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riparazioni

Gustavo Dìaz Sosa

Gustavo Dìaz Sosa

 
 
L’altro giorno una signora andata, di quelle che non t’aspetti, piccola a fiori diluita all’osso, m’ha portato una sveglia senza ore. Le ho chiesto cosa volesse farne: m’ha risposto di lasciarla dormire. Io l’ho messa in custodia. Dorme da sempre: non si può fare altro del passato.
Colleziono distanze: una fatica enorme.
Prima di riparare, spesso interrogo cose. Esempio di interrogazione: cosa vorresti diventare? Nessuna che confermi la natura dell’essere accertato in cui si trova. Spesso sospetto smanie.
Ho un martello, una sega, un’occasione che tengo con la testa sotto il banco. Quando mi chino ci guardiamo appena: ci frequentiamo poco. A volte ci mostriamo i documenti, tanto per confermare.
Quando mi annoio faccio passeggiate. Struscio vicoli, muri con la schiena (se sgretolati grattano) sensi vietati, spesso senza senso. Se inciampo, riparo piedi e sassi. Se perdo tracce, le ritrovo in bottega, come se sapessero da sole dove andare. Ci spieghiamo per bene: che non accada più. Succede sempre.
Quando suona il telefono riattacco.
Taglio fotografie. Da una ne costruisco molte. È semplicissimo, basta indagare e ritagliare figure intere, strade, paesaggi, sfondi, ruote carretti case facce abiti d’occasione vicoletti cose di cose: cose. Non finiscono mai, tanto che devo proprio darci un taglio. Poi qualcuno protesta: m’hai rotto il mondo! Sì, ma ne ho fatto uno che non t’aspettavi.
Spesso mi tocca prenderli per mano. Significa che in quei ritagli ci sono anch’io. Qualche volta mi viene da pensare: sono un ritaglio. Taglio.
Gli amori me li tengo sotto il letto. Rassicurano, con diluito senso di mancanza.
Certe sere vengono farfalle. Salgono dalla riva di nessuno; chiedono ali grandi. Regalo loro l’immaginazione: possono andare ovunque. Quando frusciano, hanno un suono diverso. come strumenti. Che rompo per rifare. Senza corde i violini suonano meglio: in silenzio, a schema muto.
Quando le stelle striscio le stagioni: sono diversi i cieli, a seconda dell’inclinazione. Dunque, inclino. A furia di inclinare vado curvo: mi riparo di sera.
Come la luna, che a volte mi chiedeva di certe sere al largo. Giambico, mi scusavo della dimenticanza. Poi, rapsodo, inventavo emozioni da consegnare al vento, con recapito fisso. A volte cade. Restano frammenti.

Travasava da emisferi lontani:
astri, la notte.
Spume traevano soffi
= nebbia saliva apatica la valle
tra facce grigie
come se s’aggirassero le nubi
con fare arabescante di frontiera
scosse da vento instabile e frammenti
come sempre le cose.
Lei soggiornava pallida
nell’arco addormentato delle braccia.
Occasionale
diluivo la luna
mentre i suoi capelli
formavano una sorgente di pensieri
umidi
come le sfere alte della notte.
Poi sospirava appena: forma d’alba lontano.
Scuotersi.
Fuggiremo cuore mio…?
(c’era silenzio dietro le sue ciglia).
Celarsi.
Quando mi lascio andare
m’incateno a qualcosa che non c’è.

Dopo la riparo.

 
 


nebbia

(Rothko)

(Rothko)

Tratto da “Oltre il varco di notte”, Libri Liberi de LaRecherche.

