Archivi tag: pensieri

M. Strand: Lungo party triste

da “The Late Hour”

Qualcuno stava dicendo
qualcosa riguardo ombre che coprono il campo, riguardo
lo scorrere dell’esistenza, di come ci si addormenti verso il mattino
ed il mattino passi.

Qualcuno stava dicendo
di come il vento muoia ma poi ritorni,
di come le conchiglie siano le bare del vento
ma il tempo continui.

Era una lunga notte
e qualcuno disse qualcosa riguardo a come la luna perdeva il suo
bianco
sul freddo campo, come non ci fosse nulla davanti a noi
oltre le solite cose.

Qualcuno menzionò
una citta in cui era stata prima della guerra, una stanza con due
candele
contro un muro, qualcuno che danzava, qualcuno che guardava.
Cominciamo a credere

che la notte non avrebbe avuto termine.
Qualcuno stava dicendo che la musica era finita e nessuno
se n’era accorto.
Allora qualcuno disse qualcosa riguardo i pianeti, riguardo le
stelle,
di quanto fossero piccole, quanto fossero lontane.


se fossi

hopper

Se fossi una stagione definita da molteplici improbabilità

forse sarei, tra queste, una sensibilità intonata

a poche consultate fantasie

diversità insolubili

distanze

sempre cercata ombra.

Una contraddizione spesso a caso

ma con intonazioni ormai decise

lungo intralci di anni

disgusti ed inattesi inanellati

spazi

di cromature estetiche e pensiero.

Se fossi,

forse verrei da luoghi dell’infanzia

dove la decisione è un’apatia

cui conviene affidarsi

per non incorrere in imposizioni mai spiegate

proibizioni ataviche

controlli

tanto che ti domandi molti se

per evitare scambi

sempre invariabilmente disfacenti.

Qualche volta c’è peso, ma si fa l’abitudine.

Quindi fallire, perché alle spalle c’è una confusione

con la pessima abitudine di indossare

forme riconoscibili, ma dentro

fa un effetto a passione.

Penetra, insinua, opera riconoscimenti

che ti fanno sentire un imponente

bisogno di qualcosa che non sai.

Di qui: conseguenze.

Dunque, una stagione di rimedi.

Se fossi

mi sperderei nel mare come pioggia

in un alterno forse diseguale.

Penetrare anche: la terra partoriente.

Maturare nel sole tra ronzare

specci

succhi di vita altrove.

Più tardi, evaporare.

Nuvola

vagare.

Quindi appartarsi.

Confondersi nel vago della sera

dove tracciare figure di conforto

a una mancanza estrema che mi segue.

Una compagna tenue, senza ascolto.

Consolarsi, allora, di un gran vuoto

dove non entra il mondo, l’ordine del disordine, la guerra,

la proprietà invariante dell’uguale, la frenesia, la stasi, la sintassi,

le regole imprecise dell’avere, sempre scandita ansia senza forma

cose

in una dannazione d’esistenza, paradiso sostanza artificiale,

mentre l’amore: escluso.

Soltanto tu, che non sei più vicina,

assumeresti il nome di un dipinto

dove ritrarre me e la tua tristezza

una pioggia svanita

l’alba assente

la notte grande gemma di frontiera.

A volte, un passaggio segreto.

Dove si chiude il mondo.


campo ai ricordi

degaswomen77

Cosa ci fai tu qui

in questo campo di bambini involontari

dove mi aggiro

come fossi un ricordo

che di notte mi toglie il sonno

e mi asciuga il giorno

spingendomi ad una ricostruzione

che non chiude discorsi

che se anche ne rintracciassi uno

svanirebbe

come le case dove sono stato

ed i ricordi che mi hanno ricordato

una folla smussata

dove non ero io

ma un bambino

in un campo di ricordi involontari

e la sera una sete.


e noi

e noi
che siamo stati una lavanda
saremo nuvole alte
a vento
tra cielo ricadente nella pioggia.
Quindi saremo una disposizione
ma non sempre un ricordo.

34


poche questioni d’infima influenza

hopper-finestra

Dunque dicevo: notte.
Mastodontiche eclissi
aggiornamenti
diversamente inabile capire
tra profumi di luna dimezzata
e condizioni come di passare
da un proposito all’altro
e dispiaciuto:
ma non sarebbe il caso di partire?
Disposizioni d’animo
insensate
coinvolgono palpiti e sussurri
in pratica:
ti distendevi tiepida fugace
e breve come è breve brevità
ti tenevi distante:
non si potrebbe spegnere il rumore?
Ma l’universo sta dove la porta
sbatte continuamente
e cose d’arte
come sai distinguono
e lo stridio, mia cara, lo stridio
sembra suono di sega o violoncello
come vuoi che ti sposti nel domani
o peggio ieri
e dove, dunque, io
se tu divergi
che s’alza vento
e la notte dibatte
questioni non adatte alla mia quiete
e la finestra
– ti dicevo –
un vuoto.


alla mia estraneità

picasso1

Tu mi riservi sempre imprecisioni
emendamenti fasci di domande
ed ostinata bussi
alla mia estraneità
come una spina piccola
un’assenza invisibile vissuta
nel tuo sostare impavida
al margine di un’illusione
che diluita aspiro.
Non so di te
dei nostri disavanzi
ma forse la visione del tuo luogo
diventa un’astensione che compensa
la nudità di esistere
in una incomprensione cui rimando
le proposte azzardate che mi accenni
d’attesa e sfinimento
mentre ti osservo
trasportare i giorni.

