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Paul Celan: Starsene lì

STARSENE LI’, all’ombra
della gran cicatrice nell’aria

Uno stare per nessuno e per nulla.
Sconosciuto,
solo
per te.

Con quanto lì trova spazio,
anche senza
lingua.


notte bianca

 

Una notte bianca è una notte in cui il sole scompare dal cielo solo per un paio d’ore – un fenomeno ben noto alle latitudini settentrionali. Per la città è il periodo più magico, quando si può leggere o scrivere alle due del mattino senza bisogno di una lampada e quando i palazzi, spogliati delle loro ombre e con i tetti orlati d’oro, prendono l’aspetto di un delicato servizio di porcellana. C’è intorno una tale quiete che quasi si può udire il tintinnare di un cucchiaio che cade in Finlandia… e i ponti si ripiegano, come se le isole del delta smettessero di tenersi per mano e si lasciassero andare adagio adagio alla deriva, entrando nel filo della corrente verso il Baltico. In notti simili è difficile addormentarsi, perché c’è troppa luce e perché ogni sogno sarà inferiore a questa realtà. Dove un uomo non fa più ombra, come l’acqua.
(I. Brodskij, “Guida a una città che ha cambiato nome”, in Fuga da Bisanzio, Adelphi, 1987)


Appena

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Non aprire la persiana
ma non chiuderla
che non si perda questa imprecisione
ma neppure si sveli
e forse appena
il riflesso
come un contorno ambiguo
e tuttavia negli occhi
forse
come aprissi la vita
e la chiudessi
nell’attimo che appare
mentre ti mostri e celi
la mia supposizione
d’una infelicità dentro un sorriso.


ombra

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Mi muoverò in silenzio
adescando _ se posso _ rade stelle
che la foschia le opprime e il mio divano
non muove passi tesi verso il tempo
mi muoverò lontano
come conviene a chi conosce l’ombra
per anni di pazienza ad ascoltare
quello che non ho detto
e correnti velate ad assopire
ma non mi muoverò senza una mano
per sostenere quando mi ricordo
e la malinconia
la sera.


silenzio

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altro non ho da dire che non sia
qualcosa d’improvviso
che ignoro
e dunque taccio.

 

 


essere amanti

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ci deformiamo a lume di candela
tra ombre che si tracciano sul viso
essere nella sera
essere amanti
e ambiguamente luci
scivolanti.


le poche cose che so di lei

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le poche cose che so di lei
che poi non mi ricordo
come una nuvola adagiata
che ci sono caduto dentro
ma non mi ricordo
e vento non ce n’era
si restava appoggiati
e la sera una mancanza enorme
che di sera le nuvole scompaiono
ma io ci stavo dentro
e scomparivo.


senza aggiungere altro

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Mia carissima ombra insoddisfatta
mia tenue
mio disagio
sospetto
inclinazione
mio inarrestabile frangente di passione
mia fragile sinuosa
ed insinuando
vorrei proporti un “se”
senza aggiungere altro.
Lo so che ti delizia sfarfallare
inseguire imbrunire
e inconsistenze senza maneggiare
come l’alba la notte ed il tramonto
costantemente senza rimanere.
Dunque “se”
dovessimo poi perderci di vista
o traballare il mondo oltre misura
al punto che gli uccelli stanno in terra
i pesci in aria e la mia casa è mare
e “se”
tra tutte queste forme il nostro ombrare
non avesse costanza e traversasse
l’una nell’altra e oltre
oltre nell’una
e l’altra
oltre misura,
come potrei ridurti sotto i piedi
e tu considerare la mia testa
come un luogo lontano?
E ambire
anelare
inanellare
miglia di spazi vuoti da passare
e ricercare scorrere vagare
la mia ombra e la tua
senza uno specchio dove naufragare?
Ah, ombra,
se facessi l’amore coi tuoi sogni
e il corpo evanescente s’imbrunisse
come quando la mia persiana è chiusa
e la luna non passa
non ingressa
non entra a ricordare il mio destino,
ombra
non avremmo fratelli da sbirciare
e il nostro amplesso tramontante breve
sarebbe solamente levità
una forma insolubile fuggente
che cerco
e considero
palpeggiandoti nulla.


la pattuglia

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Settima notte in assenza di sonno

Era immenso: questo cielo di stelle.

Da parte sua Martina era rientrata con la pattuglia. Ora a colloquio con lo Stato Maggiore al completo.

Silenziosa come una freccia, penetra questa selva fino ai campi nascosti dei Germani. Indica le posizioni su una mappa. Tra l’altro, conciliabolo stretto.

Più tardi: rifocillarsi in un angolo del campo.