*
Quindi mi oscuro. Come spesso la nebbia, che la sera travasa tra limoni e i campi degli aranci dove una volta il sole. O nei fondi di fragole: ristoro.
Non è facile farlo. Occorrono condizioni particolari, molto umido e caldo come frammenti di evaporazione. Che rappresento, quando mi spando intorno. Inutile cercare direzione: sfumo dovunque.
Piuttosto, orizzontarsi al suolo. Provate a camminarmi nella sera, quando il buio s’abbassa ed io l’addenso, tra goccioline che non puoi toccare, che se provi scompaio. Per ritornare subito: circondo. Un senso di oppressione: la mia specialità.
Faccio provare quello che provo io. Non crediate sia comodo: essere nebbia assale. E lo sforzo, la fatica, l’indistinto, l’impalpabile vaneggio asostanziale. D’estate un bagno turco; d’inverno raggelare.
Muoversi adagio nell’ovattato nulla: faccio sparire il mondo con i suoni. Induco anche, qualche volta pensieri. Se mi incontrate in mare, meglio arenarsi e lanciare segnali di soccorso. Difficile, però, trovarvi. Soltanto io conosco la posizione, ma la scordo: non posso trattenere. Se un bosco, legatevi a qualcosa: faccio smarrire.
Densa polpa sognante, a volte stimolo: generalmente sentimenti ambigui. Chiedere ai poeti, meglio se pessimisti.
Quando palude, sguazzo. Mi piace il remo lento dentro l’acqua: spande rotondità di confusione. E gli uccelli ovattato ottundimento. Luna a tratti: baratri tremolanti di tremore. E le ombre dei rami, inestimabile fraseggio senza voce. Solo talvolta: vento. Mi sparge la veste.
Chiudo: ogni tuo luogo accanto. Se sai guardare apro assurdità. E finestre di notte, quando da casa affacci il mio torpore e un senso lento ti compare dentro, come fosse una nenia, una madre diversa, una stesura sparsa sulla neve, dove non senti i passi.
Diffondo dimensioni non formali, come soltanto i sogni, dove a volte mi vedi e ti risvegli.
Spargo: poche luci soffuse, dove tutto è di sera e la passione stenta, incapace di trovare una figura.
Spengo: sofferenze di testa. Dentro di me si viaggia l’irreale. Annullo le stagioni della vita e tu diventi vago: una visione inedita.
Taccio: con la tua solitudine in te stesso e rendo assente quello che affatica. Se mi segui riposi.
Formo allucinazioni se assecondi. Da me non posso nulla: mi rattristo. Per questo scendo la valle e ti circondo e se sei in alto ti raggiungo in volo. Sono una fantasia se mi attraversi e rivoltiamo il mondo.
Raccoglimento, quando mi serro intorno ad una pieve.
Non portare una lampada: certe volte pudore.


lettere dal Ponto

 
Tristia

 

Chiarissimo Marcello,
nella fanghiglia dove trasogniamo transfughi insoddisfatti vecchi danni, è arrivato un poeta dalla Corte, dicono Publio, altri Ovidio… Nasone.
Compromesso come tutti noi, esita; andrebbe incoraggiato in qualche modo.
Niente di politico; più che altro uno sciocco. S’è messo contro quelli del potere, si mormora la figlia dell’Augusto. L’ha trattata come una puttana, il che magari sarà anche vero… tuttavia incauto.
Qualche suggerimento?

Carissimo amico,
la tua sensibilità non finisce di stupire. Se dovessi dare ascolto a ogni segnalazione non avrei tempo per cure d’altro tipo.
Quale governatore depennato, tu ben capisci le rogne, le attenzioni, i tranelli, le trappole sottili che fronteggio nell’incubo di quotidianità pseudoromana. E tuttavia, di Roma pur si tratta: se l’ha cacciato, avrà le sue ragioni.
Detto tra noi, Giulia è una puttana, ma dirglielo così esplicitamente…
Non farti altre cure.

Prezioso amico,
l’altra mattina, di buon’ora, raggelato in un mantello poco adatto, traversavo le nebbie di brughiera. C’era vento da est, freddo tagliente.
Strapazzava i pochi fili d’erba che sopravvivono in questo clima spento. Dal mare si annunciava una burrasca, come richiede la stagione e il luogo. Nereggiava l’orizzonte ostile; ammassava quanto di peggio e oltre. Si affrettavano scarse imbarcazioni a raggiungere riva. Appena in tempo, credo.
Tornando verso casa, disperso tra le nubi basse, non potevo evitare di pensare all’effetto su una mente non assidua. Viene da Roma, altro clima, altra luce. Prova a pensare a dove ci troviamo – si trova – solo. Io non resisterei. Ricordo il primo impatto; e tu?
Non ti tedierò oltre, Marcello unico amico. Tuttavia considera: è un poeta, non un politico coi calli come noi. Se vorrai aiutarlo mi darà conforto.
Non so perché ci tengo; forse qualche lettura… forse invecchio.

… ti prego dunque, in nome degli dei: non andare oltre.
Pensa piuttosto a radunare qualche contadino, ragazzotti di scarsa intelligenza da ammassare nelle torri sui confini. Coi barbari accampati alla palude, cosa vuoi che mi importi di un poeta. Qui ne va della pelle, amico mio! Inutile sperare nei rinforzi. Come ben sai, Roma ci ignora. Mi adeguo.

L’ho visto da lontano.
Galleggiavo portato da corrente lungo la riva e i sassi sul fondale. Pochi pesci nell’acqua; molto ghiaccio.
Tra le buche in cui il mare si insinuava, lanciavo sassolini coi pensieri. Quindi, coi remi in secca, le braccia aperte, le mani strette ai bordi, davo scosse ondeggianti alla mia barca, prova indiscussa di idee di suicidio. Casualmente, è entrato nella vista.
S’era alzato la toga; camminava nel gelo del mattino, piedi nell’acqua senza più il mantello. L’aveva in vita quando l’ho raggiunto. Non so se ho fatto bene. Era scosso.
Pochi ringraziamenti lungo la via che riconduce a casa. Una baracca, un letto, un tavolino. Libri in terra, come dimenticanza.
M’ha dato quattro righe a ringraziare. Non esclude futuri tentativi.
Neppure io.

Oh senti, carissimo: invecchi! Dove hai lasciato le battaglie nella Gallia, le urla, i morti, i corpi a scatafascio, il sangue a spruzzi… ne sei intriso! Tutto dimenticato? Dovresti essere avvezzo a qualche morte. Una di più non cambia certo il conto.
Questa mattina è venuto un messaggero con notizie svogliate dal confine. Hanno attaccato e qualche torre cade. In nome degli dei, ci vuoi pensare? In fin dei conti sei tu lo stratega! Una volta Comandante della “Decima” o mi sbaglio? E poi console… dunque cadaveri lungo la via della carriera ne hai lasciati! Fratello, qui ci impalano! Che vuoi che me ne freghi di un porta!

Chiarissimo Marcello,
non ho scordato nulla. Dunque, una domanda: perché esistere? Ci impalano, dici; non sarà grave danno. D’altronde, nelle tue notti con fanciulli e donne rimediate da bordelli casuali, tu non sei uso ad altro. Questa volta sarà esperienza opposta.
Nulla ho scordato, Marcello: non potrei. Troppo danno. E quando la civetta sparge grida e la notte s’accosta alla mia casa, ricordo ma non vorrei un brandello di memoria.
Rinnovo la domanda: perché esistere? continuare a scannare o esserlo; non fa molta differenza. Siamo annegati nel vuoto del potere, Marcello caro; la pietà non è neppure un’opzione. Nel Nulla che ci assedia, quei barbari che tanto ti preoccupano ne fanno parte: non sono altro che la forma che nella circostanza il Nulla assume. Non scamperai dal Nulla, amico mio. Poni mente: da esso proveniamo e torneremo. Cambia solo il modo. Vuoi sceglierne uno? Bene; questo ci è dato: decideremo come scomparire.
Vieni a cena da me questa sera. Penseremo, come tu dici, prima di ubriacarci e di dormire.

P.S.: Leggi qualche poesia ogni tanto. Ti farà bene, per quello che vale.
 
 


su “L’EstroVerso”

 
 

(Mark Rothko, Blue and gray)

(Mark Rothko, Blue and gray)


 

su l’EstroVerso ‘Oltre il varco di notte’

http://t.co/YghJT2VFhb

 
 


Lettera ad un addio

(Ara Coeli, foto di giovanni baldaccini)

(Ara Coeli, foto di giovanni baldaccini)

 

Carissimi,
non attendete il ritorno di un assente. Chi scrive non è mai esistito. Se vi sorprenderà, correggete l’inganno.
Nella parvenza che questa forma incarna, detto le ultime voglie, frasi, intuizioni.
Fate senza di me. Come se questo fosse testamento e chi lo scrive inevitabilmente morto.
Lascio la casa, le rendite, la terra a voi che siete vivi. Disponetene.
Dividete la sostanza: che a nessuno debba mancar nulla. Per la vita che avrete, fino a quando la avrete, quello che lascio basta.
Indicherò il notaio, dove questo mio scritto giace autenticato, in successiva postilla. Arriverà per tempo.
Non piangete chi scrive: non merita e non ne ha bisogno.
Se potessi, vi direi che vi ho amato, ma sarebbe banale superficie, perché nulla ho saputo, potuto, voluto.
Questo è ciò che rimane e quanto resta. Sostanzialmente: addio.

Di fronte all’Ara Coeli. Porta d’accesso in cima a scalinata: affrontare mancanze.
Sulle ginocchia, di scalino in scalino: per tutto ciò che non sono stato… per tutto ciò che non sono… per tutto…
Ripetere fino alla sommità.