(Tratta da “Oltre il varco di notte”

http://www.ebook-larecherche.it/ebook.asp?Id=198


ad esempio le stelle

renoir-2-a

quindi si discuteva di tartine
di quelle buone fatte con il pesce
senza la ceralacca per la sera
e per questo le finestre: spalancare
aria da est
pungente
come lame.
Lontanissima l’alba.
Se ne parlava dunque
di fatti addormentati e addestramenti
a perdere le ore
smarrimenti
come di vino ed altre consuetudini
e le signore
impercettibilmente
con quegli abiti lunghi senza stoffa
cui mi chinavo liso
ma borbottava l”acqua
di una pioggia improvvisa
e chiudere diventa mosca cieca
dove i tuoi occhi?
chi?
si muove ora
è perduto
se si perde
o sfugge
chi?
dove altrove si muore.
Dunque
rimandare a domani
e ai prossimi indecisi svenimenti
cosce a divano e nembi sotto pelle
rosso
il suo viso imbiancato
da primavere come imboscamenti
tendente sul bordò come le rose
o certe confetture di amarene
distrattamente aperte
tanto per assaggiare qualche cosa
ad esempio le stelle.


A qualcosa di me

gustavo-dc3adaz-sosa-1

Se fossi una stagione definita da molteplici improbabilità. forse sarei, tra queste, una sensibilità intonata a poche consultate fantasie, diversità insolubili, sempre cercata ombra.

Una contraddizione, spesso a caso, ma con intonazioni ormai decise lungo intralci di anni, disgusti ed inattesi inanellati spazi di cromature estetiche e pensiero.

Se fossi, forse verrei da luoghi dell’infanzia, dove la decisione è un’apatia cui è meglio affidarsi per non incorrere in imposizioni mai spiegate, proibizioni ataviche, controlli inadeguati d’ogni specie, tanto che ti domandi se non sarebbe meglio spesso (sparire) per evitare, con la massima accuratezza, scambi invariabilmente disfacenti.

Ripiegata da anni la curva nelle tasche, tollererei genetliaci e memorie, affidandomi a noncuranza, mancamento, deviazioni come meglio conviene. Qualche volta c’è peso, ma si fa l’abitudine.

Quindi fallire, perché alle spalle c’è una confusione con la pessima abitudine di assumere una forma troppo riconoscibile che il pensiero scavalla, ma dentro fa un effetto di passione. Penetra, insinua, opera irrimediabili riconoscimenti che ti fanno sentire un imponente bisogno di catarsi. Di qui: conseguenze.

Dunque, una stagione di rimedi.

Apparenze; e in questo senso la musica conduce dove non c’è nessuno, neppure il suono che non ha materia, dentro il regno del tempo a spazio vuoto. filature d’astrazione. Qui si assapora l’anima, che come tutti sanno non ha forma, se non dell’armonia.

Se fossi, mi sperderei nel mare come pioggia in un alterno forse diseguale.

Penetrare anche: la terra partoriente. Maturare nel sole tra ronzare d’insetto succhi di vita altrove.

Più tardi, evaporare nuvola: vagare.

Quindi appartarsi. Confondersi nel vago della sera immaginale, dove tracciare figure di conforto a una mancanza estrema che mi segue. Una compagna tenue, senza probabilità.

Consolarsi, allora, di un gran vuoto dove non entra il mondo, l’ordine del disordine, la guerra. La frenesia, la stasi, la sintassi, le regole imprecise dell’avere, sempre scandita ansia senza forma se non di cose, in una dannazione d’esistenza, paradiso sostanza artificiale, mentre l’amore: un individuo escluso.

Soltanto tu, che non sei più vicina, assumeresti il nome di un dipinto, dove ritrarre me e la tua tristezza o le gocce di pioggia, l’alba assente, la notte grande gemma di frontiera.

A volte, un passaggio segreto. Dove si chiude il mondo.

(Tratto da “Il ritorno” – in lavorazione)


gemma

images

 

gemma di fiore giallo il tuo morire
mi ricorda una casa vittoriana
dove sedeva un’epoca
e un travaso
d’anime non fiorite a primavera
mi faceva pensare i tuoi pensieri
quando risalgo il monte
e scende sera.


pensieri involontari (revisited)

scatola

Come di temporale né riparo
che ti bagna la faccia
s’allaga e s’allarga
senza oblio
che poi sarebbe come una mancanza
che ti presenta il conto
e s’allaga, s’allarga, si riempie
piove d’incontro
e i fazzoletti li ho portati ai morti
l’altra sera al convento dietro casa
e la pioggia
ha un rumore di passo
di quelli che si sentono la sera
scrivi o non scrivi: scrive
porta via
e me la bevo dentro una bottiglia
al fondo
senza lasciare traccia
né goccia
altrimenti domani piove ancora
la faccia, il firmamento, la stesura, l’astro, l’aurora, la vescica rotta
la mia nutrice vecchia, la portiera, i secoli, l’ottundimento
l’aria, la notte, le bugie, la luna
bagna
questa precarietà delle stagioni
e non so come dirtelo.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: