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I. Brodskij – due poesie

Tratte da I. Brodskij, “E così via”, Adelphi, 2017

Vorrei che tu fossi qui, cara mia,
in questa parte di terra
mentre seduto in veranda
sorseggio una birra.
E’ sera, il sole cala;
i ragazzi urlano, stridono i gabbiani.
Che senso ha dimenticare
se poi alla fine si muore.
(I. Brodskij, Una canzone)

 

 

 

Raro,
a una falce affilata imperversare troppo
forse il solo visitatore
di questi luoghi, ho il diritto, credo,
di descrivere senza abbellimenti
quanto osservato. Eccolo il nostro piccolo Valhalla,
la nostra tenuta molto trascurata nei domini
del tempo, con un pugno di anime censite,
con terreni dove forse non è dato
a una falce affilata imperversare troppo
e dove i fiocchi di neve turbinano lenti, perfetto
esempio del contegno da tenere nel vuoto.
(I. Brodskij, Postilla a previsioni meteorologiche)


Due poesie di Paul Celan: un’interpretazione

Due poesie di Paul Celan: un’interpetazione

da “Papavero e memoria”
L’autunno mi bruca dalla mano la sua foglia: siamo amici./ Noi sgusciamo il tempo dalle noci e gli apprendiamo a camminare:/ lui ritorna nel guscio.// Nello specchio è domenica,/ nel sogno si dorme,/ la bocca fa profezia.// Il mio occhio scende al sesso dell’amata:/ noi ci guardiamo,/ noi ci diciamo cose oscure,/ noi ci amiamo come papavero e memoria,/ noi dormiamo come vino nelle conchiglie,/ come il mare nel raggio sanguigno della luna.// Noi stiamo allacciati alla finestra, dalla strada ci guardano:/ è tempo che si sappia!/ E’ tempo che la pietra accetti di fiorire,/ che l’affanno abbia un cuore che batte./ E’ tempo che sia tempo.// E’ tempo.

TI CONOSCO, sei colei che sta ricurva
io, il trafitto, ti sono soggetto.
Dove divampa un verbo, che sia d’entrambi
testimonianza? Tu _ interamente,
interamente vera. Io _ pura follia).

Molti rimandi al sonno, al dormire, allo specchio. Alla pietra – che dorebbe fiorire – e a un tempo che si sappia. Sapere cosa? Siamo come papavero e memoria. Perché papavero e memoria?
Il papavero è oblio, dimenticanza, evasione dalla pietra del reale. Che non fiorirà. La memoria è ritorno, ma non a un sapere conosciuto, a un tempo che si sappia e dia sollievo all’affanno. Quella consapevolezza dell’affanno mancherà e si cercherà ancora rifugio nel guscio, dunque, in una forma protettiva che dimentica. Papavero, non memoria.
E “ti conosco”: conosco cosa? Chi quel “tu” cui sono soggetto? Sappiamo che quel “tu” è interamente vera. Dunque, un reale chino, forse prono. A cosa? L’io folle ad esso si rivolge, ad un diverso chino, ma non c’è parola che sia testimonianza di entrambi: follia e peso di coscienza, papavero e memoria non sono destinati ad incontrarsi.
Cosa allora sta chino, cosa cercare di dimenticare, cosa la follia che tende a qualcosa di diverso non disponibile? Forse in questi versi ritorna l’infanzia traumatica di Celan, l’esilio, la persecuzione nazista, lo spaesamento di una vita trasportata in un paese straniero. In breve, un trauma da dimenticare. Un trauma presente e mai dimenticato: solo rimosso e trasferito nella bellezza di parole apparentemente elusive, come per nascondere la verità del senso nascosto. Parole dove gli elementi traumatici verranno sublimati ma non si incontreranno mai: il contenuto, la realtà, resta esclusa. In questi versi un analista avrebbe intravisto un pericolo.
Paul Celan concluse la propria vita gettandosi nella Senna.