 

Tratto da Ara Coeli

 

 


Oltre il varco di notte

[

(Edvard Munch, Starry night)

(Edvard Munch, Starry night)

Ah santo cielo, certe cose non dovrebbero accadere: rientro immediatamente!
Intanto: Sirio s’accostava fulminante e il carro sempre a nord. Calcolare la notte. Per ripartire dove tu ti trovi, ma temo per la rotta. Per quanto sarà stabile? Se c’è stabilità nel dove d’altro.
Nell’insicurezza generale, tutto sembra sicuro e l’inganno travalica i confini diffondendo apparenze. L’inattuale domina e l’assurdo s’annida nelle ore, oltre il visibile. Tu mi scrivi di cose che non so riconoscere e temo di incontrare sul tuo volto quando raggiungerò la tua distanza.
Prima che fosse, spostavo frasi lungo gli orizzonti. Mi vestivo di luna per travasare suoni di granelli quando il vento diffonde. La sabbia ha un moto lungo di tristezza: intermittente senza interruzione. Sfolgorante, sembra tuttavia vuota. In realtà, passi dovunque di creature spente aduse agli intervalli della notte: escono quando è ombra. Esse non sanno leggere la luna ma alla sua luce i granelli riflettono parole come forme di stelle. Inseguivo le tracce.
Mi ricordo i capelli, fulgide trasparenti dimensioni instabili di vento. L’agitazione che sempre m’inducevano; l’impossibilità di toccarli nel vasto dell’assenza scompigliante. Le voci del tuo viso, le allusioni, i ritrovi e l’impensabile che ti socchiude gli occhi. Mi ricordo: temo di ricordare.
Ricordo i fazzoletti stesi altrove, senza finestre messe ad asciugare. Probabile l’immensa diffusione, senza alcuna certezza. Questo mi dava scampo e le parole fluivano senza intralcio di tempo da un lontano impossibile attuale dove la lingua nasce.
Tu mi scrivevi frusci dove mettevo note senza dire. Era bianco il silenzio.
Il violino dell’alba tramutava il non colore in strisce. Era tiepido, quando ti accosti.
Un filo lungo di allontanamento. Ora in vista del mare.
Ho dato ordine alla prua di staccarsi dall’onda, alla fretta di spingere, al vento di gonfiare vele e gabbiani al traino. Ho dato ordine alla morte di morire ed alla mia paura di nuotare lungo le forme dell’immaginare. Ordino l’impossibile e la notte, che copre il mondo e annulla dimensioni di distanza e alla follia di lasciarmi sfuggire dai vincoli spasmodici del vago dove tu non esisti ed io collasso.
Se occorrerà. ordinerò alla vita di lasciarmi. E al dubbio: se passo il ponte e sfuggo l’estremità dell’ombra della terra, cosa mi garantisce di trovarti tra i flussi scoraggianti delle anime smesse? Ti rendi conto? Miliardi, tutto il tempo del tempo. Dunque, dove? E soprattutto chi, se esiste un chi. O un indistinto unico, teso come la vita senza forma, quando la forma sfugge e il non ancora? O il trascorso, dove non c’è più nulla. Ah, anima! Io non ho modo di liberazione e tu scompari.
Tracannavo nel tempo le bottiglie dei tuoi messaggi spersi. Distraevo la furia di una tempesta al largo ammassando invenzioni. Quella s’accosta umida. Siede. Ascolta le storie dei tuoi anni, chiusi tra terre ignote dove strisciano pesci senza branchie. E le impronte nel fango.
Tu lasci segni, mentre ancora ti seguo. Siamo rimasti in pochi, amore mio. Per questo accade.
Notte divampa ad est; luna cangiante. C’è una fontana nella notte fonda. Squarcia: campi di luce dove ti incateno per leggere di te senza parole. Restare in vista.
Poi ripassavo vecchie poesie scritte nell’avventura della lingua. Erano forme di divinazione: tutto il vago del mondo.
Vagami. E invia congiunzioni delle stelle per tenermi informato. Quando sarà, fermati al bordo estremo. Io mi tendo nel varco.

 

 


ai confini di Grecia

a Michela

Dicono di me: arrivederci.
L’ora corre veloce ed io dileguo: occultarsi al sicuro, fino a che torni la sobrietà profonda della notte. Tra l’altro, la mia declinazione è inconsistenza.
Parametri a scomparsa. Uno per uno: provare a orizzontarsi. Quindi di conto: ah, non ritornano mai! Il tempo è una catena d’orologio: scorrere maglie. E il rosario.
Divincolarsi.

