofumo azzurrati gli uscivano dal naso, aspirati da un sigaro arrogante.

Lo colse un torpore ammorbidente, come dopo operazioni con femmine di strada. Vacillò, traballò, si addormentò.

Risuonare. Solo risuonare di stivali. Era un rimbombo vuoto di rumore, sospeso, raggelato. Ripetuto e veloce, perché l’unica cosa certa era che Folk correva. Correre allora, in tondo, senza sapere dove.

Folk che corre. Gira e rigira, come in un solco sempre più profondo. Sprofonda Folk.

Sprofondando, capiva che doveva fermarsi. Non poteva. Se si fosse fermato, la cosa che lo inseguiva lo avrebbe raggiunto. Non voleva essere raggiunto.

Nemmeno sprofondare, ma non esisteva alternativa. Rincorso da un rantolo profondo, un brusìo che veniva da lontano, eppure vicinissimo. Incuteva terrore

Terrorizzato, Folk continuava a precipitare nel binario cieco della sua corsa. Sopra di sé intuiva i solchi che aveva tracciato e la superficie appariva sempre più lontana.

Intuiva, Folk, senza vedere; si avvitava nel buio. Anche la cosa da cui si sentiva braccato non era visibile: solo ansimare. Tuttavia denso, colmo di presenza. Con una particolarità – almeno questo sembrava a Folk mentre correva: quella presenza era pura assenza.

Inseguito dall’assenza, Folk sudava. Quella cosa sgretolante, asfissiante, sembrava capace di divorare il mondo e rinchiuderlo in un ventre senza fine. La sentiva correre dietro di sé, avvicinarsi. Avanzava, la cosa, col rimbombo di tutto il nulla del mondo. Fino a quando lo afferra.

Folk con la faccia di cane. Che latra, si contorce; adesso morde. Lascia un segno di bava frammista a sangue gocciolante. Osservare con enorme stupore.

Folk che si gira, rigira piantato dentro i suoi stivali grandi. Visto da dietro ha la coda.

Sorride; poi digrigna. È confuso.

Dai, vieni qui: leccami la ferita…!

Nel mischietto: puzzano bava e sangue combinati.

Tralalalalà… Significa che ce ne andiamo saltellando. Poi, guardando indietro: sembra un addio.

In quell’istante bussarono alla porta e il sogno defluì dal cervello. Dove defluisse non è noto.

Alzò gli occhi e rimase in ascolto. Sera vagava incerta alla finestra con frusciare di foglie trasportate. Sarà il vento – pensò. Bussarono di nuovo. Un tocco breve, sottile, come la mano a cui lo attribuì.

Stava sul pianerottolo, in penombra, le mani strette in grembo, gli occhi a terra, i capelli raccolti sulla testa con un elastichetto a contrastare il fasciame debordante delle ciocche. Era esile, insicura; era penombra, come le scale dove sostava. Alzò gli occhi, riversando l’incertezza che contenevano nella luce che fluiva dalla porta.

È ancora valido quell’invito a cena…? – Mormorò d’un fiato.

Sulle prime non seppe che rispondere. Poi, la risposta gli crebbe dentro, salì fino alla voce, esplose sotto forma di un enorme, irrefrenabile, incontestabile, non smentibile, irrinunciabile: sì.

Vide che sorrideva. Sorrise anche lui.

Quella notte, mentre la luna sfarfallava quieta nel suo alone di luce trafugata, nella soffitta il telefono squillò.

Sì…?

Come faccio a esistere?

Come…? Chi parla…?

Sono Folk! Come faccio a esistere?

Folk… non è possibile… tu non esisti…!

Appunto; come faccio a esistere?

Sbrindellare pensieri. Non sono tali (per questo sono sbrindellati). Stupire, anche. Allucinare vuoti di parole (non c’è niente da dire). Tacere, allora.

Pronto… mi senti…? Dai, ragazzo: c’è poco da scherzare…

Sentono voci: i matti. Almeno così dicono. È così che si diventa pazzi? Bè, in fin dei conti, se sono pazzo posso anche rispondere.