Arte e sistema – estratto

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(Vermer)

L’insanabilità di un conflitto attraverso la pagina di Arno Schmidt.

Cosa è espressione libera e creativa, “arte” e cosa mera ripetizione di un “passato non pensato”?

Quanto il così detto artista è  veramente libero di esprimere se stesso al di là dei condizionamenti di un sistema di riferimento socio-culturale inconscio?

Leggi qui o scarica gratis

arte e sistema


I. Brodskij: riflessioni sulla poesia (in particolare americana)

La poesia, per definizione, è un’arte quanto mai individualistica. In ogni caso è semplicemente logico che in questo Paese sia giunta al suo estremo idiosincratico, nei modernisti come nei tradizionalisti. AI miei occhi, come per il mio orecchio, la poesia americana è un incessante, implacabile sermone sull’autonomia umana; è il canto dell’atomo, se vogliamo, che sfida la reazione a catena. Il suo tono generale è quello della resilienza e della saldezza, di un appello a guardare il peggio in faccia senza battere ciglio. Senza dubbio tiene gli occhi bene aperti, e non tanto per ammirare estatica o col raccoglimento di chi aspetta una rivelazione, quanto per la consapevolezza di un pericolo da sventare. Non è prodiga di consolazione (in questo si allontana da tanta poesia europea, e specialmente russa) è ricca di particolari e, qui, estremamente lucida; libera dalla nostalgia per una qualche Età dell’oro; carica di coraggio e di voglia di farcela.

Leggere poesia, se non altro, è un processo di formidabile osmosi linguistica. E’ anche una forma assai economica di accelerazione mentale. Entro uno spazio ridottissimo una buona poesia abbraccia un immenso territorio mentale e spesso, verso l’epilogo, offre al lettore un’epifania o una rivelazione.

Scivolare nell’oblio, per un poeta, non è poi questo gran dramma. A differenza della società, un buon poeta ha sempre il futuro per sé e le sue poesie, in un certo senso, sono un invito rivolto a noi perché lo assaggiamo. E il meno – forse il meglio – che si possa dire di noi è che noi siamo il futuro di Robert Frost, Marianne Moore, Wallace Stevens, Elisabeth Bishop: per citare solo qualche nome. Ogni generazione che vive sulla terra è il futuro o – più esattamente – una parte del futuro di quelli che se ne sono andati, ma in particolare dei poeti, perché quando leggiamo la loro opera ci rendiamo conto che essi ci conoscevano, che la poesia venuta prima di noi è essenzialmente il nostro patrimonio genetico.

(I. Brodskij. Dolore e ragione, Adelphi, 1998).


Dall’esilio

 

 

La lingua, e presumibilmente la letteratura, sono cose più antiche e inevitabili, più durevoli di qualsiasi forma di organizzazione sociale. Il disgusto, l’ironia o l’indifferenza che la letteratura spesso esprime nei confronti dello Stato sono in sostanza la reazione del permanente – meglio ancora dell’infinito – nei confronti del provvisorio, del finito,
Io non chiedo che si sostituisca lo Stato con una biblioteca – benché quest’idea abbia visitato più volte la mia mente -; ma per me non c’è dubbio che, se scegliessimo i nostri governanti sulla base della loro esperienza di lettori, e non sulla base dei loro programmi politici, ci sarebbe assai meno sofferenza sulla terra […] la letteratura si rivela un antidoto sicuro contro tutti i tentativi – già noti o ancora da inventare – di dare una soluzione totalitaria, di massa, ai problemi dell’esistenza umana. (I. Brodskij, Dall’esilio, Adelphi, Milano, 1988, pp. 44 e 52).

 


cesare pavese: poesia

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Cesare Pavese (30-31 ottobre 1945)
[…]
Ritroverai parole
oltre la vita breve
e notturna dei giochi,
oltre l’infanzia accesa.
Sarà dolce tacere.
Sei la terra e la vigna.
Un acceso silenzio
brucerà la campagna
come i falò la sera.


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