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John Ashbery

soleil d'hiver

Ora sarebbe inverno, con i suoi palazzi
di zucchero filato e pieghe di preoccupazione
alla bocca e su fronte e guance macchie
del colore una volta noto come “rosacenere”.
Quanti serpenti e lucertole cambiano pelle
perché possa spendersi il tempo, come adesso,
affondando ancor di più nella sabbia, come una ferita
prima della fine. Funzionava tutto così bene e ora,
beh, quasi si disfa in mano,
un cambiamento si annuncia, lacerante
come un amo in gola, e le lacrime
sono scorse decorative
oltre noi in un lavandino chiamato infinito.

John Ashbery
Tratta da “Notes from the air”, New York, 2007


I. Broskij: dal Baltico al Mediterraneo

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I. Broskij: dal Baltico al Mediterraneo
(Giovanni Baldaccini)

“Sono nato e cresciuto sull’altra sponda del Baltico, in pratica sull’altra pagina di uno stesso giornale grigio e frusciante. A volte, nei giorni limpidi, specialmente in autunno, mentre stavamo su una spiaggia dalle parti di Kellomaki, un amico tendeva il dito in direzione nord ovest, al di là di quella lastra d’acqua e diceva: “Vedi quella striscia azzurra di terra? E’ la Svezia””. (I. Brodskij, Dall’esilio, Adelphi, Milano, 1988).

Chinati, ti devo sussurrare all’orecchio qualcosa:
per tutto io sono grato, per un osso
di pollo come per lo stridio delle forbici che già un vuoto
ritagliano per me, perché quel vuoto è Tuo.
Non importa se è nero. E non importa
se in esso non c’è mano, e non c’è viso, né il suo ovale.
La cosa quanto più è invisibile, tanto più è certo
che sulla terra è esistita una volta,
e quindi tanto più essa è dovunque.
Sei stato il primo a cui è accaduto, vero?
E può tenersi a un chiodo solamente
ciò che in due parti uguali non si può dividere.
Io sono stato a Roma. Inondato di luce. Come
può soltanto sognare un frammento! Una dracma
d’oro è rimasta sopra la mia retina.
Basta per tutta la lunghezza della tenebra.
(da “Poesie Italiane/Elegie romane”)

 


storie di mare e deserto – raccolta – free download

Per compagnia d’estate, se qualcuno vorrà tenermi un po’ con sé e, magari, riportarmi a riva.

 

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Storie di mare e deserto

 


Mi ha assalito un’acre nostalgia di Yehuda Amichai trad. di Ariel Rathaus

Bellissima! Straordinari gli ultimi versi.

Mi ha assalito un’acre nostalgia,
come la gente d’una vecchia foto che vorrebbe
tornare con chi la guarda, nella buona luce della lampada.

In questa casa, penso a come l’amore
in amicizia muta nella chimica
della nostra vita, e all’amicizia che ci rasserena
vicini alla morte.
E quanto è simile ai fili sparsi la nostra vita
che piú non sperano di tessersi in altro ordito.

Giungono dal deserto voci impenetrabili.
Polvere che profetizza polvere. Passa un aereo e ci chiude
sotto la lampo di un grosso sacco di destino.

E il ricordo di un viso amato di ragazza
trascorre per la valle, come quest’autobus notturno: molti
finestrini illuminati, molto viso di lei.

 

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non posso fare a meno di pensarti

se mi ponesse un attimo
la terra
e mi tornasse
se
almeno questa sera
ma non posso fare a meno di pensarti


e la notte seguente

 

Ci siamo visti a un angolo di strada
e il tuo abito rosso sosteneva
il tramonto vicino
mentre il viola che avevo sulle mani
ricordava dei fiori
che non ti avrei mai dato
per paura di offendere il tuo rosa
declinante
e la sera seguente.


le custodi del seme: tra biologia e poesia

pensieri brevi tra biologia, psicologia e poesia

Etching: 19, 21, 23, 24, 26, 30, 31 May 1971, 2 June 1971 (L.130) 1971 by Pablo Picasso 1881-1973

Signora
le tue proposizioni d’infinito spostano secoli, l’inavvertito sempre, il mio declino.
Di valle in valle gli occhi a deviare i rimbalzi d’autunno
e il verde è nel ricordo
che nessuno ti guarda quando spargi
le vesti:
la mia sosta.
A volte sensazione di sconcerto, celi ombre tra tele
suoni, righe, fumi bassi che spandi.
Tuttavia deflagrante, non è dato nascondersi al tuo seno
le braccia tese
l’arte sovrastante dei ricordi
smossi dal mattino
che allaghi di torpore se li pongo
a margine del viso
e la schiuma sui fianchi ed oltre l’alba
l’autunno
il tratto d’inespresso che ti scaglia
oltre di me, di noi, dell’incosccienza.
Non è dato capire.
Soltanto contemplarti se discosto
l’algebra, la tensione, le finestre
che affacciano apparenze
mentre tu spargi la mia vista cieca e la definizione che ti copre:
non ti darò un mio nome.
C’era vento e parole
dove ritorno, parto, scorgo, se mi frastaglio muoio
nei lineamenti: un’opzione inutile.
Ti parlerò di me quando mi piego a seguire la forma dove passi;
raccogliere
nella bocca delusa
scintille d’ombra che si fanno voce
che non ho altro e scrivo il tuo mantello
che ricopre la terra e la mia sera.
Tu mi travasi da distanze enormi:
amarti senza averti il mio destino.

