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libro

E’ arrivato. L’ultima creatura. Carino!

“Occorre costringere il proprio caos a diventare forma”

F. Nietzsche

 

copertina


il declino dell’Impero del Nulla

copertima-imperoDa Freud a Lacan, da Jung a Bollas, da Eraclito a Severino, attraverso gli strumenti della psicoanalisi, della filosofia  e dell’economia, l’autore si incammina lungo le contraddizioni  e le patologie del nostro tempo, nel fluire involontario del desiderio e dei suoi aspetti “mortali”, nel tentativo di elaborare quella che si presenta come una vera e propria angoscia di vivere e rispondere al bisogno  di base espresso dalla domanda a essere.

 

Introduzione

Le riflessioni alla base di questo testo nascono da osservazioni cliniche all’apparenza contraddittorie, quando non paradossali. L’anoressia, ad esempio, ne stimola alcune. Non si capisce, infatti, perché qualcuno che ti consulta per guarire dichiara invece con ogni suo pensiero e gesto di non volere altro che morire, trasformando una richiesta di vita nel suo contrario.

La duplicità del nostro essere e la sua doppia intenzione entrano nella stanza di consultazione manifestando intenti contraddittori attraverso dichiarazioni e comportamenti antitetici che non possono non suscitare stupore. Come osservava Freud, sembra che i pazienti non vogliano guarire; allora perché lo chiedono? La richiesta assume veste duplice perché spesso tale è la personalità e le intenzioni non sono convergenti. Lo stesso inconscio si mostra profondamente bipartito e, accanto al linguaggio del rimosso, che ritorna per essere ascoltato e decifrato, presenta un volto muto, duro, irraggiungibile da ogni discorso, apparentemente privo di senso e di significato, che se mai significa qualcosa è proprio non significare. Questo aspetto profondo non è riducibile a dialoghi di civiltà; non prova alcun disagio, si ripete coattivamente e persegue strade spaventose, perché ogni suo passo tende verso la morte. È un aspetto che non parla ma si rende visibile. Come scrive Recalcati:

Fenomeni inquietanti di attacco e di sregolazione pulsionale del corpo, tendenza suicidaria, pratiche di godimento compulsive e dissipative, esperienze di angoscia senza nome, violenza, aggressività, comportamenti a rischio che attentano la conservazione della vita, incentivazione eccessiva delle stimolazioni, somatizzazioni, disinvestimento libidico, ritiro autistico e disinserzione dai legami sociali, godimento mortifero del vuoto, apatia narcisistica, indifferenza verso la vita, sono tutti indici dell’azione distruttiva della pulsione di morte che la clinica delle psicosi illustra esemplarmente. (Recalcati, 2010, p. 21).

Questi fenomeni di chiusura totale alla vita, evidentissimi in condizioni patologiche gravi come anoressia e narcisismo, sconcertano chi ascolta che, tuttavia, non può esimersi dall’ascoltare e interrogarsi sulla mancanza di apparente senso insito nella comunicazione che riceve.

Al di là dell’inespressività di quel che viene espresso, la vita stessa che viene raccontata suscita perplessità. È come se le persone fossero appiattite in posizioni di assoluta passività, in cui tutto viene recepito e subito acriticamente, senza alcun moto, segno, espressione di risposta personale. Si accetta l’inaccettabile, si subisce l’indecentemente irricevibile senza alcun senso di disagio, anzi spesso aderendo, e con ciò confermando, quel che qualsiasi senso etico individuale non potrebbe mai avallare. Un’egosintonicità allarmante inquina il senso del soggetto. “La psicosi vi appare non come rottura con la realtà, ma come eccesso di alienazione, di integrazione, di assimilazione conformista al discorso comune” (Recalcati, 2010, p.23), tanto da far sospettare che la pulsione mortale operi in vasti campi lasciati liberi dalla latitanza del soggetto.

La civiltà opulenta e ipertecnologica in cui viviamo appare assediata dall’angoscia. Ricchezza e tecnologie non sembrano mezzi validi per arginare ciò che, nonostante tutto, si presenta come un vero e proprio mal di vivere. Quello che non garantiscono ricchezza e tecnica, che implicano conoscenza, sembra paradossalmente raggiungibile grazie all’ignoranza. Ignorare come unico rimedio e il lassismo dilagante, la falsa coscienza, l’insensibilità e l’anaffettività, l’egoismo solipsistico di cui ci circondiamo rappresentano barriere contro l’angoscia che tuttavia non riescono a impedirci di provare. Vivere a occhi chiusi non basta.