Mi scrivo.
Gentile amico, ecc. ecc. amenità sciocchezze parapiglia. Generalmente smentite; poi bla bla, sì come no; però, assolutamente contrario. E comunque, non ti ci abituare!
Tralascio la risposta.

Vagolavano intanto l’assoluto poche stelle al risparmio. Romantica la notte s’assopiva tra nuvole a casaccio. Vento assediava vele. Quando m’imbarco non ho soluzioni. Qualche volta un sestante.

Occorrerà
a noi dannati spersi
ricucire la terra
ed accerchiare il campo delle stelle
a riempire la sorte
lungo il moto incessante
del lunario animale
e chiudere le porte dell’eterno
perché ritorna
mentre per noi il sollievo è nel finire.
Occorrerà redimerci
dall’universo sparso
dove noi costruiamo storie magre
che qualcuno dimentica
quando la luna scende ombra di terra
sale
l’indefinito mistico
e noi malati cronici
parliamo malattie
e asserragliati
nel definito limite
occorrerà tracciare
nell’occhio del sestante
rotte diverse
per amore di donne e delle figlie
e le sorelle nubili
che non avranno prole da macello
che circonda la terra
e le approssimazioni delle stelle.

Quindi di sogno: alba.
Ti sarei grato se spegnessi la luce e mi lasciassi ancora.
Ti sarei grato se l’incrinato viola colmo di rosso rosa giallo appena s’addolcisse di ombra e palpebre.
Ancora ti sarei se tu non fossi altro da me diversa e unificati mi convergessi l’anima d’altrove dove tutto si sfoglia ed io consunto spargo cose d’intenso senza dire che dire fa fatica ed il silenzio sfugge questo orlo di mondo dove m’assiepo come se svenuto.
Ora riprendere fiato.

Ben presto stanco, cercavo soluzioni d’incompiuto, tanto per raggelare. Non mi trovavo male, ma qualcosa mancava. Forse un’ombra di sera: Padre.

Per evitare danni superiori.
M’imbronciavo di te: spazio d’ascolto. Quindi la notte Bach: come le stelle.
Mi sfogliavo lettura. Io non so stare senza farmi male, ma la tensione è vita. Tra pagine, tentare di disperdere: mondo e altro – leggi sciocchezze, convenzioni, comunicazioni vaghe, scarso amore. In breve: superficie.
C’era la storia, c’era la bufera, c’era quello che c’era quando c’era. Per questo:

prenotare carrozze.
Sai, quelle con parafanghi e la lanterna, sedili di velluto e all’occorrenza plaid. Il problema è i cavalli. Davvero il presente è impresentabile.
Vienna adagiata consultava ore. Lì il tempo è un fermaglio.
Piuttosto sul confuso, mi dirigevo al Prater. C’era una banda, forse d’altra sfera.
Mahler a passeggio consultava appunti d’ottoni ed altri fiati; nella testa violini. Qui la musica odora di formaggio con le patate al forno e l’anima disperde incomprensioni. Sulle panchine, mi sedevo adagio.
Si ballava dovunque. Altri, compunti, ascoltavano assorti sotto il palchetto e baffi. Audaci le signore. Grandi cappelli e ombra sulle ciglia.
Poco distante. S’era venduto il cavallo e strascicava la pistola in testa. Troppe notti, barone; troppe.
Poi ti incontravo come nei tuoi libri, per caso e per sventura. Naturalmente il peso è sempre falso e la pazienza ha un limite.
S’involavano intanto: ballerine. Come volteggi d’aria dentro l’aria e vento a sovvenzione. Estremamente bianche nell’azzurro; rosse, le scarpe, guizzi, ma la musica non ha colorazione se non astratti d’anima e le gambe: come suoni leggeri.
Appena indietro, S. Stefano diffondeva Mozart. Ammaliato: ancora un’altra notte.
Alla vela, ma non si arriva mai.

Inevitabile, se viaggi il tempo indietro. Dunque restare? Piuttosto mi sconvolgo le cervella e crocifisso mi dispongo al palo, una corda sul collo – tira tira! – le braccia e le gambe legate a due cavalli – tira! – in direzioni opposte.
Tra l’altro, gli angeli stanno male ed i violini ne cantano la fine. Chiedere a Berg.

