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Paul Celan. Da “Parte di neve”

 

 

 

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L’ANNO INCOMINCIATO
col suo cantuccio marcio
di pane illusorio.

Bevi dalla mia bocca.


Qualche volta una sera

antenne

(foto di luciana riommi)

 

Arresa, ti disimpegnavi tra le corde che ti avevo legato ai polsi, alle caviglie, intorno ai fianchi, il tutto rigirato sotto il letto. Adesso: sarebbe troppo facile.
Quindi, contemplare ancora un po’.
Esistere nella nudità: cose di mondo. Quindi, spargerti un velo.
Tu bisbigliavi complice. Non ho molta pazienza.
In queste condizioni, meglio leggere un libro.
Mentre dimeno gli occhi tra le righe: forse ti addormenti.


per trascorrere il tempo

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(immagine di jamie heiden)

 

Quindi mi volgo dove sta la luna

come fossi una sera:

un effetto ordinario.


latitanza

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Dunque
poche parole
se scintille
si imprimono
gettandomi nel panico totale
mentre vorrei distogliermi
dall’orologio che violenta il sonno
dove mi seguo inutile
ma
tu non gradisci il mio silenzio statico
e fai di me un richiamo
costringendomi a sforzi sovrumani
riempiendo il mio quaderno dei tuoi appunti
con lo scopo preciso di ordinare
questo caos solenne
dove tutto si sfoglia e si dirige
alla mia latitanza
dove consumo il nulla
in una sottrazione volontaria
che insinuo
dovunque scorga un nome di mancanza
e dissipando la dissipazione
mi trasformi in disastro
costretto a decimare nel ritorno
l’aria
l’assenza
la destinazione
che non abbiamo dato
dove vegeta il mondo
e la sua gloria.


verso ancora (nuova versione)

a

Aspettami sotto casa

verso domani o ancora

e se il cielo è di pioggia

indossa

qualche nuvola sparsa

e una frase comprata a un carrettino

ma le domande

tirale sottovento

altrimenti gli odori copriranno

tutto il gusto d’amaro.

Non assicuro niente:

tu rimani

e l’ombrello appoggiato contro il muro

legaci fazzoletti

e vento

che lo gonfi di sera

come una spedizione di frontiera.

Mandami qualche cosa da scordare

un biglietto forato

una conchiglia

un fiore.

Io non lo so se vengo:

capirai.


amore in qualche modo

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amami a struscio
come una conseguenza inevitabile
senza fare rumore
ed instancabilmente nella penna
quando ti scrivo di dimenticare
amami indulto
che le ginocchia sono consumate
amami senza scarpe tra le viole
nei limiti di terra
nei pensieri
nell’al di là nel fieno nel tepore
che mi scaldo nel vino
e spina
se mi ami diniego
quando vaneggio vento e spingo mare
e nella forma alterna
ama i miei sforzi e il volo se mi piego
a soffiarti sul viso.


senza bagnarsi mai

 

si lasciano tracce
inavvertitamente
se la neve non copre e l’acqua stagna
si lasciano
canzoni
senza cantare un’aria
conseguenze
senza considerare
la mia violenza e il tuo
muto lamento
e si lasciano morti
negli angoli di strada
che non guardiamo mai
che la pioggia dilava le apparenze
e non mi bagno
si lasciano
come me stesso
al ciglio
all’osso sacro
al mio burrone


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