Folk, accidenti a te… lo vuoi capire che non ci sei…?

Certo che non ci sono: per questo ti telefono. Mi hai confinato in un mondo d’ombra popolato di parvenze. Mi hai dato un ruolo che neppure mi piace. Dì un po’: non potevo stare nella resistenza…!? Detesto le divise, detesto gli stivali, detesto le iniezioni. Ma come ti è venuto in mente…!?

Oh, senti… non rompere!

No, guarda: sei tu che hai rotto. Vedi di fare qualcosa!

Pensare in fretta: costui è pazzo! Certo che lo è… se sono impazzito io… Benebenebene: apprestare rimedi.

Allora (conciliante): cosa pensi possa fare per te?

Ah, non lo so! Trova tu una soluzione; sei tu che scrivi…

Studierò il da farsi.

Eh no, non mi freghi! Io voglio stare dove stai tu. Preparami uno spazio.

Perché vuoi venire qui… non è tanto comodo…

Prova tu a venire dove mi trovo io! Ad avere a che fare coi nazisti, i cadaveri, la polizia! E questo è il meno; sai qual è il guaio? Tutto questo non c’è. Mi hai condannato a stare nella cosa. L’hai vista mai, tu, quella cosa lì…? Pensaci un istante…

Bè… non credevo…

Troppo comodo! Facile liberarsi di me così! Hai dimenticato una cosa, ragazzo: i morti non esistono. Se non si può evitare, almeno voglio esserlo davvero. Adesso vengo.

Si svegliò con il cuore che sbatteva. Stropicciando gli occhi, si alzò per bere un po’ d’acqua. Istintivamente cercò gli stivali.


Rappresentazione e significato (tratto da Scrivere il nulla scrivere di nulla, in Rivista Fermenti 2014)

(foto ed elaborazione di luciana riommi)

immagine di luciana riommi

 

Rappresentazione e significato

(tratto da Scrivere il nulla scrivere di nulla, in Rivista Fermenti 2014)

“Il poeta ha per destino di esporsi alla forza dell’indeterminato e alla pura violenza dell’essere di cui non è possibile fare nulla, e di sostenerla coraggiosamente ma anche trattenerla in sé imponendo il ritegno, il compimento di una forma […] Ma compito che non consiste nel consegnarsi all’indeciso dell’essere, ma nel dargli decisione, esattezza e forma, oppure, come egli dice, ‘nel fare delle cose a partire dall’angoscia’” (M. Blanchot, op. cit. p. 122).

Qui Blanchot, assume posizioni kierckgaardiane se non anche riferibili ad Heidegger, ma poco importa. Quel che conta è che scrivere è operare nel nulla, fare del nulla qualcosa di esistente: un linguaggio.

Come scrive Recalcati:
“Se, in effetti, l’opera d’arte è un’organizzazione testuale, una trama significante che manifesta una propria particolare densità semantica, questa organizzazione non è solamente un’articolazione di significati, ma un’organizzazione significante di un’alterità radicale, extrasignificante”. (M. Recalcati, Il miracolo della forma, Bruno Mondadori, Milano, 2011, p.39).

Questa alterità radicale è un luogo vuoto, come lo definisce Lacan nel Seminario VII, irriducibile alla significazione, che tuttavia proprio perché vuoto può far scaturire da sé ogni rappresentazione e dunque aprire al godimento del significare. Questo non vuol dire che la Cosa sia capace di parola, ma come l’Apollineo Nietzschiano si ridurrebbe a sterile forma organizzativa senza il Dionisiaco, lo stesso Dionisiaco non sarebbe altro che caos senza il sistema formale rappresentato dall’Apollineo.

Scrivere è allora un sapere non ancora pronunciato, un senso fondo denso di pressione, un’esigenza di dare nome al caos dell’informe e rendere l’indicibile di noi nome da dire. Un organizzare il diverso senza forma attraverso l’espressione di senso che non è mai pura ragione ma, mentre dice, sente il fondo in cui cammina e percependolo lo dice.


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