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latitanza

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Dunque
poche parole
se scintille
si imprimono
gettandomi nel panico totale
mentre vorrei distogliermi
dall’orologio che violenta il sonno
dove mi seguo inutile
ma
tu non gradisci il mio silenzio statico
e fai di me un richiamo
costringendomi a sforzi sovrumani
riempiendo il mio quaderno dei tuoi appunti
con lo scopo preciso di ordinare
questo caos solenne
dove tutto si sfoglia e si dirige
alla mia latitanza
dove consumo il nulla
in una sottrazione volontaria
che insinuo
dovunque scorga un nome di mancanza
e dissipando la dissipazione
mi trasformi in disastro
costretto a decimare nel ritorno
l’aria
l’assenza
la destinazione
che non abbiamo dato
dove vegeta il mondo
e la sua gloria.

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verso ancora (nuova versione)

a

Aspettami sotto casa

verso domani o ancora

e se il cielo è di pioggia

indossa

qualche nuvola sparsa

e una frase comprata a un carrettino

ma le domande

tirale sottovento

altrimenti gli odori copriranno

tutto il gusto d’amaro.

Non assicuro niente:

tu rimani

e l’ombrello appoggiato contro il muro

legaci fazzoletti

e vento

che lo gonfi di sera

come una spedizione di frontiera.

Mandami qualche cosa da scordare

un biglietto forato

una conchiglia

un fiore.

Io non lo so se vengo:

capirai.


Il cielo sotto Berlino

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Quindi la rotta scende bruscamente

come se il nord si fosse dislocato

le stelle vanno in basso e la città

sposta l’est sul ponente

lasciando spazio a un sole di tramonto

cadenti queste nuvole e la guglia

come un ferro invischiato.

Scendere dalle ali.

Pochi passi di striscio.

Tu roteavi azzurra senza scia

e l’alba il tuo trapezio:

non ti posso seguire.

Però schivare

la mia delusione

e l’attonito insensibile del grigio

se mi sento di piombo.

Quindi nulla.

Ormai sono venuto dove piove

e la sera fa freddo.

Portami

dove sale la luna.

(Tratta da “Il posto delle piaghe lucenti”. In lavorazione)


amore in qualche modo

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amami a struscio
come una conseguenza inevitabile
senza fare rumore
ed instancabilmente nella penna
quando ti scrivo di dimenticare
amami indulto
che le ginocchia sono consumate
amami senza scarpe tra le viole
nei limiti di terra
nei pensieri
nell’al di là nel fieno nel tepore
che mi scaldo nel vino
e spina
se mi ami diniego
quando vaneggio vento e spingo mare
e nella forma alterna
ama i miei sforzi e il volo se mi piego
a soffiarti sul viso.


cronaca di una farsa annunciata

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per quanto mi sforzi
non riesco a intravedere l’astro:
la mattina riluce
di una strana atmosfera svaporante
come se nevicasse
simile
a un disastro adornato.
Non ho preso il caffè
il margine
l’inconsistenza della consistenza.
Non ho preso:
non ne ho alcuna voglia.
Tuttavia prenderò quell’ascensore
la strada
le mie ruote
il tuo declino
e guardandomi in giro
non mi verrà alcuna voglia di prendere qualcosa.
Dunque non prenderò altro che ho preso
e sarà come prendere una rosa
da regalare al primo scioglimento
a un pettirosso sperso
una variante
una simulazione del destino.


senza bagnarsi mai

 

si lasciano tracce
inavvertitamente
se la neve non copre e l’acqua stagna
si lasciano
canzoni
senza cantare un’aria
conseguenze
senza considerare
la mia violenza e il tuo
muto lamento
e si lasciano morti
negli angoli di strada
che non guardiamo mai
che la pioggia dilava le apparenze
e non mi bagno
si lasciano
come me stesso
al ciglio
all’osso sacro
al mio burrone


Punto zero (2)

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C. Bresson

Svoltare insipido: dalla puzza e il biancore.

Distratto, il medico mi dice si rivesta.
Eseguo, con occhiata traversa agli strumenti.

Quindi avanzare rapido.
Vento da est scompagina la scena sotto scintille e sguardi:
sempre stelle, le solite.
Più in basso, come sporgenza, traballava la luna.
Certe volte, un cavallo a dondolare l’orizzonte.
Nell’argento che affonda, impalpabile mare di granelli cancella vista e passi.
Transitare?
Poi insorge: mulinello di correnti ascensionali. E montagne sbiadite a vista spersa.
C’è un oceano dietro, ma la bussola non segna punto zero.
Avanzare ancora?

Quindi in un bar per fare colazione. Un caffè; d’intorno tintinnii.
Un’occhiata a un giornale sul bancone, ma la concentrazione non è viva.
E mi sembrava di sentire il vento.

Dietro le spalle sabbia. Inutile voltarsi.
Le subitanee esplosioni seroastrali spazzano tracce. Misurare almeno.
Intanto, specchiarsi nell’insegna della luna (di solito, serve a passare il tempo).
Certe volte la pazzia conforta rendendo vane sciocchezze radicate.
Tranquillizzato, non so più dove sono. L’oasi morta è quattro giorni indietro;
tre giorni la città scomparsa; le rovine dal nulla.
Soffio e deserto.
Avanza.
Quando domani sorgerà asfissiante l’ustione che nullifica il cammino
non ci sarà più acqua per bagnare la bocca e il fazzoletto.
Per adesso: la notte.

Ripensando alla stanza d’ospedale: chissà cosa vuol dire “si riposi”.
(Quello mi vuole morto).

La navigante nuvola biancore non riusciva a schermare la calura.
Onde azzurrate: aria, riflessi, dune.
Anche nel mare il fondo è spessa sabbia.
Tuttavia faticoso; la resistenza dell’acqua è doppio intralcio
ma qui non c’è soccorso di creature disposte a trascinare uno che affoga.
Se provassi a nuotare?
S’accostava setosa vasta sera senza intralcio di linea d’orizzonte.
Stelle dall’alto invadono la volta proponendo anni luce:
nessuna direzione.

La fatica mi invade.

Una città. Inquieto cerco deviazioni. Non ho alcuna intenzione d’inoltrarmi.

Sfaccettati cristalli delle stelle spuntavano nel buio fratturato.
Raggi lunari fendevano leggeri la sera intabarrata di stupore.
Se li afferri: fantasmatiche architetture immaginali.
Chi dice siano inutili?

Fasci a ricordi lungo le spaziature della luna.
Divaricavo, come se fosse pagina la testa.
C’erano nuvole come a traversare.
C’erano: di vento.


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