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Qualche volta una sera

antenne

(foto di luciana riommi)

 

Arresa, ti disimpegnavi tra le corde che ti avevo legato ai polsi, alle caviglie, intorno ai fianchi, il tutto rigirato sotto il letto. Adesso: sarebbe troppo facile.
Quindi, contemplare ancora un po’.
Esistere nella nudità: cose di mondo. Quindi, spargerti un velo.
Tu bisbigliavi complice. Non ho molta pazienza.
In queste condizioni, meglio leggere un libro.
Mentre dimeno gli occhi tra le righe: forse ti addormenti.

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per trascorrere il tempo

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(immagine di jamie heiden)

 

Quindi mi volgo dove sta la luna

come fossi una sera:

un effetto ordinario.


latitanza

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Dunque
poche parole
se scintille
si imprimono
gettandomi nel panico totale
mentre vorrei distogliermi
dall’orologio che violenta il sonno
dove mi seguo inutile
ma
tu non gradisci il mio silenzio statico
e fai di me un richiamo
costringendomi a sforzi sovrumani
riempiendo il mio quaderno dei tuoi appunti
con lo scopo preciso di ordinare
questo caos solenne
dove tutto si sfoglia e si dirige
alla mia latitanza
dove consumo il nulla
in una sottrazione volontaria
che insinuo
dovunque scorga un nome di mancanza
e dissipando la dissipazione
mi trasformi in disastro
costretto a decimare nel ritorno
l’aria
l’assenza
la destinazione
che non abbiamo dato
dove vegeta il mondo
e la sua gloria.


verso ancora (nuova versione)

a

Aspettami sotto casa

verso domani o ancora

e se il cielo è di pioggia

indossa

qualche nuvola sparsa

e una frase comprata a un carrettino

ma le domande

tirale sottovento

altrimenti gli odori copriranno

tutto il gusto d’amaro.

Non assicuro niente:

tu rimani

e l’ombrello appoggiato contro il muro

legaci fazzoletti

e vento

che lo gonfi di sera

come una spedizione di frontiera.

Mandami qualche cosa da scordare

un biglietto forato

una conchiglia

un fiore.

Io non lo so se vengo:

capirai.


Il cielo sotto Berlino

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Quindi la rotta scende bruscamente

come se il nord si fosse dislocato

le stelle vanno in basso e la città

sposta l’est sul ponente

lasciando spazio a un sole di tramonto

cadenti queste nuvole e la guglia

come un ferro invischiato.

Scendere dalle ali.

Pochi passi di striscio.

Tu roteavi azzurra senza scia

e l’alba il tuo trapezio:

non ti posso seguire.

Però schivare

la mia delusione

e l’attonito insensibile del grigio

se mi sento di piombo.

Quindi nulla.

Ormai sono venuto dove piove

e la sera fa freddo.

Portami

dove sale la luna.

(Tratta da “Il posto delle piaghe lucenti”. In lavorazione)


amore in qualche modo

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amami a struscio
come una conseguenza inevitabile
senza fare rumore
ed instancabilmente nella penna
quando ti scrivo di dimenticare
amami indulto
che le ginocchia sono consumate
amami senza scarpe tra le viole
nei limiti di terra
nei pensieri
nell’al di là nel fieno nel tepore
che mi scaldo nel vino
e spina
se mi ami diniego
quando vaneggio vento e spingo mare
e nella forma alterna
ama i miei sforzi e il volo se mi piego
a soffiarti sul viso.


cronaca di una farsa annunciata

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per quanto mi sforzi
non riesco a intravedere l’astro:
la mattina riluce
di una strana atmosfera svaporante
come se nevicasse
simile
a un disastro adornato.
Non ho preso il caffè
il margine
l’inconsistenza della consistenza.
Non ho preso:
non ne ho alcuna voglia.
Tuttavia prenderò quell’ascensore
la strada
le mie ruote
il tuo declino
e guardandomi in giro
non mi verrà alcuna voglia di prendere qualcosa.
Dunque non prenderò altro che ho preso
e sarà come prendere una rosa
da regalare al primo scioglimento
a un pettirosso sperso
una variante
una simulazione del destino.


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