Se questi rimedi sono insufficienti e la domanda a essere rimane insoddisfatta, bisognerebbe forse almeno provare a chiedersi perché ci uniformiamo, conformiamo, spersonalizziamo, informiamo la nostra relazionalità di transazioni di tipo bancario, quando non ci chiudiamo in una solitudine sorda quanto estrema, ai limiti dell’autismo affettivo; trattiamo i moti irriconosciuti dell’anima con un far di conto da ragionieri in cui i conti non tornano mai; trasformiamo l’amore e la relazionalità in sfruttamento o lasciamo che regrediscano a livello animale; o ancora, chiederci usando le parole di Marx, perché “Le persone esistono qui l’una per l‘altra soltanto come possessori di merci o come rappresentanti di merci. E quindi solo come maschere economiche, come personificazioni di rapporti economici, esse si trovano l’una di fronte all’altra (Marx, 1867-1883, pp. 117-118). Che, come si noterà, non è domanda ma chiara affermazione.

Questo bisognerebbe provare a chiedersi, ma l’angoscia perennemente rigettata non lo consente, come non permette altre forme di interrogazione, rendendo il nostro linguaggio esiguo se non muto, riducendo il significato a opzione troppo spesso trascurabile.

Domandare significa chiedere, ma la nostra società è soltanto capace di pretendere. Una pretesa cieca, assoluta edonistica quanto inutile si rivolge a un benessere impossibile che la coscienza persegue unilateralmente senza, in realtà, domandare mai. Senza dialogo, dunque, perché la risposta voluta è già data e ha il suono ottuso della negazione. Per provare a ipotizzare risposte dovremmo concentrarci sulla forma di coscienza che nega. Per questo non negare e accettare di addentrarci nei luoghi frequentati dal non senso dove tutto sembra sfumare e tuttavia esiste una possibilità di rappresentazione, dunque di formulare risposte.

(di prossima pubblicazione)

 

 

 

 

 

 

 


a proposito dell’uomo senza inconscio

 
guernica[1]

 

 