Non so come sono arrivato qui. Ci vivo, ci penso, ci amo, ci scrivo, ci disgusto o ci sguazzo, ma non so come.

Un viaggio lungo, irrappresentabile, tanto da non averne idea. Eppure sono qui; quel viaggio l’ho fatto: involontariamente.

Come sia stato possibile resta comunque un mistero. Pensandoci, rasenta l’incredibile. Basta considerare tutti i pericoli che esistono là fuori: guerre, malattie, casualità, per non parlare, in epoche più remote, dei predatori. Davvero è inammissibile che io oggi sia qui. Se si pensa a tutte le persone che l’uomo, il caso e i virus hanno sterminato, esserci è un miracolo. Ovviamente non mi riferisco a me stesso: io non ho attraversato i secoli; il seme da cui derivo sì. Che sia riuscito a trasmettersi senza interruzioni è fatto del tutto inconcepibile.

Dunque, rappresentare l’impensato, talmente impensabile che risulta persino inutile pensarci. E tuttavia occorre ringraziare.

C’era una volta la mia Eva mitocondriale. C’è ancora. Vive appartata in un filamento del DNA moltiplicato per miliardi di volte. Contiene le istruzioni per costruirne altri e almeno la metà di me stesso. E’ femmina: irrinunciabilmente. E alle femmine si rivolge; cerca accoglienza; ne trova.

Da sola non può nulla; per costruirmi ha bisogno del cromosoma opposto. Esso svolge un ruolo puramente meccanico. A rigor di logica, anche il cromosoma femminile, ma nel corso dello sviluppo si nota una differenza: le femmine sanno ricevere ed elargire, custodire e nutrire, curare e proteggere. Se lo sapessero, sarebbero un pensiero interminabile.

Il maschio ne è incapace: lascia il suo seme e passa; anche se resta. Fugge spiritualmente, mentalmente affettivamente, tutte capacità che non possiede. Una presenza superflua? Praticamente.

Noi ce ne andiamo in giro a sterminare; la femmina riceve e mette al mondo. Essa permane, nei limiti del possibile (leggi accidenti, violenze, epidemie). E’ una superstite e ci permette di esserlo finché restiamo accanto a lei. Poi una forza maligna (istinto animale) ci spinge altrove. Essa piange, riceve ancora, procrea di nuovo, mentre noi ci estinguiamo.

A volte seguiamo un altro istinto – sembra di riflessione. Porta verso il cervello. Allora diventiamo matematici, fisici o all’incontrario artisti, ma è soltanto un’altra forma di fuggire: un sublime che estrania.

La capacità femminile di accogliere, proteggere e procreare è stata la mia salvezza. Il maschio mi ha dato una pennellata; poi, in un modo o nell’altro, scompare. Personalmente faccio anche peggio. Comunque, se le donne non avessero partorito e curato, in qualche modo persino immaginato tutti coloro che mi hanno preceduto, io non ci sarei.

Vorrei conoscervi tutte, madri dei tempi, madri del mio tempo. Sapere il vostro nome, come avete vissuto, sentito, sperato. Godere ancora della vostra protezione nel profondo del ventre e delle braccia: proteggervi. Vorrei vedere il vostro volto, il corpo, il seno che ha nutrito la mia possibilità di esistere, il ventre dove siamo stati, io e i miei padri e madri. Vorrei potervi parlare, decisamente ringraziare e dirvi, per quanto sconosciute, che vi amo.

Voi siete l’antico mito di una Madre che vogliamo vergine ed esclusiva; siete l’idea di esistere nella cura e nel perdono; la mia ascesa all’eterno, il mio sostare, la mia permanenza e scivolare il tempo lungo il nulla del tempo. Siete l’eccezione alla morte, il tentativo della sua smentita, l’irrinunciabile potenza dell’amore, la negazione di tutto ciò che è futile, fuggevole, volgare. Siete l’istinto di conservazione, la propensione ad essere, la nostra unica possibilità, anche quando imppazzite. Siete il progetto dell’esistenza, ovunque e comunque, della presenza a oltranza, di un senso insito nell’immaginale, privo di conoscenza ma non per questo meno vitale. Se esiste un Dio, per come ha concepito il mondo, ne siete la smentita. Se potessi conoscervi vi aiuterei a capire; lo faccio con le donne che mi frequentano professionalmente. Forse è per questo che sono qui e, forzando un po’ la mano, che in qualche modo mi ci avete portato: come se vi parlassi. E tuttavia sfuggite in fondo al tempo: io di voi non so nulla, tranne che sono qui.

Non posso ricordarvi senza un volto; farò vostro il viso che, tra la foschia e le rocce, vi ha dato Leonardo. Farò vostro quel volto per immaginarvi molte in una: sarà sempre pochissimo. Ma nella terra che è parto di fatica, vi rappresenterò con Caravaggio, nella sua Madonna dei Pellegrini. Una donna grossolana, del popolo e nel popolo: una Madonna vera. Non servirà a conoscervi, ma per lo meno a rappresentare la Madre e l’incoscienza del suo infinito senso del restare.


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