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l’altra mano

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Non s’intuiva alcuna curvatura
d’orizzonte
senza forma di terra
di cui intravedo l’ombra nel deforme.
Prendimi l’altra mano
nel vasto senza fondo del mio senza
che la mia presa è fragile
e la sera cammina e non si volta.
C’era veglia sul viso
mentre aspettavo un sonno involontario.
Notte, come sempre la notte
ma non voglio ferirti se ti amo.


Punto zero (2)

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C. Bresson

Svoltare insipido: dalla puzza e il biancore.

Distratto, il medico mi dice si rivesta.
Eseguo, con occhiata traversa agli strumenti.

Quindi avanzare rapido.
Vento da est scompagina la scena sotto scintille e sguardi:
sempre stelle, le solite.
Più in basso, come sporgenza, traballava la luna.
Certe volte, un cavallo a dondolare l’orizzonte.
Nell’argento che affonda, impalpabile mare di granelli cancella vista e passi.
Transitare?
Poi insorge: mulinello di correnti ascensionali. E montagne sbiadite a vista spersa.
C’è un oceano dietro, ma la bussola non segna punto zero.
Avanzare ancora?

Quindi in un bar per fare colazione. Un caffè; d’intorno tintinnii.
Un’occhiata a un giornale sul bancone, ma la concentrazione non è viva.
E mi sembrava di sentire il vento.

Dietro le spalle sabbia. Inutile voltarsi.
Le subitanee esplosioni seroastrali spazzano tracce. Misurare almeno.
Intanto, specchiarsi nell’insegna della luna (di solito, serve a passare il tempo).
Certe volte la pazzia conforta rendendo vane sciocchezze radicate.
Tranquillizzato, non so più dove sono. L’oasi morta è quattro giorni indietro;
tre giorni la città scomparsa; le rovine dal nulla.
Soffio e deserto.
Avanza.
Quando domani sorgerà asfissiante l’ustione che nullifica il cammino
non ci sarà più acqua per bagnare la bocca e il fazzoletto.
Per adesso: la notte.

Ripensando alla stanza d’ospedale: chissà cosa vuol dire “si riposi”.
(Quello mi vuole morto).

La navigante nuvola biancore non riusciva a schermare la calura.
Onde azzurrate: aria, riflessi, dune.
Anche nel mare il fondo è spessa sabbia.
Tuttavia faticoso; la resistenza dell’acqua è doppio intralcio
ma qui non c’è soccorso di creature disposte a trascinare uno che affoga.
Se provassi a nuotare?
S’accostava setosa vasta sera senza intralcio di linea d’orizzonte.
Stelle dall’alto invadono la volta proponendo anni luce:
nessuna direzione.

La fatica mi invade.

Una città. Inquieto cerco deviazioni. Non ho alcuna intenzione d’inoltrarmi.

Sfaccettati cristalli delle stelle spuntavano nel buio fratturato.
Raggi lunari fendevano leggeri la sera intabarrata di stupore.
Se li afferri: fantasmatiche architetture immaginali.
Chi dice siano inutili?

Fasci a ricordi lungo le spaziature della luna.
Divaricavo, come se fosse pagina la testa.
C’erano nuvole come a traversare.
C’erano: di vento.


frontiera

(Gabriel Pacheco)

(Gabriel Pacheco)


 
 

Notte silenzio plana sulla terra. E i ciclamini al fondo.
Da lontano la luna sorseggiava forme d’ali, frusci lungo le stelle e le mie foglie, come pensieri in basso. Cadere: un argomento inutile.
C’era ramo di salice sul lago e guizzi al cerchio come riflessi d’archi inanellati. Intorno: frecce di raggi sparsi.
Vento velato vento di parole. Fili di pioggia appena a scivolare fino a nuvole brade lungo le facce d’aria e lineamenti di un andare slegato, forma del mio sentire appena un giorno oltre il pozzo riflesso dove: fiato a volte.
Scendere le radici dagli steli e grumi rossi, mentre l’azzurro chiude la sua bocca spenta tra gli anemoni muti.
C’era flusso di prato fino a valle lungo i tuoi fianchi donna di collina. E nebbia: senza orizzonte.
Certe volte mi sorge nella mente come un pensiero d’acqua, fluido a scomparire. Fino a quando ritorna.
Nell’attesa, generazioni d’alba d’indistinto premono verso l’ora che non c’è questo vago di mondo. Come ricordi, che stanno senza andare.
E la frontiera.

 
(in Antologia Nuovi Fermenti Narrativa, 10, Fermenti editrice, 2015)
 


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