Un testo su linguaggio e silenzio, significato e insignificanza, soggetto e sua tragica mancanza; questo L’uomo senza inconscio di Massimo Recalcati (Raffaello Cortina Editore, Milano, 2010) . Nell’epoca ipertecnologica nella quale viviamo, che rischia di diventare nient’altro che un tecnicismo (meglio sarebbe dire meccanismo), Recalcati rivisita la psicopatologia della nevrosi, dichiarandone la scomparsa. La sua dichiarazione di perdita di un soggetto dell’inconscio può lasciare perplessi. Siamo infatti abituati a identificare il soggetto con la coscienza e a chiamarlo, inequivocabilmente “io”. Tuttavia non è così. L’inconscio è infatti un soggetto che esprime e che, attraverso il linguaggio del sintomo, proposto dal ritorno del rimosso, pone ricerche di significati che la coscienza, se ascolta, dovrebbe attribuire. Oggi non più. Nella ricerca compulsiva di soddisfazioni letterali demandate al mondo inanimato e muto delle cose, che il capitalismo perversamente ripropone per mantenere in vita il suo sistema aberrante, la domanda a essere, che il soggetto dell’inconscio (e non) propone, cade in una trappola luminosa, luminescente, ma non illuminante, nella quale si sperde. L’inconscio, allora, non è più un luogo del linguaggio e torna a essere semplicemente Es, dinamica pulsionale ripetitiva e cieca che tende a un godimento fine a se stesso e senza senso, in cui non esiste spazio di riflessione. Se la nevrosi, attraverso l’opera del rimosso, è condizione umana capace di parlare, la perdita di quel linguaggio, reso muto dalla cecità ripetitiva dell’Es desiderante, consegna l’uomo alla psicosi, espressione di caos indifferenziato in cui il soggetto smarrisce il senso di se stesso, riducendosi a “fatto” incapace di parlare. Non più linguaggio, dunque; questo afferma Recalcati: solo passaggio all’atto e alla sua insignificanza, nella ripetizione di un godimento che non dice. Su queste premesse, Recalcati passa in rassegna quelle che definisce nuove patologie della nostra epoca, legate all’immediatezza compulsiva della soddisfazione e all’evidenza del corpo, che era base di identificazione soggettiva, oggi spesso elevato a feticcio. L’anoressia allora si impone sulla scena col suo linguaggio muto che non dice altro che un bisogno insoddisfatto che si traduce in desiderio di morte. Spesso trattata dalle famiglie con il “mangime” delle cose, l’anoressia resta “mortale” nella misura in cui non è di cose che l’anoressica ha bisogno ma di recupero di senso, che non è nel cibo rifiutato e che la madre invece dispensa nella letteralità di un reale insensato.
Nella stessa ottica di non senso imperante Recalcati tratta anche la bulimia, gli attacchi di panico, le tossicomanie, le depressioni, alcuni aspetti della paranoia e tutte le forme di dipendenza patologica. La clinica proposta è una clinica non più delle nevrosi ma delle psicosi: “Nella psicosi non c’è infatti rimozione, dunque realizzazione simbolica del soggetto dell’inconscio, ma un ritorno direttamente nel reale di ciò che non può essere simbolizzato. Diversamente, nella clinica delle nevrosi il reale del godimento subisce un trattamento preliminare attraverso l’operatività della metafora paterna […] il suo risultato è una castrazione del godimento (della madre) che apre simbolicamente il luogo del soggetto come luogo differenziato, separato, come luogo possibile del desiderio” (p. 277). Prego considerare che la madre sottratta al godimento non è la madre reale, ma la condizione inconscia di indifferenziata onnipotenza narcisistica di cui il paziente è prigioniero. Allo stesso modo, la metafora paterna (il Nome del Padre) va letta come significato soggettivo, sempre possibile e da recuperare nel corso del trattamento.
Al di là del testo, non è difficile riconoscere gli effetti di una psicosi sociale dilagante nella nostra inammissibile quotidianeità. Se la politica e le istituzioni non esprimono che urla rabbiose e indifferenziate, particolarismi, senso di onnipotenza e comportamenti lesivi del bene pubblico, se le grida disarticolate di chi muore nell’ennesimo atto di violenza cui la cronaca ci ha tragicamente abituato, con effetto di anestetico disarmante, se il godimento consumistico, l’edonismo e il non senso tossico in cui i giovani si dibattono, se rivolte e guerre fratricide dettate da arcaismi intolleranti e volontà inconscia di sopraffazione di un “Altro” sempre scomodo e detestato sono sotto gli occhi di tutti, l’epoca in cui viviamo è soltanto espressione di un drammatico silenzio della psiche dove Thanatos dilaga e senso e significato escono silenziosamente dalla scena del mondo.


Cosa resta del padre? di Massimo Recalcati

Cosa resta del padre[1]

