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I. Broskij: dal Baltico al Mediterraneo

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I. Broskij: dal Baltico al Mediterraneo
(Giovanni Baldaccini)

“Sono nato e cresciuto sull’altra sponda del Baltico, in pratica sull’altra pagina di uno stesso giornale grigio e frusciante. A volte, nei giorni limpidi, specialmente in autunno, mentre stavamo su una spiaggia dalle parti di Kellomaki, un amico tendeva il dito in direzione nord ovest, al di là di quella lastra d’acqua e diceva: “Vedi quella striscia azzurra di terra? E’ la Svezia””. (I. Brodskij, Dall’esilio, Adelphi, Milano, 1988).

Chinati, ti devo sussurrare all’orecchio qualcosa:
per tutto io sono grato, per un osso
di pollo come per lo stridio delle forbici che già un vuoto
ritagliano per me, perché quel vuoto è Tuo.
Non importa se è nero. E non importa
se in esso non c’è mano, e non c’è viso, né il suo ovale.
La cosa quanto più è invisibile, tanto più è certo
che sulla terra è esistita una volta,
e quindi tanto più essa è dovunque.
Sei stato il primo a cui è accaduto, vero?
E può tenersi a un chiodo solamente
ciò che in due parti uguali non si può dividere.
Io sono stato a Roma. Inondato di luce. Come
può soltanto sognare un frammento! Una dracma
d’oro è rimasta sopra la mia retina.
Basta per tutta la lunghezza della tenebra.
(da “Poesie Italiane/Elegie romane”)

 


storie di mare e deserto – raccolta – free download

Per compagnia d’estate, se qualcuno vorrà tenermi un po’ con sé e, magari, riportarmi a riva.

 

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Storie di mare e deserto

 


le custodi del seme: tra biologia e poesia

pensieri brevi tra biologia, psicologia e poesia

Etching: 19, 21, 23, 24, 26, 30, 31 May 1971, 2 June 1971 (L.130) 1971 by Pablo Picasso 1881-1973

Signora
le tue proposizioni d’infinito spostano secoli, l’inavvertito sempre, il mio declino.
Di valle in valle gli occhi a deviare i rimbalzi d’autunno
e il verde è nel ricordo
che nessuno ti guarda quando spargi
le vesti:
la mia sosta.
A volte sensazione di sconcerto, celi ombre tra tele
suoni, righe, fumi bassi che spandi.
Tuttavia deflagrante, non è dato nascondersi al tuo seno
le braccia tese
l’arte sovrastante dei ricordi
smossi dal mattino
che allaghi di torpore se li pongo
a margine del viso
e la schiuma sui fianchi ed oltre l’alba
l’autunno
il tratto d’inespresso che ti scaglia
oltre di me, di noi, dell’incosccienza.
Non è dato capire.
Soltanto contemplarti se discosto
l’algebra, la tensione, le finestre
che affacciano apparenze
mentre tu spargi la mia vista cieca e la definizione che ti copre:
non ti darò un mio nome.
C’era vento e parole
dove ritorno, parto, scorgo, se mi frastaglio muoio
nei lineamenti: un’opzione inutile.
Ti parlerò di me quando mi piego a seguire la forma dove passi;
raccogliere
nella bocca delusa
scintille d’ombra che si fanno voce
che non ho altro e scrivo il tuo mantello
che ricopre la terra e la mia sera.
Tu mi travasi da distanze enormi:
amarti senza averti il mio destino.

Non so come sono arrivato qui. Ci vivo, ci penso, ci amo, ci scrivo, ci disgusto o ci sguazzo, ma non so come.

Un viaggio lungo, irrappresentabile, tanto da non averne idea. Eppure sono qui; quel viaggio l’ho fatto: involontariamente.

Come sia stato possibile resta comunque un mistero. Pensandoci, rasenta l’incredibile. Basta considerare tutti i pericoli che esistono là fuori: guerre, malattie, casualità, per non parlare, in epoche più remote, dei predatori. Davvero è inammissibile che io oggi sia qui. Se si pensa a tutte le persone che l’uomo, il caso e i virus hanno sterminato, esserci è un miracolo. Ovviamente non mi riferisco a me stesso: io non ho attraversato i secoli; il seme da cui derivo sì. Che sia riuscito a trasmettersi senza interruzioni è fatto del tutto inconcepibile.

Dunque, rappresentare l’impensato, talmente impensabile che risulta persino inutile pensarci. E tuttavia occorre ringraziare.

C’era una volta la mia Eva mitocondriale. C’è ancora. Vive appartata in un filamento del DNA moltiplicato per miliardi di volte. Contiene le istruzioni per costruirne altri e almeno la metà di me stesso. E’ femmina: irrinunciabilmente. E alle femmine si rivolge; cerca accoglienza; ne trova.

Da sola non può nulla; per costruirmi ha bisogno del cromosoma opposto. Esso svolge un ruolo puramente meccanico. A rigor di logica, anche il cromosoma femminile, ma nel corso dello sviluppo si nota una differenza: le femmine sanno ricevere ed elargire, custodire e nutrire, curare e proteggere. Se lo sapessero, sarebbero un pensiero interminabile.

Il maschio ne è incapace: lascia il suo seme e passa; anche se resta. Fugge spiritualmente, mentalmente affettivamente, tutte capacità che non possiede. Una presenza superflua? Praticamente.

Noi ce ne andiamo in giro a sterminare; la femmina riceve e mette al mondo. Essa permane, nei limiti del possibile (leggi accidenti, violenze, epidemie). E’ una superstite e ci permette di esserlo finché restiamo accanto a lei. Poi una forza maligna (istinto animale) ci spinge altrove. Essa piange, riceve ancora, procrea di nuovo, mentre noi ci estinguiamo.

A volte seguiamo un altro istinto – sembra di riflessione. Porta verso il cervello. Allora diventiamo matematici, fisici o all’incontrario artisti, ma è soltanto un’altra forma di fuggire: un sublime che estrania.

La capacità femminile di accogliere, proteggere e procreare è stata la mia salvezza. Il maschio mi ha dato una pennellata; poi, in un modo o nell’altro, scompare. Personalmente faccio anche peggio. Comunque, se le donne non avessero partorito e curato, in qualche modo persino immaginato tutti coloro che mi hanno preceduto, io non ci sarei.

Vorrei conoscervi tutte, madri dei tempi, madri del mio tempo. Sapere il vostro nome, come avete vissuto, sentito, sperato. Godere ancora della vostra protezione nel profondo del ventre e delle braccia: proteggervi. Vorrei vedere il vostro volto, il corpo, il seno che ha nutrito la mia possibilità di esistere, il ventre dove siamo stati, io e i miei padri e madri. Vorrei potervi parlare, decisamente ringraziare e dirvi, per quanto sconosciute, che vi amo.

Voi siete l’antico mito di una Madre che vogliamo vergine ed esclusiva; siete l’idea di esistere nella cura e nel perdono; la mia ascesa all’eterno, il mio sostare, la mia permanenza e scivolare il tempo lungo il nulla del tempo. Siete l’eccezione alla morte, il tentativo della sua smentita, l’irrinunciabile potenza dell’amore, la negazione di tutto ciò che è futile, fuggevole, volgare. Siete l’istinto di conservazione, la propensione ad essere, la nostra unica possibilità, anche quando imppazzite. Siete il progetto dell’esistenza, ovunque e comunque, della presenza a oltranza, di un senso insito nell’immaginale, privo di conoscenza ma non per questo meno vitale. Se esiste un Dio, per come ha concepito il mondo, ne siete la smentita. Se potessi conoscervi vi aiuterei a capire; lo faccio con le donne che mi frequentano professionalmente. Forse è per questo che sono qui e, forzando un po’ la mano, che in qualche modo mi ci avete portato: come se vi parlassi. E tuttavia sfuggite in fondo al tempo: io di voi non so nulla, tranne che sono qui.