Intanto alla stazione. Dove fugge, Maestro?
Vado a Torino.
A fare?
Cose di morte a cena.

Bisanzio sussurrava di mancanza. C’ero venuto tanto tempo fa, di traverso di fuga.
Musica ripetuta, fumo e sonno, molti dialetti e sguardi. Esotiche le donne, col rimbalzo. Certe volte stordisce. Come l’Asia di là, dietro la mano. Andare è un’altra cosa: troppe steppe. Quasi senza confine: ha sapore di nulla.
Incontravo un amico. Secondo lui Bisanzio scorre via, come il canto di un pendolo.
Mi trascinava a Venezia, dentro le fondamenta, Diceva: siamo incurabili; dobbiamo stare qui.
C’era un angelo in giro. Lo incontravamo di notte sui battelli; ci ignorava.

E teso vento sale s’aggroviglia. Sui binari non serve.

A Parigi formavo collezioni: bicchieri vuoti e brindisi sviati.
C’erano tele lungo la parete, colme di brevità, minuscole apparenze luminose, come fosse la vita.
In campagna coi corvi, qualche volta. Una distanza enorme.
La sera, la tua gonna forniva informazioni di vizi e di virtù. Io m’appendevo afasico, pieno di sconvenienze, come uccelli a vampate. Poi scomponevo le tue prospettive per sfuggire la noia. Una parvenza il mondo, troppo simile a me.
Poi qualcuno scriveva della guerra, la malattia, il catarro e le sirene dei battelli a richiamare. Rispondevano tutti; e non se ne parli più.

Amsterdam galleggiava nei riflessi. E cocci di bottiglia.
Tu giravi colori e il tuo turbante aveva un’avvenenza di scomparsa. Stavi, nei canali e nel gelo, piume d’oca, orizzontali smossi firmamenti. Flusso, dalle tue labbra ancora.
Ti seguivo nel plumbeo dell’acqua per salvare i colori. Lo sai, non sono ripetibili: quello che sfuma sfuma.
Ti ho disegnato ieri sul mio viso: deludente l’effetto. Se provo nella testa t’allontani.
Ti cercavo talvolta nelle frasi che mormoravo appena, forse dentro la perla.

C’è sempre un crocevia. Girare dove?

Come per noi, fratelli, dove siamo, se ancora la memoria.

C’era quello che c’era quando c’era. Siamo stati un barlume, un ordine disperso, un singhiozzo in un balzo, una consolazione all’ignoranza e l’agrodolce rimaneva in gola, come un urlo su tela.
Faceva freddo, lì.

Alle Termopili c’era la prima neve. E vento.
Tu pettinavi i miei capelli sciolti mormorando antiche cantilene. M’assopivo. Intorno, stava la Morte Grande.
Stava la morte intorno ed i capelli. C’erano cantilene, c’era nebbia, c’era quello che c’era quando c’era.
Ho bisogno di te Madre di Terra e la tua quiete.
Noi siamo tutti qui, nell’altro tempo, ai confini di Grecia.


nebbia

(H. Cartier-Bresson)

(H. Cartier-Bresson)

 

Quindi mi oscuro. Come spesso la nebbia, che la sera travasa tra limoni e i campi degli aranci dove una volta il sole. O nei fondi di fragole: ristoro.
Non è facile farlo. Occorrono condizioni particolari, molto umido e caldo come frammenti di evaporazione. Che rappresento, quando mi spando intorno. Inutile cercare direzione: sfumo dovunque.
Piuttosto, orizzontarsi al suolo. Provate a camminarmi nella sera, quando il buio s’abbassa ed io l’addenso, tra goccioline che non puoi toccare, che se provi scompaio. Per ritornare subito: circondo. Un senso di oppressione: la mia diversità.
Faccio provare quello che provo io. Non crediate sia comodo: essere nebbia assale. E lo sforzo, la fatica, l’indistinto, l’impalpabile vaneggio asostanziale. D’estate un bagno turco; d’inverno raggelare.
Muoversi adagio nell’ovattato nulla: faccio sparire il mondo con i suoni. Induco anche, qualche volta pensieri. Se mi incontrate in mare, meglio arenarsi e lanciare segnali di soccorso. Difficile, però, trovarvi. Soltanto io conosco la posizione, ma la scordo: non posso trattenere. Se un bosco, legatevi a qualcosa: faccio smarrire.
Densa polpa sognante, a volte stimolo: generalmente sentimenti ambigui. Chiedere ai poeti, meglio se pessimisti.
Quando palude, sguazzo. Mi piace il remo lento dentro l’acqua: spande rotondità di confusione. E gli uccelli ovattato ottundimento. Luna a tratti: baratri tremolanti di tremore. E le ombre dei rami, inestimabile fraseggio senza voce. Solo talvolta: vento. E mi sparge la veste.
Chiudo: ogni tuo luogo accanto. Se sai guardare apro assurdità. E finestre di notte, quando da casa affacci il mio torpore e un senso lento ti compare dentro, come fosse una nenia, una madre diversa, una stesura sparsa sulla neve, dove non senti i passi.
Diffondo dimensioni non formali, come soltanto i sogni, dove a volte mi vedi e ti risvegli.
Spargo: poche luci soffuse, dove tutto è di sera e la passione stenta, incapace di trovare una figura.
Spengo: sofferenze di testa. Dentro di me si viaggia l’irreale. Annullo le stagioni della vita e tu diventi vago: una visione inedita.
Taccio: con la tua solitudine in te stesso e rendo assente quello che affatica. Se mi segui riposi.
Formo allucinazioni se assecondi. Da me non posso nulla: mi rattristo. Per questo scendo la valle e ti circondo e se sei in alto ti raggiungo in volo. Sono una fantasia se mi attraversi.
Raccoglimento, quando mi serro intorno ad una pieve.
Non portare una lampada: certe volte pudore.