Il suo viso era stretto in un raggio trasversale della luna. Accosto. “Allora?”

Solleva gli occhi dal piatto. “Col vento giusto puoi sentirne l’odore”.

“Sarebbe?”

“Tre o quattro giorni di marcia”.

Faccio un cenno di assenso.

Quindi, rigonfiarsi di notte.

Ottava notte in assenza di sonno

S’aggiusta: come fosse l’alba. E luce d’indistinto.

Personalmente, cavalcavo un ramo; non so bene perché. Quello si lascia andare da un masso circostante. Di fronte a me. sorride, col suo viso di porco ammiccante. Gli spacco la faccia con un tronco che avevo lì a portata.

Quindi, con guizzo atletico, slancio da un ramo all’altro volteggiando. Ma quello niente: mi segue con le stesse angolazioni e giravolte appese. Non aveva la faccia.

Devo aver dormito non più di due minuti. Per me il sonno è diventato un problema da evitare.

Nona notte in assenza di sonno

Dietro Aleppo, lungo un deserto giallo, c’erano donne colorate d’ocra. Esse slanciano seni.

A volte li premono contro le rocce al termine del nulla, lasciando segni indelebili. Sembra che i loro dei apprezzino molto. Anch’io.

Solo una volta l’anno. Cioè, accesso alla loro città. Molti maschi accorrono.

Quando nascono figli, se sono maschi li portano ancora in fasce al più vicino mercato degli schiavi. Quindi, col ricavato, fortificare porte e mura. Fui venduto a una madre delusa.

Non so perché ricordo.

Poco distante. I suoi occhi sapevano di vento e passi d’ombra: Martina. Mi osserva di striscio con aria di scherno. Che sappia?

Poi un pensiero:

Ci scambieremo un forse

dopo essere stati

anima per anni:

nell’attesa.

Assegnato al Vallo. Non è un problema. Tanto non riesco a dormire. Inoltre: tamburi.

Decima notte in assenza di sonno

Quello si stende a terra accanto al mio letto e comincia a spogliarsi. Lo massacro di botte.

Poi al ginnasio. Appendevo la mantellina di un’amica con fare servente. Ringrazia.

Al termine delle lezioni, non trovo più i miei abiti. Neppure la borsa con i libri. Chiedo al custode: nessuna risposta. Tuttavia, facile immaginare chi è stato.

In strada. Mi accorgevo che la mia casa era molto lontano. Diffuso senso di scoraggiamento.

Due, tre minuti? Non credo di aver dormito di più.

In effetti, la mia casa è talmente distante da dubitare che esista.

Non posso continuare così. Significa che prima o poi dormirò. Nessuno può prevederne le conseguenze.

Undicesima notte (inutile specificare)

C’era stasi.

Tuttavia galoppavano selvagge, come anatre impazzite: Pleiadi.

Forse lucciole; ma non si cercavano tra loro. Puntavano invece dritte verso terra, come un rito di morte.

Sembrava vago: cielo.

Ora: verso la mezzanotte.

Più tardi: aprire all’ultima pattuglia. Molto affanno intorno. Erano chiari i segni di un attacco.

Dalla mia postazione (torretta di guardia). Effettivamente, se alzo il naso, si percepisce un certo odore di selvatico.

Martina non è rientrata.

Più tardi: sognerò?


Il lavoro dell’Ombra

 

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(Franz Kline, Elizabeth)

Dall’esilio cui la civiltà in cui viviamo ha relegato tutto ciò che la coscienza dell’Io non afferra immediatamente, semplicemente negando ciò che potrebbe turbarla o anche solo metterne in discussione le certezze, l’Ombra cela proposte di diversità. Con il termine Ombra, C.G. Jung si riferisce ad aspetti di personalità che l’uomo ignora e consegna all’oblio apparente dell’inconscio in quanto sgraditi. Il soggetto che ne risulta è per lo meno mutilato, se non altro rispetto alla conoscenza di sé e delle proprie possibilità di linguaggio, condannandosi a un silenzio espressivo e a un’impotenza conoscitiva senza remissione. Non di tratta di fenomeno raro; Jung scrive che l’uomo senz’Ombra è “il tipo d’uomo statisticamente più frequente, che vaneggia d’essere soltanto ciò che preferisce sapere di sé” (C.G. Jung, 1947-1954, p. 225).
L’Ombra è dimensione diversa dell’esistere; la sua voce ha suono che scompone, i suoi occhi hanno visioni d’altro e i panorami in cui spazia non sono immediatamente riconoscibili nel mondo appiattito dalla luce accecante dell’unilateralità della coscienza in cui la civiltà occidentale si è avvolta: l’Ombra ha spessore profondo. L’occhio abitudinario del soggetto moderno che rifiuta il disagio dell’esistere è scosso da vertigine e il linguaggio della società ridotta ai termini minimi dalla quotidiana negazione dell’Ombra ne risulta sconvolto. Il linguaggio dell’Ombra è simbolo, nel senso che si fonda in un “non ancora” ignoto da cui trae messaggi d’inquietudine, necessità d’espressione diversa, rifiuto di ogni segno letterale, sfondamento della visione abituata a segni scontati così cari alla coscienza odierna. Non si intenda per simbolo – come oggi potrebbe avvenire – una semplice abbreviazione del tipo di qualche segnetto proprio del linguaggio telefonico o del web che dicono ancora meno di quello che impropriamente tentano di dire. Il simbolo è creazione di lingua, espressione nuova, forza costante d’urto, anelito e desiderio non di “cose”: d’essere. Il luogo della sua massima espressione è l’arte.

