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l’oceano nella stanza

Ora dovrò necessariamente imparare

a navigare questa vecchia poltrona

e lasciare che i miei quadri galleggino

come le carte

e tutto ciò che in fondo non ha peso

ma non posso evitare di chiedermi

come potrà mai il tempo

entrarci per intero

e lasciarmi tranquillo

a imitare i versi degli uccelli

se continui a soffiarmi sui ricordi-


tra riflussi di costa

imgres

Forse veniva da vissuti incerti

ma questa malcelata fioritura

mi sembrava distratta

come se ritirasse i suoi giardini

dall’ombra della sera

e l’onda

che sognava vicino

un oceano immenso che circonda

non aveva più voglia di partire

e stabile

prolungava il profumo di risacca

alla mia costa

dove il silenzio tentava di intuire

quello che oggi non è ieri e forse

riversando pensieri tra le viole

e i tuoi diversi accessi.

Quanto a me mi applicavo

con tutta l’incertezza del momento

ai riflussi costanti della vita.


San Michele alla morte

 

Mont Saint Michel

                                                                                                                                         Mont Saint Michel

 
 

Io non ti troverò
non si rintraccia
l’impossibile senza
e tuttavia diffondo
orme a deserto
e grida
lampi
fulmini
occasioni
diramate dal vento
e rotolio di sabbia fino al mare
dove non si cammina ma ti chiamo
onda scagliata al suolo
rintracciare
l’abbacinante bianco
le tue cosce
i fianchi
il fondo
il seno
dove dove
e la malinconia guida la schiera
delle nuvole brade in cui m’annido
per scorgerti dall’alto
o notte
dentro sogni di voglia
frugo
e fulminante eseguo
volte di mondo ovunque
e spazzo il nulla
fino alla cattedrale sullo scoglio
nel vento di Bretagna
e fuga
nella marea che sale
arrampico le mura del tuo dio
e l’immagine al soglio
dove sputo la sabbia che ho ingoiato
annaspo
aspiro
penetro
m’indugio
presso l’altare in ombra
dove forse
qualcosa esisterebbe se volessi
ma ricade l’enorme ed io mi schiaccio
immagine assiepata
e le candele
cui presto cura per restare vivo
ed apro le finestre sfaccettate
al mare
entra l’odore e l’aspro
oceano immaginale
sto
statua assopita
lecco il tuo sale
frugo
le divisioni d’anima
nel sapore che hai.

 
 


Oceano

 

Suonare il campanello.
Quello (barbuto): allora giovanotto… come ti senti? Su, fatti forza…Insomma… benvenuto!
(Abbagliato): grazie… ma dove…?
Non lo sai?
No.
Dico, ti sarai mica suicidato? Guarda che qui non facciamo assistenza.

Dodicesima notte senza sonno
E roteanti immaginali stelle guizzano nei miei occhi come vento.
Padre Esteban, non dormo. Sono Juan, padre: ricordate? Il ragazzo che portavate a pescare, quando la luna si alzava a passo lento e la lampada balla nelle prime onde, oltre la costa ruvida del nostro Cile spento, minima striscia sull’oceano grande, troppo lungo e serrato per essere qualcosa.
Uscivamo coi remi, superando i frangenti di barriera, sotto le stelle a picco e la visione di questo mare grande che voi benedicevate, come le reti, che lanciavo con ampio raggio delle braccia tese. E i pesci, sui quali passavate il crocifisso, regalandoli all’alba sulla spiaggia ai bambini che si affollavano alla barca, piedi nell’acqua, mentre io tenevo a bada i cani. Erano bimbi piccoli, malati, con la rogna, storpiature, ferite non curate e tutti i danni che la vita procura anche a chi da poco si dibatte in questo mondo. Erano già vecchi, senza incanto, gli occhi sperduti di disillusione e la fame, sempre affacciata al viso, che non consente sosta da ricerca.
Era bello tornare, quando la luna vacillava infranta nel riflesso di prua e il firmamento intero si adagiava sulle cime lontane. E neve, frammentata di stelle poggiate sopra i picchi alti che brillavano come soltanto il cielo. Voi dicevate: è Dio. Io ne avevo paura.
Quando saliva vento, mormoravamo canzoni per ammansire l’onda che sorgeva, alta sull’orizzonte e poi su noi, frammenti sollevati sull’incerto. Una mi ha preso e mi ha portato qui. Non so più dove.
Se dite una preghiera questa notte, affidatela al vento. Che mi raggiunga, come questa mia lettera per voi.

C’era la carica, tanto tempo fa. Una cavalleria pesante, sostenuta da palle di cannone. Noi fermi, a farci massacrare, nella Bolivia lontana ma radicata in questa nostra terra sempre sconvolta e serva.
Non so come ne uscii. Mi risvegliai in un letto arrossato e bende arrotolate. C’erano angeli, almeno così credevo. Dissero che erano infermiere, venute dai villaggi. Non lo facevano per amore: i generali non lo permettevano. Ci rappezzavano per rimandarci al fronte. Se erano angeli, erano di morte.
Quando finì tornai. E mia madre spariva. Voi sulla fossa. Poi la terra. Che ho coltivato anni, tra pietraie, ma la notte ero in mare e le mie braccia lanciavano le reti. Senza benedizione: non venivate più.
Dentro un carcere lercio, a sostegno dei morti che la notte restituiva al mondo per non tornare indietro. Era l’unico modo di uscirne; o l’allucinazione, il delirio che scosta dal presente e rende incerto il tempo. Io lo sapevo. I vicini pensavano fosse il diavolo e mi scansavano come per la lebbra. Voi passavate ore, seduto accanto a me, a domandare dove me ne andavo, come erano i luoghi, se gli uomini sapessero parlare, se c’era Dio. Vi rispondevo che non c’era nulla: per questo andavo.
E la notte nel mare, enorme, come i sogni selvaggi che non conoscono confini della terra, né generali cui soggiacere muti. Come vento che scalza ogni tensione inutile del giorno e mi trascina dove il sonno vaneggia e tutto è buio, colmo solo di me.
Voi chiedevate. Raccontavo visioni, a volte spaventose, altre intuibili soltanto da una mente abituata a frequentare l’altrove, come voi facevate in paradiso. Solo non era quello, almeno come lo credevate voi, e restavate incerto, a pensare l’assurdo. Poi dicevate: dev’essere così; non possiamo sapere. Sei benedetto, Juan: Dio ti conduce vivo dove gli altri saranno solo morti. Non avere paura.
E la notte nel mare, dove sfuggivo incubi: per non dormire più.

Poi sono stato dove il mare muore. Solo un fiume, con tutti i suoi volteggi e una capanna vuota, ai margini del buio del profondo. Non potevo restare, padre: i pazzi non possono abitare dove gli uomini stanno. Era giusto: troppo da sopportare.
Il ruggito di notte mi gelava: giaguari al margine e la capanna non dava protezione, mentre il vento sgualciva le mie foglie e la porta non rimaneva chiusa. Una sera, mentre ero fuori, canna alla mano a pesca, mi è venuto vicino. Si è seduto sul ciglio delle acque, dove il fiume sconvolge la fanghiglia prossima a riva e i rospi fanno il bagno nella luna.
Respirava: un brontolio profondo soddisfatto, come di forza e luce, che vedevo negli occhi dentro i miei quando si è girato. Io trattenevo il fiato, lui rideva, almeno così pensavo. Poi con uno sbuffo e un guizzo lampeggiante della coda, è tornato nel folto.
Quella notte ho capito la sua lingua. Parti – diceva – tornatene al mare. Se resti qui qualcosa ti ucciderà. Non sarò io: tu stesso.