 


l’inedito

(Michelangelo)

(Michelangelo)

L’inedito

Liberami clamorosamente con un pensiero inutile serale.

Come da procedura: terza declinazione? Macché, la memoria vacilla e se una lingua è morta non ritorna.

Può morire una lingua? Niente affatto: cambia. Siamo noi che non sappiamo adeguare la nostra testardaggine al declino. E il ricordo che assedia e tiene il mondo antico.

L’altra mattina l’autobus stagnava come la cappa in alto.

Sopraggiunge gasante sovraccarico; e fumi verso quello che era il cielo. Asfissiare garbatamente.

Nel tragitto: allietato da chiacchiere fugaci di fanciulline insipide sognanti, piene di quelle cose che soverchiano ogni maschio assetato. Garriscono, come ali cadute al piano sottoscala del mio dire.

Mi ricordavano una lettura vecchia. Due ragazzine in abiti di seta nella cripta dei morti a Ponte Sisto: le peggiori condizioni possibili. E tuttavia fuggivano leggere vero le strade brevi della vita.

Scendo quando si arriva.

La massa dolorante si stagliava. E le promesse.

Questo lo togliamo, questo lo bombardiamo, questo lo ignoriamo… ma quanti ne ha?

Allargavo le braccia, come per discolparmi. Poi verso casa, in attesa di chiamata non gradita. E la sera a ristoro.

Dal fondo dell’armadio, tu sorridevi spuma, come un frangente spinto da marea. Montagne al largo. Ne raccoglievo brevi smottamenti da copiare domani lungo l’amanuense sottostare al mio lume in declino.

Ti inseguivo velato per non scoprire la mia decadenza. Evaporare con il vento in alto: io mi sfoglio di sera. Ed i foglietti su cui ricopiare forme astratte di vita. Si, generalmente trascorsa. Dalla finestra: Betelgeuse muore, tanti anni fa.

Ti vedo solo ora sovrastante pallida indefinita miniatura nell’infinito assente. La tua luce scompare mentre arriva. Senza ricordo, di te si perde traccia.

Spesso mi assedia: la metafora tempo.

Poi sollevava squilli: il telefono:

Come… rinuncia…?

Riappendo.

Certe volte la sera mi sorprende, come un dipinto astratto.


variazioni sopra un poema vecchio

(parte seconda)

 
 
Nell’isola incantata. Da Circe.
Voi uomini siete tutti maiali!
(Grugnendo): te ne accorgi adesso?
Non pensate che a quello, quello, quello!
Pensa se non ci pensassimo… sai che fine farebbe il mondo!?
Vabbé! ma troppo monotematici!
Certo, se aspettassimo voi…
Giusto! E allora dammelo, dammelo, dammelo!
No.
Perché?
Prima restituiscimi i miei uomini.
Non posso: adesso sono miei. I miei porcellini. Se te li porti via, io come faccio?
Fa un po’ come ti pare…
Allora resta tu!
No!
E allora niente uomini.
E allora niente niente.
Mavàall’inferno…!
Ecc. ecc. ecc.

