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memorie di uno piccolo

degaswomen77

Ma ottobre si vestiva per cadere;

inverno i primi mesi.

Poi la giornata si sgualciva a sera;

e gli anni.

L’acqua calda si faceva col carbone.

Ultimo piano

prima porta

a sinistra.

C’era un teatro piccolo e un armadio;

qualche volta volare.

Altre, la sera, senza la tua mano:

si sperava in un sogno.

Mi faceva impazzire il mio seguirmi

per vedere se mi comportavo bene.

Quando si va non sai dove si viene.

Poi si dice l’attesa.


il dodicesimo tocco

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Ti ricordo ancora
con i capelli alti
e gli abiti che non ti rendevano giustizia
quanto il cruccio evidente
e immaginavo lacci alle caviglie
quasi per rendere le tue gambe
una cosa a sé
da contemplare autonomamente
come il viso appartato
lontano dalle chiacchiere intorno
e la mano stretta a pugno sotto il mento
a sostenerlo
più o meno come facevo io
senza possedere la tua noia
il tuo diverso intento
il tuo dissenso.
Ci abbiamo passato una vita
a fingere di non sentirci soli
sapendo perfettamente di esserlo
ed ogni tocco che ascoltavamo insieme
ricordava una fuga
priva di speranza
a meno di essere autistici.
Oggi non ho un rifugio da scambiare
con la tua sopportazione
e mentre tu rimani io scrivo indietro
a cercare l’incoscienza necessaria
a lasciarti cadere.


Quadri romani da un’idea di giovanni baldaccini e luciana riommi

tempo non ha, scusate…

(La notte degli orologi o Mozart?)


Lettere dall’infinito prossimo (passare?)

Cecl Touchon_h[1]

Publio Cornelio Passero, la primavera giova alla montagna se con passi decisi saldi le zolle ai fiori

– ti dicevo l’altra sera di passaggio (ricorderai, io spero) – e se il contrario, transeat. D’altra parte considera le lettere, le pergamene, i fori delle stelle, che la carta non può parafrasare, i Nubiani lungo il Nilo d’estate (una puzza terribile!), i flussi senza sete, le bugie, tanto per ripassare la lezione. Dunque ricorderai: ho scordato.

Passero Cornelio Publio o l’incontrario (si potrebbe anche dire Publio Passero o Cornelio, senza aggiungere altro). Ah, cosa giova questa confusione, propulsione, proliferazione, possessione, nuclearizzazione e quanto altro di nomi asserragliati, quando le ossa vagano e il solstizio viene una volta l’anno! – tanto peggio a Stonehange, dove si pretendeva che qualcuno facesse colazione all’intervallo, mentre urge la semina e salpare non significa pesci, ma questi barbari avevano strane usanze (usi costumi allitterazioni) di quelle con la lingua sempre appesa – dunque come seguire la carrozza se il cavallo la biada? Ma non sostare, Publio Passerotto, e spendi la stagione nei bordelli o per lo meno a Rimini, dove le donne – vuoi mettere = giocano a cavallina senza veli ed io che me li tolgo con la toga, generalmente svaso – tu mi dirai che cosa – i fiori, caro mio: lungo le cosce! e che c’entra, ancora chiederai, ma ti scongiuro taci, che il mal di testa è sordido e nel cortile le galline fanno un baccano d’inferno.

Corneliuccio mio,

quando si salta l’ora valicante, si finisce in barile. Non uggiolare ai semi di lampone, alle begonie, ai saldi a fine anno, alle petunie, ai Druidi, ai somari, ma scrivi poesie, scrivi storielle, insomma scrivi quello che ti pare, ma ti prego: non uggiolare ai gatti, a meno tu non voglia vacillare attimi traballanti (coi gatti non è mai sicuro, come gli Egizi sanno) mentre in montagna: vacche. Vuoi mettere, Passerotto?

Dunque Cornelio uggiolo, lamentati! Cesare non ha fondo e il portafoglio latita come un otre a sera tarda – hai presente? Praticamente vuoto. No: neppure sgocciolante.

Uteri dozzinali l’altro giorno: supermercato all’angolo.

Dice lo vuoi? Tirare dritto. Rigorosamente.

Ma dicevo di Cesare: l’hanno ammazzato a marzo, per fortuna, e il prossimo si accomodi, mentre la primavera che declina lascia il posto all’estate e i suoi tormenti. Tormentami Publiuccio, almeno un poco. Ma non esagerare, che le sfere celesti stanno in alto e le ali ai messaggi. Scrivimi!

Ieri cornacchie al varco di frontiera. Di nessun interesse.

Alternativa: vento.

Quando puoi, suonami una passata.

La passacaglia sarà come passare? O una scaglia, un passero stonato, un Mi minore in Re, una autobus fermo, uno sgusciare (un uovo?). Quanto ai treni, ancora non li hanno inventati.

Micene se n’è andata nella storia, Passero solitario del mio dire (Cornelio? Publio? Non Nepote) ed i fantasmi abbandonano i viventi.

L’altra sera qualcuno si azzardava a traversare l’atrio verso il letto. Non ti dico la pargola di turno: urla ad oltranza. Davvero noioso. Per abbreviare: ioso.

Vabbè che quello tracotava alquanto. Poi esordisce… Inutile riferire: queste Ombre dicono sempre le stesso cose… l’Invitto, l’Invincibile… il Già Morto – dico io. Meglio saggiare l’anima dei vili eoppure la criniera dei cavalli! Hai letto quell’Inglese? Avrebbe dato il Regno!

… come dicevo, la mia destinazione nelle Gallie, mi intristisce. Certo, sempre meglio che il fango di Bitinia, ma senz’altro avrei preferito un viaggetto per mare – diciamo Asia Minore – dove i reperti abbondano e quattro sassi valgono una fortuna. Quanto alle donne svendono le sottane per un sogno (si farebbero affari mica male…) e se porti loro quattro calze di filo ti fanno cose d’altra dimensione, che nemmeno fantasie pre-edipiche o altri ingombri che da adulto e se ti azzardi: tre anni di galere.

Mai stato, Passerotto? Prova, prova…

Ah, la vita, la vita… che ci soggiorni a fare?


23 ottobre

Caravaggio_-_David_con_la_testa_di_Golia

siamo perduti
se non sciolgo le mani e non confesso
l’ insostenibile frattura
forme di labirinto
e maschere
al santuario basso
dove persino dio non mette piede
e cercavo almeno di nascondermi
al transito a scomparsa
che percepivo a fiuto
dalla stanza segreta di mia madre
nelle grida
il clamore
il tintinnio dei ferri
mentre tentavo almeno di spiegare
il mio scompenso
l’indignazione
il furto
di questa mia distanza
da un futuro legato al suo passato
prima che ancora
e nell’indignazione
io mi giravo ad angolo
e mi coltivo
e stanco
mi dimeno.


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