Ventottesima notte senza sonno
E l’onda spazza.
Coccinella leniva le mie pene, arso da febbre asciutta e rum, che rubavo allo spaccio, con la complicità di una servetta. Il padrone taceva: in quei tempi facevo paura.
Era una città sporca, colma di schifo, ma il mare ne bagnava le disgrazie e tanto basta.
Coccinella veniva la sera, quando non ero fuori a ubriacarmi o a pesca. Era un soffio di pace.
Minima, col grembiule strappato e il corpetto sempre in disordine per via delle mani che le cercavano il seno. Non so perché mi amasse. La portavo nel mare, nelle notti sfasciate, quando l’onda sommerge la laguna e sale, oltre il silenzio teso delle stelle. Era colmo di risa quel mare insospettito, che sondava la barca con dita estreme, sollevandola dove la discesa somiglia a un fondo assurdo. Lei rideva. Allungava le braccia: mira!– gridava – ora tocco le stelle! E la luna svaniva evaporando dietro la coltre fosca. Pioggia e vento: rideva. E la pioggia sferzava le sue risa e i capelli bagnati che riscendevano fradici le spalle fino al seno di luna. Che ghermivo, incurante di morte. Una notte è caduta.

Padre Esteban io non ho più visioni. In questo vuoto dove sto sospeso: nulla. Non ho visioni, padre, tranne una.
È venuta una sera, con faccia spaventata. Sedeva a prua, tormentata e silente, dietro il cappuccio nero delle ciglia.
Senz’occhi. Un pallore assoluto e labbra viola prive di sorriso.
Sussurra: stiamo per morire, figlio – e un brivido la scuote.
Chi sei? – chiedo.
La Morte.
Perché sei qui?
Muoio tutte le volte. Salvati ti prego, fa qualcosa. Non lasciarmi morire.
Quando ho riaperto gli occhi, la luna sgomitava l’universo e la cappella buia della notte. Ricordavo la chiesa, nel paesino spento, e voi sopra l’altare. Io vi servivo messa, lungo le braccia tese di un sorriso.
M’aggiustavo alterno, al becco del timone, ma non sapevo dove. C’era piatta notturna, vasta calma e le canzoni giravano il cervello come a Malida, in Colombia, dove conobbi canti e polvere da sogno.
Erano sogni arsi di paura. Erano falsi, Padre: possono essere falsi i sogni? Se è così, la speranza scompare. Ma non lo è: ero falso io.
È vero l’ho ammazzato. Non meritava altro. È successo nei fumi del delirio e una bambina straccia che gridava. Non ho sopportato mentre le biascivava tra le cosce. Padre, è un peccato grave…?

Vento da sud. E guizzano pinguini creste d’onda. Forse la Patagonia? Discendere l’oceano verticale; giù, dove il mondo si gira e tutto si confonde di tempesta. Questa mia testa ruota e le orecchie non vogliono tacere. Fischi dovunque e grappoli di nubi che s’avventurano al limite del nero, dove la vista frana e nasce il vento. Comincia a piovere. Sarà una notte aspra.

È venuta mia madre; bianca, come la luce incerta delle stelle. Mi diceva di non aver paura. Io ho faticato tanto – diceva – di là c’è pace.
Non ho mai conosciuto mio padre. Mi sarebbe piaciuto. A volte pensavo poteste essere voi.
Come quando mi leggevate poesie all’ombra del giardino della chiesa. Venivano anche i morti ad ascoltare, dal cimitero accanto. Io non capivo, ma mandavo a memoria; non capivo, ma dal vostro tono era chiaro che doveva essere importante.

Vi sono cimiteri solitari,
tombe piene d’ossa senza suono,
se il cuore passa da una galleria
buia, buia, buia,
come in un naufragio dentro di noi moriamo
come annegando nel cuore
come scivolando dalla pelle all’anima.
(Tratto da Pablo Neruda, Solo la morte)

Suonare il campanello.
Quella aspettava all’angolo, mentre l’altro (barbuto): allora giovanotto, non restartene lì impalato. Ti decidi a entrare?
La guardo. Mi fa cenno di sì. Facciamola finita – dice.
Morirai… le sussurro sconsolato.
Alza le spalle. E un boccale di birra.


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