Non posso ricordarvi senza un volto; farò vostro il viso che, tra la foschia e le rocce, vi ha dato Leonardo. Farò vostro quel volto per immaginarvi molte in una: sarà sempre pochissimo. Ma nella terra che è parto di fatica, vi rappresenterò con Caravaggio, nella sua Madonna dei Pellegrini. Una donna grossolana, del popolo e nel popolo: una Madonna vera. Non servirà a conoscervi, ma per lo meno a rappresentare la Madre e l’incoscienza del suo infinito senso del restare.


Fino a quando, un video di Franca Visentin – testo e immagini di Luciana Riommi

      commosso…

 


Lynda Hull: JACKSON HOTEL

gabriel

A volte dopo ore di vino riesco quasi a vedere
…..la notte che plana, bassa alle spalle del porto
……….lungo le interminabili vie di vetrine
oltre i manichini dai gesti perfetti.
…..Lascio l’acqua fumante sul fornello a gas
……….e a volte riesco a sfuggire al mio corpo,
quasi trovo l’unica parola che evita le sere
…..che non assolvono niente, un inverno vissuto da sola
……….e al freddo. Stanze in cui in qualche modo sposi
i lutti di estranei che tremano
…..sulle pareti come le mani
……….della ballerina della porta accanto, luminosa
di metredina, che tamburella sui muri per ore
…..farfugliando dell’argento che giura
……….riveste l’edificio, i corridoi
dove ogni notte gli ubriachi biascicano
…..il solito rosario finché non ammutoliscono
……….sotto ai numeri ossidati, alle lampadine
che sono le stelle di ogni soffitto.
…..Vi devo dire che ho paura di starmene qui
……….a perdere me stessa nell’ora del lento cancellarsi
al punto di non riconoscere me stessa se non da questo peso
…..freddo, questa mano sul mio grembo, supina.
……….Voglio fermare le mani della ballerina
tra le mie, parlare del perdono
…..e di ciò che ci lasciamo alle spalle—facce
……….e città, i piccoli imprevisti
delle notti. Non dico niente, ma
…..appoggiata al davanzale, la guardo che esce
……….nel momento in cui
i primi taxi cominciano a muoversi appena
…..alle luci di Chinatown, alimentati
……….da un desiderio triste e umano. La guardo svanire
in fondo alla via finché è solo uno sbaffo
…..viola nel cerchio del mio fiato. Figura tanto minuta
……….che la potrei tenere nella coppa delle mie mani.

 

(traduzione di Damiano Abeni)


una poesia (di J. Ashbery)

 

E lei si chiama Ut pictura poesis

Non puoi dirlo piú cosí.
Preoccupato della bellezza devi
uscire allo scoperto, in una radura,
e riposare. Certo, qualsiasi cosa strana ti succeda
è OK. Chiedere di piú non sarebbe
da te, tu che hai cosí tanti amanti,
gente che ti ammira ed è pronta
a fare cose per te, ma tu pensi
non sia giusto, che se ti conoscessero davvero…
Basta cosí con l’autoanalisi. E adesso,
su cosa mettere nella tua poesia-quadro:
i fiori sono sempre belli, specie i delphinium.
I nomi di bambini conosciuti un tempo e le loro slitte,
i razzetti vanno bene – esistono ancora?
Ci sono un sacco di altre cose con le stesse proprietà
delle sunnominate. Ora si devono
trovare alcune parole importanti e molte di basso profilo,
dal suono fiacco. Lei mi contattò
perché comprassi la sua scrivania. D’improvviso la strada fu
follia pura e clangore di strumenti giapponesi.
Prosaici testamenti vennero sparpagliati tutt’attorno. La sua testa
s’allacciò alla mia. Eravamo una biciancola. Qualcosa
andrebbe scritto su come ciò ti condizioni
quando scrivi poesia:
l’estrema austerità di una testa pressoché vuota
che si scontra con il rigoglioso fogliame Rousseau-simile del suo desiderio di [comunicare
qualcosa nelle intermittenze del respiro, anche se solo nell’interesse
d’altri e per il loro desiderio di capirti e disertarti
per altri centri di comunicazione, cosí che la comprensione
possa avere inizio, e cosí facendo essere disfatta.