Nell’Ade.
(Figurarsi più o meno un divano coperto da tappeti in una stanza colma di statuette.
Vienna, primi del ‘900).

Lei ha un evidente complesso materno: Ma si tiri su, si tiri su… alla sua età… inginocchiarsi di fronte al fantasma della madre… le pare serio !?
E questa smania di conoscere il futuro! Frutto della sua insicurezza e, allo stesso tempo, la alimenta.
Le sue mete non sono disponibili: si muove perennemente all’interno di un circolo vizioso.
Figure di riferimento = 0. Achille, Agamennone… in pratica: due pazzi sanguinari totalmente falliti nella realtà! Dica un po’, suo padre la picchiava da piccolo?
Le sue astuzie, stratagemmi, compromessi. Mai una posizione chiara, una determinazione risoluta, comunque una scelta decisa. Lei è senza dubbio un bugiardo patologico! Definirei il suo status borderline, fortemente compromesso con l’inconscio, di difficile risoluzione.
Mi dica, dottore, è grave?

Vento di ricordi nella testa.
E questo che non molla (Poseidone) = solita tempesta in avvicinamento. Legarsi all’albero. Uffa!
In fin dei conti dovrebbe ringraziarmi… Era un mostro, il pupetto (Polifemo, dico). Vatti a fidare degli dei!
Le cose andarono pressappoco così.
Appena sbarcati, manifesti elettorali dappertutto: vota Polifemo, vota Polifemo, vota Polifemo: un occhio sulla tua realtà!. In pratica: unico candidato (ti andava organizzando una dittatura niente male sotto il manto di elezioni pilotate). Per noi Greci rabbrividire è inevitabile; ce la abbiamo nel sangue (la democrazia). Per cui, operazione di ripulitura. Dopo breve conciliabolo: tutti d’accordo. Organizzata rivoluzione coi fiocchi.
E quello è fregato, che ci vuol poco a convincere questi pastori ignoranti. Comunque, stanarlo non è stato semplice. Che si era asserragliato in una grotta con alcuni fedelissimi e resisteva niente male. Alla fine ci siamo riusciti e lo abbiamo consegnato al popolo inferocito. Prima te lo accecano, poi lo buttano a mare, con tutti i suoi manifesti. Solo che non si è instaurato alcun regime democratico. Direi piuttosto una gran buriana, che ognuno di quelli voleva prendere il posto del morto. In pratica, un gran casino con tanto di guerra civile. Coinvolti? Nooo! che abbiamo salpato subito, mentre quelli ci tiravano dietro ogni sorta di roba (sassi, tronchi, cassette per la frutta…) Bella gratitudine; nemmeno un minimo di rifornimenti. Meno male che avevamo provveduto da soli a arraffare quanto ci capitava a tiro…
E questo che si incazza: (il padre, dico). Che ci vuoi fare: gli dei sono fascisti!

Abracadabra: che non vedo rimedi diversi.
Dalle sirene (mi legano perché se le vogliono fare tutte loro).
Spettacolino mica male, con tanto di luci ed effetti speciali per stuzzicare un po’, se mai ce ne fosse bisogno…
Incredibile come si sanno acconciare. Sembrano tutte appetibili, anche le più scarsine. E come si muovono, occhieggiano, atteggiano…
Dal mio osservatorio (legato all’albero maestro, ricordate?) Quello che non capisco è la ragione per cui si comportano così. Alla fine ci rimettono sempre. Sì, una scopata non si nega a nessuno, ma non è quello che vogliono. Loro cercano un rapporto! Parola compromessa, che i geni non sanno di famiglia. Quelli tendono a espellere, propagare e ricominciare da capo. Senza impegni o troppe storie, altrimenti come fanno a fare l’unica cosa che sanno fare?
E quelle si acconciano, ammiccano, ancheggiano, per attirare la loro frustrazione. Fondamentale che restino insoddisfatte: se fossero appagate scenderebbero dalla giostra (e noi, come faremmo, noi!?).
Dei dell’Olimpo com’ è il mondo! Perché il fatto è che se fanno così è perché anche loro non sanno fare altro! Certe volte ho il sospetto che sia tutto un meccanismo… Mah!
Comunque, dalla mia postazione (osservatorio privilegiato, che così legato sono fuori dalla mischia), facile fare considerazioni filosofiche. Quindi: Slegatemi, slegatemi per Dio!

(continua)

 

Pdf scaricabile:
Baldaccini-Variazioni (parte seconda)

 
 


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