Il libro si apre con una straordinaria pagina di interiorità in cui Recalcati si chiede perché pregare se non si crede in un Dio cui rivolgersi. La risposta lascia intravedere una ragione profonda che con Dio non ha nulla a che fare o, forse, molto più di quanto si creda, dato che, secondo l’autore, la preghiera viene rivolta al deus absconditus che nell’uomo abita, a quell’Altro da sé di cui il sé non può fare a meno se non vuole ridursi alla sola dimensione dell’io cosciente e perdere il contatto con le radici profonde quanto insondabili dell’essere. È questo Altro invisibile quanto insostituibile un padre? Se pensiamo, con Jung, che ogni uomo, per realizzare il proprio Selbst, dovrebbe diventare padre di se stesso, unificando gli opposti da cui è costituito, senza più scinderli in istanze conflittuali, la risposta è sì. Cosa resta allora del padre? Una preghiera. Dunque una mancanza; questo l’esito della ricerca di Recalcati, cui mi è impossibile non aderire. Seguiamo il percorso che conduce alla mancanza. Non è dato desiderio senza un senso di mancanza: si desidera quel che non si ha. Eros, sperduto all’interno di una mancanza originaria per sua natura incolmabile; assediato dall’ombra di se stesso che, in quanto Thanatos quella mancanza esprime, desidera senza posa per esistere, perché la mancanza che lo muove è una mancanza a essere. Tuttavia, la società ipertecnologica in cui viviamo, colma di appelli alla realizzazione di un godimento immediato e offuscata dalla logica perversa e pervertente del capitalista, tenta di colmare quella mancanza con le seduzioni di un mercato globale che a tutto può rispondere tranne che al significato profondo che il senso di mancanza esprime. Riempiendo il mondo di cose apparentemente desiderabili e apparentemente da desiderare, la logica del capitalista tenta di colmare la mancanza a essere, di annullarla all’interno dell’insignificanza delle cose che mai potranno rispondere alla domanda originale del nostro desiderio, impedendoci, così, di desiderare veramente. Privato del significato cui anela, Eros cade preda di Thanatos e l’assenza di significato invade il mondo morto e mortale delle cose. La civiltà non più a disagio, perché il disagio rifiuta, soffoca il respiro desiderante di Eros e la sublimazione scompare dalla scena, cancellando con se stessa la cultura, che si riempie di letteralità volgare che a tutto aderisce per quel che appare, senza più ricercare simboli significativi dell’esistere. Da qui tutta l’insignificanza da cui siamo costantemente allagati e l’aspetto “mortale” del mondo in cui tentiamo di sopravvivere. Occorre pregare di provare una mancanza, pregare che quella mancanza abiti ancora almeno un aspetto della quotidianeità, nel momento serale del raccoglimento in cui la preghiera, forse, sopravvive. L’anelito verso il Padre, il principio regolatore dell’esistere, la Legge che differisce il godimento, permettendo in tal modo di simbolizzare; l’Altro insondabile e inconoscibile che, tuttavia, esiste in forma di mancanza: questo l’esistere cui Recalcati rinvia. Nella visione che Recalcati offre, l’assunzione di responsabilità diventa fonte di esistenza; perché il disagio, cui la mancanza allude, deve diventare il mio disagio, il disagio che sono capace di sopportare e che insegno ai figli; la traballante base dell’esistere che non cerca illusioni all’interno di false certezze, ma sopporta di non trovare rassicurazioni senza, per questo, smettere di desiderare, confermando la mancanza che il desiderio nutre. Responsabilità che è etica; l’etica smarrita che vaga nella notte senza fondo delle cose. Come ci ricorda l’autore, nell’ultimo romanzo di Cormac McCarthy, La strada, (Einaudi, Torino, 2008), in un mondo sgretolato dalla Cosa, privato del significato dell’esistere, un padre e un figlio tentano di sopravvivere. Il padre non ci riuscirà, ma la sua scomparsa non sarà compimento del non senso. Il bambino verrà raccolto da una comunità di sopravvissuti, dove una donna gli insegnerà a pregare. Il padre, infatti, non basta: la mancanza a essere non richiede soltanto la chiarezza della Legge del padre; ha bisogno anche dell’amore e della capacità di riconoscimento della madre (ma questo Recalcati non lo dice).
Un altro rimando letterario è a “Patrimonio” di p: Roth Nel romanzo, il figlio non tratterrà per sé che una tazzina per la crema da barba. Dunque, un “rimando”, un “simbolo”, perché se il Padre è Verbo, esso allora è qualcosa che significa, un significante, qualcosa che attende di esser detto o comunque vissuto. Dunque, del padre resta il figlio. La domanda è allora: cosa resta del figlio?
Anche questo Recalcati non lo dice. Per provare a rispondere, mi rivolgerò altrove, e precisamente dove non c’è un dire che sia già detto, una via precisata, una ripetizione di destino. Mi rivolgerò a quella che Galimberti, riferendosi a Nietzsche, definisce “etica del viandante”.
“Se in me è quella voglia di cercare che spinge le vele verso terre non ancora scoperte, se nel mio piacere è un piacere di navigante: se mai gridai giubilante: “la costa scomparve – ecco anche la mia ultima catena è caduta – il senza fine mugghia intorno a me, laggiù lontano splende per me lo spazio e il tempo, orsù! coraggio vecchio cuore!” (F. Nietzsche, Così parlo Zarathustra, parte III, p. 281).
“L’andare che salva se stesso, cancellando la meta, inaugura infatti una visione del mondo radicalmente diversa da quella dischiusa dalla prospettiva della meta che cancella l’andare” (U. Galimberti, L’ospite inquietante, Feltrinelli, 2010, p, 242). Perché il Padre non è un già detto, un significato acquisito da ripetere passivamente; esso è un significante e, come tale, un lascito per il figlio, un lascito che il figlio dovrà scoprire e reinterpretare ogni vita che passa, ma anche questo Recalcati non lo dice.
In sintesi, un libro questo colmo di prospettive, spunti e “mancanze”; ma forse è proprio la mancanza quel che serve per desiderare linguaggi sempre nuovi.


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