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Desuetudini: piccole considerazioni sovra etica ed estetica.

Praticamente prive di significato, etica ed estetica vagano il lago vuoto della responsabilità del se stesso e la bellezza. La prima del tutto desueta; l’altra ridotta a parametro di mercificazione di cui misura è il prezzo.
Dimenticate, neppure si presentano al confine dell’ego che galleggia orli di una coscienza impallidita, vuota di sé e ripiena di sostanze volanti devianti, e volentieri scorda lo stupore che non abita il mondo.
Non mi siedo di sera a quella tavola e diluisco lento in compagnia di amiche silenziose e viali brevi di luna dove uccelli frammentano il silenzio e spazia un vasto senso di lenire.
Non pronuncio parole. Lascio che si avvicini una mancanza e la seguo deluso come la stessa inerte dimensione che ci unisce e sostiene. Senza: nulla.
Dove c’era l’umano, oggi qualcosa d’infinitesimale. Ad esso mi rivolgo e sposto pietre per dare luogo al poco che mi segue e al mio seguire. Ci ritroviamo su linee di confine e gli sguardi perplessi cercano condizioni alternative. Lì sosteniamo vuoti ed avvisaglie: forse, una volta, arte.
“Il libro della condivisione non può essere che il libro di una speranza condivisa di parole, la cui alba e il cui crepuscolo – oh chiarezza di ogni chiave – furono il risveglio e il termine. Dall’ardore di un primo fuoco allo sfiguramento di un fuoco agonizzante avremo delimitato l’abisso con parole lucenti”. (E. Jabès, Il libro della condivisione, Cortina, 1992)


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