John Ashbery


Franca Alaimo su “Oltre il varco di notte”

Copertina Oltre il varco

 

 

E’ un libro complesso “Oltre il varco di notte” di Giovanni Baldaccini, traboccante di immagini da intendere in tutte le accezioni che il termine ha nella lingua latina (da cui deriva) di ombra, fantasma, simulacro, pensiero, spirito; poiché di questo si tratta: perdere confini, uscendo fuori dallo spazio-tempo che delimita i luoghi e la durata dell’esistente. Da quale sentimento nascano questa assenza e questa dimenticanza è difficile dire: paura della morte, che in questo modo viene rinviata illimitatamente; rifiuto del reale, che viene trasformato in un’onirica visione di colori e in un accumulo disordinato di sensazioni e ricordi; desiderio di coincidere non con i bordi della propria vita, con i suoi segmenti messi in bella fila nel tempo e nello spazio, ma con qualcosa di più vasto, fluttuante, rimodellabile a proprio piacimento. E questo versificare così enigmatico (anche i brani in prosa hanno lo stesso linguaggio dei testi poetici), così consegnato a dimensioni astratte, mi sembra trovi la sua giustificazione estetica nella qualità dei suoni: essi hanno un ruolo molto importante, infatti. Il lettore, spesso, dimentica ciò che sta leggendo e cade nella fascinazione dei versi che somigliano a dei grumi musicali, attraverso i quali gli sembra di raggiungere lo strano segreto di questa silloge, questa, come dire?, sua liquidità in cui tutto si muove, oscilla, galleggia, affonda, riemerge: un gioco serissimo, in verità, perché qui si tratta di andare “oltre il varco della notte” e rifondare tutto.

scaricabile su http://www.larecherche.it/librolibero_ebook.asp?Id=198


lo spazio letterario

vetro

 

“Questo esilio che è proprio del poema fa del poeta l’errante, il sempre smarrito, colui che è privo della presenza stabile e della vera sosta. E ciò deve essere inteso nel senso più grave: l’artista non appartiene alla verità, perché l’opera è ciò che sfugge al movimento del vero, perché sempre, da qualche parte, essa lo revoca, si sottrae alla significazione, designando la regione dove niente resta, dove ciò che è avvenuto non è tuttavia avvenuto, dove ciò che ricomincia non è ancora mai cominciato, luogo della più pericolosa indecisione, della confusione da cui niente sorge. Questo di fuori eterno è evocato efficacemente dalle tenebre esterne, in cui l’uomo è messo alla prova di ciò che il vero deve negare per divenire la possibilità e la via.”
(M.Blanchot, Lo spazio Letterario, Einaudi, Torino, 1977, p. 207)


Un rimedio: Forse un mattino di Eugenio Montale

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò  compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.


Montale

forma di sera

(foto ed elaborazione di luciana riommi)

 

Dicono che la mia
sia una poesia d’inappartenenza.
Ma s’era tua era di qualcuno:
di te che non sei più forma, ma essenza.
Dicono che la poesia al suo culmine
magnifica il Tutto in fuga,
negano che la testuggine
sia più veloce del fulmine.
Tu sola sapevi che il moto non è diverso dalla stasi,
che il vuoto è il pieno e il sereno è la più diffusa delle nubi.
Così meglio intendo il tuo lungo viaggio
imprigionata tra le bende e i gessi.
Eppure non mi dà riposo
sapere che in uno o in due noi siamo una sola cosa.

 

da “Satura”, 1971


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