Noi siamo culturalmente nell’orizzonte strutturale della razionalità. Se questo è vero, dovremmo interrogarci su quale sia il nostro lato in ombra. Che cosa stiamo negando di noi o espellendo dalla nostra identità culturale? Con quale sembianza potrà ricomparire davanti a noi Mefistofele? Jung risponde: nella sembianza dell’uomo senz’Ombra. Il nostro “demone” potrebbe essere quest’uomo appiattito e senza figura che corrisponde al massimo dell’inflazione dell’Io. (Rovatti, 1992, p. 55).

Il nostro demone è allora l’Ombra negata. Nella sua ricerca d’”Altro”, l’artista frequenta condizioni estreme, dove l’Ombra spazia e si presenta con aspetti non frequenti e perturbanti, tipici del mondo immaginario dell’inconscio. La visione che ne risulta è frammento e spazio, limite del consueto e sfondamento del già dato, provocazione di una realtà inesistente che, tuttavia, all’esistente si rivolge per stravolgerlo e rifondarlo, immettendo in esso ciò che in esso è mancante in quanto imprevisto, inatteso, inusuale, inaccettabilmente inaudito.
L’artista non approda mai a un significato definito: il suo linguaggio è proposta che lascia libero l’osservatore di completarne il senso con i suggerimenti tratti dalla propria Ombra, di accettare o rifiutare, in ogni caso immaginare ancora. Non si tratta di un limite: le immagini sono sempre aperte e in esse è possibile vedere quello che si vuole, magari anche quello che non c’è (all’autore non dispiacerebbe) o ancora di usarle per pura stimolazione priva di senso apparente, dando così risalto al senso del non senso. Come scrive Franco Rella, “dobbiamo rivoltarci contro gli statuti della ragione, che ha espulso da sé pratiche, comportamenti, bisogni determinati, senza perderci, senza perdere la ragione, per ricostruire la sua realtà conflittuale, la realtà dei suoi conflitti.“ (Rella, 1978, pp. 10-12).
Per usare una metafora letteraria ispirata al Castello di Kafka, per l’artista in quel castello non si deve entrare: non è quello che conta. Non ha importanza svelarne il contenuto, accedere alla verità che vi è celata, se mai ne contenga una come la ragione pretenderebbe. Occorre cercarla, girarci intorno, percorrere il cammino che la adombra e, adombrando, cercare qualcosa di diverso. La risposta è il percorso, non il riempimento che non svela; solo così la mancanza non è saturata da risposte piene e arbitrarie e l’essere continua ad anelare di esistere.
La forza del simbolo trascina nelle immagini, stravolge la scena del reale immettendo in esso figurazioni inconsce che quella realtà velata di pretesa invadono e definiscono col linguaggio dell’”Altro”, rendendola sfuggente ed allusiva. Una forza capace di stimolare lo spettatore anche a sua insaputa e contro la sua volontà, proponendosi persino come provocatoriamente orribile, perché l’Io non è aduso all’inconscio e così definiscce l’impensato/impensabile delle figurazioni che propone. Un’Ombra allucinata e allucinante irrompe allora nel reale reinventadolo diverso, affiancando ad esso la visione normalmente invisibile di figure che ammiccano la loro presenza a volte discreta, altre dirompente, per ricordare all’artista e al fruitore che esse possono esistere e che il mondo che l’uno propone e l’altro osserva è qualcosa di più ampio di quel che appare, qualcosa di normalmente ignorato che, se decifrato, rende presenza all’essere mancante e al suo linguaggio muto che deve essere detto se si desidera uscire dalla riproposizione di un passato defunto, sempre inattualmente attuale, e tentare di disegnare la diversità del mondo in un’espressione nuova.


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